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NAPOLI
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-il f. bicchieri:
Strabi Qr.orcl.u, 2 C
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di ALBERTO F.zr.ER So :is«at
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GIORNALE STORICO
DILLA
LETTERATURA ITALIANA
SUPPLEMENTO
3ST° 1.
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GIORNALE STORICO
— —
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
^ —
DIRETTO E REDATTO
DA
FRANCESCO NOVATI E RODOLFO RENIER.
SUPPLEMENTO
2KT° 1.
TORINO
ERMANNO LOESCHER
1898 .
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PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Vino» io Boni, Tip. di S.M.o di* RE. Principi.
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IL PARINI
TRA
I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
i.
La poesia giocosa nel secolo XVIII non fu cosi scarsa come
alcuno potò credere (1); e ben considerando lo svolgimento let-
terario ed il costume di quell'età carnevalesca, non si vede ra-
gione per cui dovesse ad un tratto disseccarvisi la vena d’un
genere d'arte che, in certo senso, pur rinunziando a vantar-
cene (2), puossi dire tota nostra, e che tra noi ebbe antica ori-
gine e larghissimo sviluppo. Se la poesia giocosa reagi contro
(1) Vedi il saggio di P. Fanfani, La poesia giocosa in Italia , edito prima
nella N. Antologia e poi da A. Mabillini riprodotto nella sua raccolta di
Poesie giocose inedite e rare , Firenze, tip. del Vocabolario, 1884. In questo
nostro articolo ricordiamo e citiamo oltre una settantina di verseggiatori
giocosi del secolo scorso; ma con poca fatica avremmo potuto raddoppiarne
o triplicarne il numero.
(2) Se ne tennero invece assai i Settecentisti e , p. es. , in una specie di
proemio in ottave alle Piacevoli rime del dr. Vittore Vettori (Milano, 1744),
il V., o Tamico suo Galeotti piuttosto, dice che cotesto libro condito Di motti
e di riboboli col sale potrebbe far ridere la Malinconia stessa, e soggiunge:
Questa maniera di giocoso stile
Proprio è nostra, e gli estrani nolla sanno.
0 tornai» ttorico. — Sappi, n® 1. 1
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2
E. BERTANA
il sussiego e gli scrupoli del Secento spagnolescamente grave
e cattolicamente ombroso, perchè avrebbe dovuto spegnersi nel
più sereno, libero e godereccio secolo XVIII? Sereno e godereccio,
senza dubbio; malgrado gli sdilinquimenti sentimentali, le tetrag-
gini ed i vezzi malinconici venuti di moda sul tardi col Gessner,
col Gray, col Young, coli’Arnaud e, sopratutto, con Ossian. Quel
bisogno di ridere, che per sua disgrazia, o per sua fortuna (la-
sciamo decidere ai filosofi della storia) l’Italia ebbe per lunghissimi
anni, non poteva estinguersi che in un profondo rinnovamento
della coscienza nazionale, al sopravvenire d’altri dolori, d’altre
idee, d’altre aspirazioni, d’una nuova vita insomma ; ed il Sette-
cento cotesta palingenesi la prepara, ma non la compie; anzi
sotto certi aspetti morali esso somiglia più ai secoli precedenti che
al nostro. È u^pregiudizio storico il credere che l’Arcadia segni
nella nostra letteratura il principio di un’èra del tutto nuova;
perchè se è vero che dal 1690 progredisce più rapida ed effi-
cace una salutare resipiscenza nel gusto , non è vero che da
quell’anno (memorabile del resto) muti e si rinnovi la vita
interiore de’ poeti, o l’ambiente della poesia. L’ambiente rimase
quel di prima: l’accademia; e, se pur era possibile, nell’accaderaia
la vita letteraria si circoscrisse ancor più strettamente. Così la
poesia giocosa, che nel Secento appunto ebbe il suo legislatore
nell’Accademico Aideano (Nicolò Villani, pistoiese) divenne, direi
quasi, un’istituzione accademica, ed allora il suo spirito trapassò
anche nelle prose dei ragionamenti , dei discorsi ", delle lezioni ,
stesi su temi frivoli o addirittura burleschi , infiorati di para-
dossi, d’arguzie e di ciance. Con quante frottole e baie si spas-
sarono gli Umoristi di Roma, gl * Incogniti di Venezia, gli Apa-
tisti di Firenze! la Crusca stessa, tra l’eterne cure del suo vo-
cabolario, sbrigliò l’umor faceto nelle « cicalate » e negli « stra-
« vizzi » innumerevoli. L’allegra usanza non finì col Secento, e
nel secolo seguente i capricci in prosa ed in versi non parvero
repugnare alla gravità accademica , ma di questa sembrarono
piuttosto opportuni correttivi. L’Arcadia ereditò il buonumore
dalle consorelle più antiche e lo propagò poi nelle sue colonie.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 3
Certo gli Arcadi furon gente più savia e contegnosa di que’ sca-
pestrati secentisti ; ma nei loro convegni alle dissertazioni eru-
dite alternarono anch’essi dicerie buffonesche, e tra i sonetti
eroici, le canzoni petrarchesche, le anacreontiche, l’ecloghe, l’odi
oraziane o pindariche (ne fa testimonianza officiale la raccolta
delle loro Rime) ammisero e plaudirono tutte le balzane della
musa giocosa ; la quale anzi in alcune accademie del Settecento
ebbe culto quasi esclusivo ed ottenne i maggiori applausi. Gli
avanzamenti della coltura in ogni ramo dello scibile e quel che
si disse lo spirito filosofico del secolo non impedirono che Vi-
gnaiuoli, Timidi, Gelati, Granelleschi , Meccanici, Agiati, Filar-
monici, Trasformati, Affidali, per citarne solo pochi, si sbellicas-
sero dalle risa alla lettura delle loro piacevolezze. La filosofia
occupava bensì le menti, ma non travagliava gli animi; la scienza
accordavasi con la più spensierata gaiezza; all’ombra del tedio e
del dubbio angoscioso non intristiva ancora la vita; s’aveva voglia
di ridere, ed i costumi stessi del tempo, nei loro aspetti più ca-
ratteristicamente ridicoli, quando non alimentavano la satira,
fornivano materia alla minor sorella di questa : la poesia gio-
cosa. Che scienza e facezie canore potessero coltivarsi del pari,
non era cosa nuova; e daU’aborrito secolo XVII gli Arcadi ere-
ditarono, più che non pensassero, tradizioni ed esempi. Ebbene,
la filosofia aveva fatto grandi passi già nel Secento; pure, tra
l’alte meditazioni del vero, l’altissima mente del Galilei non sdegnò
i trastulli delle rime burlesche, nè li sdegnarono poi, tra gli studi
più severi, il Redi, p. es., e Lorenzo Bellini (i) ed Alessandro
Marchetti (2), nati nella prima metà del Secento, ma vissuti
(1) Oltre alla più nota Bucchereide, curioso accozzo di poesia didascalica
e giocosa, altre rime facete compose, già citate dal Carini ( L'Arcadia dal
1690 al 1890 , I, 206, in nota), e tra queste uno « sboccato » capitolo a
Selvaggia Borghini contro il matrimonio, edito non solo, come dice il Ca-
rini, nel III voi. del Y Opere burlesche del Berni e d'altri autori , Firenze
(Napoli), 1723, ma anche nelle Poesie d' eccellenti autori toscani per far
ridere le brigate , date alla luce la prima volta, Gelopoli (Firenze), 1760-69,
IV, 81 sgg., che citeremo in seguito più volte.
(2) Cfr. in Vita e poesie di A . Marchetti da Pistoia filosofo e materna -
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E. BERTANA
tant’oltre da poter essere ascritti all'Arcadia. Cosi, senza Solu-
zione di continuità, la poesia giocosa del secolo XVII veniva a
porger la mano a quella del secolo XVIII. Nessuna meraviglia
quindi che, seguendo Torme di predecessori tanto dotti ed illu-
stri, sagrificassero alla musa del riso anche gravi eruditi e scien-
ziati del Settecento, come, per citarne qui tre soli, di diversa,
ma egualmente profonda dottrina, Eustachio Manfredi, Scipione
Maftei e G. M. Mazzuchelli (1); nessuna meraviglia poi se,
mentre filosofi ed eruditi coltivavano l’arte di celiare in versi,
la coltivassero anche gl’innumerevoli versaiuoli perdigiorni pul-
lulanti dovunque; e nessuna meraviglia infine se fra tanti pros-
avo ecc., Venezia, 1755, p. 158, il sonetto al Redi, composto, com’ ò facile
argomentare, sulla fine del Secento, dove il M. si rallegra che il suo Fran-
cesco sia con le Muse entrato in ballo In compagnia del Bornia e del
Burchiello ; e prosegue:
Io che sempre col coor poco tranquillo.
Stanco di poetar, ma non satollo.
Fra triangoli e cerchi il capo stillo.
Or ch'io ti veggio il colascione al collo.
Scaccio ogni noia, e d’allegrezza brillo,
E n 'incaco la lira e eer Apollo.
E benché vecchio e frollo,
Ballo teco a qnel suon per mio trastullo.
Lieto e pien di vigor oome nn lanci allo.
E non era capriccio senile, perché il capitolo « composto dall'Autore in età
« assai giovane » , cioè intorno alla metà del Secento , In biasimo della
servii filosofia (p. 154), denota la stessa tendenza ad associare i più severi
studi alla poesia giocosa. D'ugual tenore è il lungo sonetto, male attribuito
al Magalotti ( Parnaso italiano , Venezia, 1790, LII), di Ottavio Falconieri
{Poesie gelopolitane cit., 1, 53), in cui facendo pubblica abiura della filosofia
peripatetica , il F. rinnegata la materia prima e tutte 1* altre logomachie
scolastiche, s'augura di diventare spazzacamino, sguattero, beccaio, vetturino,
assassino,
Piuttosto eh 'esser mai peripatetico
Ch’appo lui ò poco men ch’essere eretico.
Cfr. anche il Divorzio dalla Filosofia (peripatetica, s’intende), capitolo sbri-
gliatissimo del P. G. C. Cordàra (Opere, Venezia, 1805, IV), che serve a
dimostrare come certi atteggiamenti e temi della poesia giocosa settecentista
discendano dal secolo XVII.
(1) Dall'erudita conversazione del Mazzuchelli uscirono, nel ’59, le prose
e i versi scipitamente giocosi in morte del pedante Barbetta.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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simi o lontani parenti del Berni s’ imbrancarono, seguendo Y an-
dazzo , anche ingegni eletti, capaci di cose più nuove e degne,
come il Baretti, il Goldoni, il Gozzi, il Mazza, ecc., e poeti veri,
come il Parini (1).
IL
Il Reina, che non fu davvero il più intelligente e diligente edi-
tore (sebbene non meritasse le male parole di cui piacque al
Gantù gratificarlo, per aver raccolto del maestro tutto quanto
potè trovare, anche le inezie, che non potevano aggiungere nuovi
raggi a queiraureola ideale in cui certa critica amò ed ama an-
cora vagheggiare le imagini de’ grandi scrittori) riempì colle
Poesie piacevoli quasi tutto il III voi. delle Opere del Parini da
lui pubblicate; quell’« aureo volume», dedicato al matematico
Gregorio Fontana, « sommo e severo filosofo *; tanto agli uomini
educati nel secolo XVIII non pareva stridente la contraddizione
tra gli studi più gravi e i più leggeri (2).
Sotto il titolo di Poesie piacevoli, tra edite ed inedite, il Reina
raccolse ottantanove componimenti pariniani (3); i quali vara-
ti) Il contagio berniesco del Settecento non scomparve del tutto neppure
nel primo quarto del nostro secolo e dal gusto della « prosacela in rima »,
non fu immune, chi lo crederebbe? neppure il Foscolo. Cfr. C. Antonà
Traversi, Curiosità foscoliane ecc Bologna, Zanichelli, 1889, pp. 379 sgg.
(2) Giova ricordare che il Fontana nell’università e nell’ accademia degli
Affidati di Pavia fu collega al Mascheroni, gran dilettante anch’esso di pia-
cevolezze berniesche. Una scienza con cui la poesia giocosa andò molto
spesso d’accordo nel Settecento fu la medicina; e qui basti ricordare le
Poesie pacete del sig. Lucio Francesco Anderlini cittadino bolognese , pro-
fessore di chirurgia nella città di Pesaro , Faenza, Martini, 1763. Queste
Poesie dell’ Anderlini, in Arcadia Niliandro Dioscoridio , accademico pesa-
rese e tenebroso , eran già state edite a Venezia dal Valvasense nel 1754.
(3) Non comprese le rime giocose meneghine. Ognuno sa che la musa
vernacola milanese fu fecondissima nel Settecento; e la letteratura giocosa
dialettale fiorita contemporaneamente a Venezia , a Genova , a Bologna , a
Ferrara ecc., richiederebbe uno studio a parte.
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E. BERTANA
mente non tutti appartengono al genere giocoso, come, p. es., il
frammento di sermone al Passeroni : 0 meco in fin dagli anni
miei più verdi . . . , e l’altro : 0 saggio amico che corregger
tenti,. . ; nè tutti furono ragionevolmente classificati; chè, p. es.,
tra i Sermoni fu posta dal Reina La Maschera , che per ma-
teria, metro e stile andava, a chius’occhi, aggiunta ai Capitoli ;
e qualche componimento d’indole propriamente giocosa, che
avremo presto occasione di citare, fu allogato tra le Poesie li-
riche del li voi.; ma errore più od errore meno dell’editore,
questa raccolta reiniana , che comprende oltre i 6 Sermoni,
27 Scherzi , 4 Canzone , 2 Novelle , 47 Sonetti , 5 Capitoli, 1 Pi-
stola e 1 Prologo , può dirsi davvero considevole per la quantità
e varietà dei saggi che l’austero poeta civile lasciò della propria
domestichezza colla musa grassoccia e ridanciana.
Delle poesie raccolte sotto la generica denominazione di Scherzi
alcune sono madrigali od epigrammi , altre son vere e proprie
canzonette ; ed il verso in esse più comunemente usato è l’otto-
nario, che i burleschi del Settecento adoperarono con notevole
larghezza. La fortuna dell’ottonario rinacque, è vero, nella prima
metà del secolo XYII (1), ma più s’allargò nella seconda; e spe-
cialmente sul principio del secolo successivo divenne frequente
nella poesia giocosa , per opera di parecchi , tra i quali giova
ricordare Bartolomeo Dotti e Sebastiano Biancardi (2); quelli poi
che in pieno Settecento maneggiarono giocosamente l’ottonario
non si contano (3); e naturale è quindi che anche il Parini siasi
(1) Cfr. Carducci, Conversazioni critiche , Roma, 1884, pp. 219*21.
(2) 1679*1749. Di costui faremo più volte menzione in seguito.
(3) Cfr. il cit. voi. L1I del Parnaso italiano ed il breve cap. dedicato ai
giocosi dairARULLANi, Lirica e lirici del Settecento , Torino, 1892. Speciale
menzione merita Giuseppe d’Ippolito Pozzi ( Poesie , Venezia, 1790, voi. Ili),
non ricordato dairArullani, il quale d’ottonari intrecciò strofe di varia strut-
tura: di sei piani, o di sei sdruccioli rimati alternativamente od a coppie,
di quattro sdruccioli a rime alternate, di tre piani assonanti, di due piani
e due tronchi a rime baciate od alternate ecc. D’ottonari si composero anche
lunghi poemi giocosi, come Lo Scoglio dell ’ umanità di Diunilgo Valdecio
(2* ediz., Venezia, 1776) in quei distici piani di cui fu tanto fecondo il Fru-
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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compiaciuto della piena ma volgaruccia sonorità d’un metro cosi
comunemente usato.
Degli Scherzi , venti, nientemeno, s’intitolano dal parafuoco, o
dal ventaglio ; due arnesi che per forma e per uso s’assomigliano
tanto. Di questi venti nessuno fu stampato tra le Alcune poesie
di Ripano Eupilino; ed è ovvio perciò che nessun d’essi fti scritto
prima del '52, chè certo il giovanissimo abate non era ancor tanto
maturo di gusto in quell’anno da condannare all’oblio della roba,
che, per quanto scadente, non era peggiore di quella da lui data
allora alle stampe. « I versi sulle ventole e sui parafuochi furono
«c fatti », dice il Gantu, « per Teresa Mussi amica del poeta »; e in
una nota al Vespro (la IX) lo stesso Gantu ricorda l’uso frequente
nel Settecento, ma neppur oggi raro, di scriver versi sui ven-
tagli delie signore. Però che tutte coteste poesiole del Parini
fossero composte appunto per questo, potrebbe mettersi in dubbio;
nè so qual signora, tenendo pur conto della licenziosa libertà
di linguaggio che i costumi concedevano, avrebbe potuto tolle-
rare sul proprio parafuoco o sul proprio ventaglio delle imper-
tinenze così poco galanti, così crude e sgarbate come quelle che,
secondo il Gantu, furono dal Parini dettate per la Mussi. Cotesta
asprezza potrebbe forse indicare anche l’età de’ componimenti e
accennare al tempo in cui il Parini non aveva ancora deposta la
rude scorza campagnuola, nè, raffinato da contatti aristocratici,
aveva ancora appresa l’arte del motteggio signorile; senonchè
di signorile decoro i giocosi del Settecento non si curarono mai
goni e che anche il Parini tentò nello Scherzo XUI. — E giacché siamo a
parlare, per incidenza, dei metri della poesia giocosa nel settecento, noterò
che, oltre airottonario e al settenario, raramente si è fatto uso de' versi più
corti. I quinari, per esempio, io non li ricordo che nell' Orazione di un fan-
ciullo alVimagine di M. V. nella sua scuola , composta dall’ab. Bort. R. G.
di M., vattelapesca ! (Giornale poetico , Venezia, 1789, quaderno II, p. 132).
Eccone un saggio: Vergine bella || Madre di Dio j| Vengon qui tutti || Ci vengo
anch'io. || Perchè ch’io venga || Ei me l’ha detto || Or ora il mio || Padre Pre-
fetto, || E sta osservando || Se ho devozione (| D’in sulla porta || Dello sca-
lone. || Madre a voi dico || Dico a voi sola || Che ho poca voglia || D'andare a
scuola — È una lepidissima descrizione d'una scuola del Settecento, coi
metodi pedagogici e gli esercizi allora in uso.
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E. B ERTANE
troppo, nè da giovani, nè da vecchi. Artisticamente poi sono
tutti inferiori a quella cosina tanto civettuola eh' è la nota can-
zonetta Il Parafuoco , mirabile d'elegante malizia, agile, musi-
cale, tornita, fiorita quanto le più leggiadre del Rolli, del Me-
tastaaio, del Savioii; adorna insomma di quella bellezza molle e
leziosa che il secolo intendeva e creava. Però negli Scherzi
trovansi i germi della canzonetta ed anche qualche altra cosa
che, sebbene da lontano, ricorda alcuni tratti del Giorno. Così
nello scherzo IV il parafuoco è descritto, del pari che nella can-
zonetta, come il complice inanimato di molti non «dubbiosi de-
« siri », come il provvido strumento che copre molti contrabbandi
amorosi ed assicura la beata cecità de' mariti. È il parafuoco
stesso che, partecipe di tante frodi galanti, qui ne racconta una:
Nice sedessi un giorno accanto al foco
Tra il marito e il servente:
E il servente volea
Darle un bacio: ma come si potea
Col marito presente? Or bene, udite
Ciò che seppe far Nice.
Essa come per caso
Volge gli occhi al marito, e così dice:
Voi avete una pulce sopra il naso:
E taffe, sopra il naso
Gli batte il parafuoco, e a lui con esso
Gli occhi ricopre. In quel momento stesso
11 bacio desiato
Fu dato e ridonato.
Ma come creder mai
Che nell’inverno appunto
Una pulce vi fosse?
Eh! i mariti ne beon de le più grosse.
Basta, dal giorno in poi
Che Nice prese un così bel partito
Non vuole che mi chiami
Più parafuoco, ma paramarito.
C’è un neo che il Parini avrebbe tolto via di sicuro se avesse ri-
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IL PARIN1 TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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veduto lui stesso per le stampe cotesta sua ingegnosa bagattella.
La prosopopea infatti non si scorge chiaramente che al penultimo
verso, mentre dal decimo sembra invece che non parli il parafuoco,
ma il poeta; però, malgrado questa sconcordanza, il componimento
piace , è arguto e brioso , benché sia ben lontano daU*eleganza
di quello già ricordato, in cui il Parini dipinse le smorflette e
le industrie di Venere, che in presenza di Vulcano, dietro lo
schermo del parafuoco, va civettando con Marte. Qui la mito-
logia è mirabilmente atteggiata, come il Parini solo sapeva, a
rappresentare il costume domestico del secolo XVIII; la fucina
di Vulcano è il caminetto d’un salotto, intorno al quale siedono
i tre soliti personaggi della quotidiana commedia: Vulcano (e
proprio anche con questo nome la Bettina Mosconi designava a*
propri amanti il dabben conte marito); Venere, la « pudica »
sposa ; Marte, il cicisbeo. Il « pargoletto Amore » perchè la madre
potesse schermirsi dal calor delle damme, si strappò una penna
dall*ali e gliela offerse ; tale fu l'origine del parafuoco, che come
fu dono d'Amore, cosi dovea servire alla felicità degli amanti.
Ed infatti poco andò che « la dea sagace apprese *,
Riparando il foco ardente
Di quel vago e novo arnese
Ad usar più dolcemente;
Onde rise il nume armato
Che le stava all'altro lato.
Ella i guardi a lui volgeva,
All’orecchio gli parlava,
E il bel volto nascondeva
Dal marito che guardava,
E così sfogava il core
Sotto l'ala dell'Amore.
Spesso ancor si ricopria
La metà delle pupille;
E piu forte l’assalia
Condensando le faville,
Che feria n con più rigore
Sotto l'ala dell’Amore.
Or dal sommo de' bei labbri
Accennava i molli baci;
Or uscien de' bei cinabri
Sospiretti e ghigni audaci;
Or nasceva un bel rossore
Sotto l’ala dell’Amore.
Niente di più leggiadro uscì dalla penna del Parini sul giocoso
argomento de’ parafuochi e de* ventagli ; chè se certi suoi epi-
grammi non mancano di sale, mancano però d'urbanità. Quello,
p. es., in cui le vuote teste de’ cicisbei son paragonate alle ven-
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E. BERTANA
tole (il XXIII), è più pungente che elegante; e queiraltro che gli
somiglia (il IV), dove alla capricciosa instabilità del ventaglio è
paragonata la volubile leggerezza delle dame, è più malizioso
che bello. Altri poi, come il XIII ed il XV son conditi di sali
troppo acuti e non s'accontentano di decenti allusioni ai liberi
costumi del tempo, ma con certi doppi sensi ed equivoci rasen-
tano l'osceno (1). In nessuno degli Schei'zi la vena epigrammatica,
così ricca e signorile nel Giorno, ha molta spontaneità e vera
finezza; anche fuori del tema de’ parafuochi e de’ ventagli. Così
il noto epigramma scritto « quando il marito della duchessa Ser-
« belloni erasi per un capriccio diviso di stanza dalla moglie »,
manca incontrastabilmente di garbo, e tra gli epigrammisti del
Settecento, che furono molti e, in paragone di quelli d'altri se-
coli, valenti, al Parini spetta uno degli ultimi posti.
Scarsissima importanza e poca originalità hanno gli Scherzi
rimanenti. L’intonazione del XVII, p.es., è presa dal Metastasio (2);
ma ricantando:
Perchè, mio cor resistere
A tanti affanni e tanti?
Rompi le tue catene,
Ritorna in libertà,
il Parini restò al di sotto del Metastasio, non solo, ma de’ mol-
t’altri a cui piacque il motivo della celebre canzonetta A Nice ,
(1) Il Bettinelli che pur qualcuno degli epigrammi del Parini doveva co-
noscere, almeno quello a Lesbia Cidonia, nelle sue Lettere alla Grismondi
sugli epigrammi ( Opere edite ed inedite , Venezia, 1799-1801, voi. XXI) non
fa motto del Parini come epigrammista, e certo per non biasimarlo, come
biasima giudiziosamente altri epigrammisti scurrili. Lo biasimava invece
il Rosini, il quale asseriva che tra le rime burlesche del nostro « son cose
« da far arrossire Petronio ». Gfr. F. Tribolati, Conversazioni di Giovanni
Rosini , Pisa, 1889, p. 99.
(2) Se non forse anche dalla barzeletta del Giudici , Divorzio amoroso
(Cesare Giudici, La bottega dei ghiribizzi , Venezia, Lovisa, 1738, p. 231),
dove il G. prende congedo dalle donne tormentatrici e saluta la libertà
riacquistata.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
il
e segnatamente del Frugoni (1), che in cotesto genere di lirica
frivola, tra il sentimentale ed il giocoso, riuscì spesso non me-
diocre. Però il Parini probabilmente s’avvide di far opera per-
duta e non andò oltre la seconda strofa; come del pari fram-
mentario è lo scherzo: Dieci lustri ormai compiuti , del quale
ben più ci duole l’interruzione, se, come pare almeno, in esso il
poeta erasi proposto di darci un saggio di giocosa autopsico-
logia (2), che avrebbe avuto forse un certo valore come docu-
mento biografico.
Di nessun rilievo è in se lo scherzo, ossia canzonetta, per la
Giuditta Sopransi la quale, « domandata »
Gli anni suoi di palesar,
Gran portento! disse il vero
Senza un attimo levar;
merito singolare, anche se la Sopransi era ancor giovane; chè
ogni donna comincia almeno dai quindici a levarsi un anno, tre
se ne toglie sui venti, cinque sui trenta, e cosi via, finché non
sa più davvero quanti anni abbia o abbia detto d’averne ;
Anzi a sè mentisce ancora;
Non accorgesi d’errar;
La memoria la tradisce.
Torna indietro nel contar.
Or qui basti notare che le donne, anche nel Settecento, hanno
(1) Cfr. il V voi. delle Opere (Parma , 1779) , il IV delle Poesie scelte
(Brescia, Berlendis, 1783), ed il mio articolo in questo Giornale , XXIV,
337 sgg.
(2) L’ autopsicologia e l’ autobiografia sono frequenti nella poesia giocosa
del Settecento, e come tanti fecero in versi il proprio ritratto fìsico o mo-
rale, altrettanti allora, forse con più sincerità, lo fecero per celia. Ricordo,
per esempio, il sonetto autoiconografìco di P. I. Martelli stampato in fronte
all’ediz. delle sue Opere (Bologna, Della Volpe, 1732) e il capitolo autopsi-
cologico La paura del Frugoni (Opere, IV, 231), ma il Frugoni parla tanto
spesso di sè, eh' è impossibile citare tutti i componimenti in cui pretese ri-
trarsi. Volle pur fare il proprio ritratto il Giudici ( Op . cit., p. 75); lo fece
il Pozzi (Op. cit.. Ili, 3), Cario Cantoni ( Poesie , Milano, Malatesta, 1752, 1, 1),
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£. BERTANA
fatto molto spesso le spese della poesia burlesca (1) ; ma il Pa-
rini, prendendo di mira la loro non infrequente debolezza di
nascondere gli anni, dimostrò un'altra volta che il suo stile,
specialmente nei tòni e nei metri del genere degli Scherzi , ri-
cusava piegarsi ai capricci della musa giocosa, che voglion brio
e spontaneità grandi per non riuscire del tutto pedestri.
III.
Non ci occuperemo di que’ componimenti pariniani che vanno
sotto il nome di Sermoni , come 11 trionfo della spilorceria (2),
Il teatro , Lo studio , perchè quantunque il Reina li abbia inclusi,
sotto quella denominazione, nelle Poesie piacevoli , sono tutt’altra
cosa, e non si dovrebbero chiamare che satire, nel senso clas-
sico ed ariostesco della parola. Già il Parini stesso disse chiaro
di che natura essi sono in que’ versi del Teatro : «c noi frat-
€ tanto De’ satirici carmi opriam la sferza >; e satire si scoprono
poi subito a chi ne consideri lo stile, il metro e l’intenzione;
anche il metro, chè nel Settecento i sermoni, più o meno giocosi,
forse per distinguerli dalle satire e dai capitoli , si scrissero di
regola in endecasillabi piani o sdruccioli, ma sciolti, come le
epistole (3), ed anche in martelliani, versi questi, notiamolo qui
poichè’ci cade in taglio, di cui il Parini non fece mai uso, come
non usò l’ottava e la sesta rima, abbastanza frequentemente ma-
neggiate dai burleschi del suo tempo, ma preferì, pure nelle no-
Gaspare Lapi (in Rime di Giampietro Zanotti, Bologna, Della Volpe, 1745,
111, 248), lo Zanotti stesso (ivi, 148), dementino Vannetti (Opere italiane e
latine , Venezia, 1826-31, VI, 153), Ant. Federico Seghezzi ( Poesie , Venezia,
1749, p. 172) ecc. In un certo senso si può considerare come autobiografico
anche il sonetto giovanile del Parini: « 0 fortuna, o fortuna, crudelaccia »
(Opere, IH, 98; Alcune poesie , p. lxxv).
(1) Più oltre ne daremo parecchi saggi.
(2) Gfr. A. Bum, Studi pariniani , Torino, Clausen, 1895, p. 48.
(3; Una scadentissima ne ha il Parini, Opere , III, 143; Alcune poesie,
p. cvn. Qualche volta però le epistole si scrissero anche in terza rima, come
le otto del Duranti (Rime, Brescia, Rizzardi, 1755).
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 13
velie, di cui faremo cenno più oltre , le strofe polimetriche (1)
(da non confondersi coi metri ditirambici) che i giocosi derivarono
certo dalla canzone libera del Guidi, come dal Petrarca presero,
parodiando, la strofe ed il commiato della canzone regolare (2).
Ma veniamo alle più comuni e, per così dire, classiche forme
della poesia giocosa, che furono più spesso tentate, in omaggio
al gran Cinquecento, anche dal Parini, cioè ai sonetti con o senza
coda ed ai capitoli, che, a seconda della varia lunghezza, furono
anche da taluni chiamati nel Settecento capitolini, capitoletti,
capitoloni, capitolesse, rimanendo però nella struttura metrica
sempre invariati. Cogli altri maestri del « buon secolo », del « secol
« d’oro », appellativi con cui allora si designò il secolo XVI (chè
pei trecentisti gli Arcadi ortodossi ebbero, in generale, più rispetto
che tenerezza) il Settecento pose sugli altari anche il Berni ; quel
« padre Berni » il cui ingegno e la cui fama servirono di pretesto
a tante scioperataggini d’imitatori. « Di gran poeti bernieschi prò-
« duce questa nostra Italia in questo nostro secolo ! », esclamava
il Baretti, accingendosi a menar la frusta sul « quondam Giovan
« Santi Saccenti » e sugli altri tardi seguaci del poeta di Lampo-
recchio (3); ma via ! non era in diritto di meravigliarsene e di
(1) Di queste libere strofe polimetriche alcuni nel Settecento usarono an-
che formare le code dei sonetti. Cosi variò in più modi la struttura metrica
delle code il Pozzi ( Op . cit ., Ili); ma il Parini invece s'attenne al solito
schema.
(2) Cosi il Parini nella canzone In morte del barbiere. Cfr. Opere , III, 27.
(3) Frusta letteraria , Milano, Sonzogno, 1830, p. 332. — Come avvenne
che il Baretti, cosi caldo fautore del genere bemiesco prima di spatriarsi,
tornasse poi in Italia così pieno d'avversione contro uno dei gusti letterari
più decisi della sua giovinezza? Gli anni e le nuove idee acquistate in In-
ghilterra ebbero in ciò, senza dubbio, la loro parte d'influenza; ma forse, e
non minore, ve l'ebbe la parola del Bettinelli, col quale il Baretti, senza pa-
rere, andò d'accordo assai più che non si pensi; e non crederei che tale ac-
cordo, manifesto in tanti punti, fosse tutto accidentale. Nella XI delle Let-
tere inglesi il Bettinelli prometteva una lettera intera sulla poesia berniesca,
che meritava d'essere combattuta come una delle piaghe, uno de' maggiori
« abusi » della letteratura italiana. E mantenne la parola, perchè la lettera
seguente (XII) è tutta rivolta contro i bernieschi, i quali egli non sa « qual
€ pregio sabbiano e qual valore »; anzi, lasciamolo parlar lui, « a dir vero
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E. BERTANA
stizzirsene lui, che già facendo il proprio ritratto , aveva detto
al Co. Camillo Zampieri:
Drizzo la fantasia
Dietro le cose liete spezialmente,
E poco men che non so il Berni a mente.
Gran Berni veramente;
Gli era pure il grand'uom quel bell'umore!
Quest'è lo mio maestro e lo mio autore (1).
Allora egli non spasimava solo pel Berni, ma era amico anche
di tutti i più fedeli seguaci di lui; anzi vagheggiava certo flori-
legio di poesie berniesche moderne, a cui pensò a lungo, senza
giunger poi ad effettuarne il disegno, sebbene il Quadrio l’an-
nunziasse solennemente come un grande avvenimento letterario,
direbbesi oggi, nella monumentale sua Storia e ragione d'ogni
poesia (2). In grazia del Berni, senza punto adombrarsi delle
« mi sembrano la plebe dei poeti cotesti bernieschi al linguaggio , al pen-
« sare, all'impudenza, giacche ben sapete come i più accreditati sono i più
« licenziosi, e prendono dalle oscenità la maggior parte delle facezie ». Questo
pei discepoli , ma anche il Berni stesso non è risparmiato , e in una nota
il Bettinelli rincara la dose de' biasimi che già gli avevano dato il Modicio ,
il Marini e Nicolò Villani. Egli sa bene che la licenza dei cinquecentisti era
stata « frenata » nel secolo XV111 ; ma dolevagli che il poetare berniesco
fosse € ancora alla moda » e che fossevi « qualche poeta di merito e di ta-
€ lento che aveva cambiata la bella poesia , quasi noiandosi di servir la
«reina, in questa fantesca plebea ». Imbrancava tra i bernieschi il buon
Passeroni per il suo Cicerone e tiravagli una stoccata, riservando botte più
fiere agli amatori, così numerosi a Venezia, delle « stanze in lingua rustica
«(fiorentina e toscana»; nè c'è bisogno d'aggiungere che tra lui e i Gra-
nelleschi non c'era buon sangue. Ma le Lettere inglesi son posteriori alla
Frusta , dove il Baretti aveva già menate botte da orbo sugli antichi suoi
correligionari in poesia. Verissimo; però sono anteriori alla Frusta di ben
sei anni, le Lettere di Virgilio, dove il Bettinelli col Berni e i suoi seguaci
s’era mostrato già abbastanza severo, come può vedersi da alcuni paragrafi
della Scelta e riforma de * poeti italiani per comodo della vita e della poesia, \
aggiunta alla lett. IX.
• (1) Baretti, Poesie , Milano, Pirotta, 1819, p. 126. E lo stesso voto di fe-
deltà al Berni è ripetuto nel capit. a Giorgio Bruckner, p. 32. Cfr. anche
a p. 26.
(2) li, P. 1, p. 564.
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IL PÀRINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 15
parolacce sguaiate e de’ sguaiati pensieri, frequenti ne’ versi del
medico mantovano, fu ammiratore ed amico caldissimo del dr.
Vittore Vettori , eh’ egli ed altri (1) allora riguardavano come
insigne discepolo del sommo maestro; e perciò indirizzavagli
quel capitolo pieno d’alte lodi pel rinnovatore della « poesia ber-
« niesca pura e piana » , ove dispensa pure lodi e biasimi ad
altri contemporanei più o meno eccellenti nello stile giocoso (2),
secondo che più o meno davvicino seguivano Torme del Berni (3).
Ma forse appunto perch’egli era tanto infervorato del modello,
non mostravasi fln d’allora egualmente benigno a tutta la gran
turba degli imitatori. In una lettera allo Zampieri (4), la qual
(1) L'AflÒ tra questi {Dizionario precettivo critico ed istorico della poesia
volgare , alla voce : Poesia bemiesca) giudicava il Vettori primo tra i mo-
derni seguaci del Berni.
(2) Ricorda il Bertoldo , in cui c* è, tra molta robaccia, « alcuna scappa-
te tella alla berniesca »; il Grillo ed il Gonnella , pei quali non avrebbe
dato un quattrino; Luigi Giusto e Gasparo Gozzi, da lui veduto a Venezia
quando « il Berni non era ancora il suo autore * e € non conosceva ancor
« la sua maniera »; i begli ingegni milanesi che avrebbero avuto genio per
cotesta poesia , come il Balestrieri, il Tanzi , il Passeroni ; il quale, se era
ricco di < molta invenzione », non curavasi però di scrivere in pretto stile
bemiesco e lasciava volentieri « i quinci , i linci e le frappe di Toscana e
« i trinci », quelle chicche fiorentinesche insomma di cui egli , il Baretti,
era allora, e fu un po' sempre anche dopo, ghiottissimo. Cfr. il cap. al fio-
rentino Giuseppe Paoli, dalle cui labbra pendeva a Venezia, udendolo par-
lare quella dolce lingua di Mercato Vecchio, che lo mandava in solluchero
al solo pensarci:
Mercato Vecchio mi farà poeta,
Mercato Vecchio sarà lo mi’ autore,
Mercato Vecchio sarà la mia meta.
(3) La chiusa del capitolo al Vettori è questa:
Io l'ho sempre col Berni. In tatto il mondo
Non c'è poeta che più mi contenti,
E che mi paia più dolce e giocondo.
E gli to' bene quanto a' miei parenti,
Perch' egli dice tatti i suoi pensieri
Con bella lingua e rime ubbidienti.
Lo leggo, lo rileggo volentieri
Di chi lo segue sono tosto amico;
Perciò eh’ i’ ri sia tale è di mestieri,
E tale in sempiterno a voi mi dico.
(4) Lettere d' alcuni illustri italiani del secolo XVIII e XIX a’ loro
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E. BERTANA
dev’essere del dicembre *41, cioè di poco posteriore al capitolo
al Vettori, chiede all'amico d’Imola « qualche sua gentil fattura
« berniesca », ed a proposito di tal genere di componimenti, di-
chiarandosi concorde collo Zampieri, scrive: «Questo comporre
« da pochissimi è inteso , benché molti credono con dire delle
« magre, stucchevoli giarde, far ridere la gente; e gli allocchi
« e le ghiandaie si rideranno, ma noi no, e domine no ». Ed in-
tanto per far conoscere al mondo qual fosse il vero e genuino
stile giocoso, preparava quell'antologia de' bernieschi moderni,
in cui avrebbe messi componimenti « dello Zampieri, del Vettori,
« del Grazioli (1), del Riviera (2), e di qualche altro di questo
« taglio ». Nelle Lagrime gel gatto del Balestrieri , « cosa non
« più vista », c'eran bensì de' « componimenti squisiti, ma squi-
« siti », però ve n'era entrato anche qualcuno « ladro all'ultimo
« segno » (3), che il Balestrieri aveva dovuto rassegnarsi a la-
sciar correre; solito guaio delle raccolte! Ma il Baratti erasi
proposto di non accogliere che i migliori , e non ostante cosi
stretto rigore, diceva d’aver già materia per tre tomi! Però sei
anni dopo, nel '47, allo stesso Zampieri scriveva d'aver « quasi
amici ecc., Reggio , 1841 , 1 , 68 sgg. — Parmi diretta pure allo Zampieri
una lettera (da Venezia, 22 luglio 1747, probabilissimamente inedita) che si
conserva nella bibl. Civica di Torino (collez. Cossilla) e che parla di versi
bernieschi aspettati e fatti, oltre al gran lavoro che davagli allora la tra-
duzione di « messer Cornelio ». Ivi pure è un'altra curiosa lettera del Baretti
al Lami (da Torino , 28 del 1750) per ottenere , con modi franchi e disin-
volti fin troppo, che le Nocelle letterarie fiorentine facessero buon viso ai
versi giocosi da lui allora pubblicati.
(1) Alessandro Grazioli, bolognese, amico e corrispondente del Vettori.
(2) Il dr. Guido Riviera, piacentino, autore, oltre che di varie rime pia-
cevoli, anche di tragedie, tra cui un’ Agrippina; amico e corrispondente
anch’esso del Vettori, e da questi ricordato nella dedica delle Piacevoli rime ,
ed. cit., nelle quali (p. 74), trovasi un capitolo al Riviera, ove è ricordato
un altro famoso capitolo del Riviera stesso sopra 11 Brachiere . Su costui
vedasi l’opuscolo della sig.» Clelia Fano: Guidò Riviera poeta piacentino
del secolo XVIII , cenni bibliografici seguiti da alcune poesie del Riviera, ,
Piacenza, 1892.
(3) Tale, p. es., un capitolo del dr. Bressani , trevigiano , contro il quale
pare che il Baretti sostenesse una piccola guerra letteraria. Vedi lettera cit.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 17
« deposto il pensiero di stampare quella raccolta , per alcune
« molto forti ragioni » ; prima fra tutte questa : eh* essendogli
state offerte « da alcuni signorazzani grandi grandissimi alcune
« loro rime molto ladre e pessime anzi che cattive », non aveva
voluto « sconciare il libro », inserendovele , o inimicarsene gli
autori, rifiutandole. Per trarsi d’impaccio aveva anche pensato
di stampar tutto, omettendo il nome del raccoglitore ed i versi
suoi propri, chò di questi ormai poteva formare a parte « un
«c tomo convenevole » , ciò che infatti egli fece tre anni dopo,
senza più curarsi della raccolta , pubblicando quell’ « opera ga-
« lante Da passar ozio e da fuggir mattana », raccomandata al
pubblico da quattro stanze proemiali del Gozzi, che stava allora
per metter fuori anch’egli le sue Rime piacevoli (Lucca, ’5i) e
che dello stile berniesco già passava per grande intenditore e
promotore.
Studiare ed imitare il Berni era, secondo il Gozzi, un dovere
per ogni letterato; e diceva:
Trovatevi una penna come un palo
£ cominciate a scrìver giorno e notte
In questo stil ch'egli è come un regalo
Fatto all'errante mondo dalle dotte
Suore Castalie (1);
nè occorre recar prove della venerazione in cui egli e tutti i
Granelleschi tennero quello stile (2). L’Algarotti poi, i cui giudizi
nel Settecento pesavano troppo più che non pesino adesso, scri-
vendo nell’ottobre del ’59 a Giampietro Zanotti , facevasi inter-
prete del culto allor quasi universale pel gaio cinquecentista;
« omeriche » ne giudicava le pitture, auree le dottrine che qua
e là tralucono sotto gli scherzi; e quel che poi andavagli « al
(1) Capitolo postumo, edito a Venezia (Pinelli, 1814), e cit. dal Tommaseo
(Storia civile nella letteraria , p. 234). Manca all'ediz. delle Opere del Gozzi
(Bergamo, Fantuzzi, 1829) alla quale rimanderemo sempre in seguito il let-
tore.
(2) Tanta venerazione essi ebbero pel Berni , da mescolarne il nome con
quelli di Dante e del Petrarca, e, p. es., nel coronale di sonetti contro il
GiomaU ttorieo. — Sappi, no L 2
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E. BERTANA
« cuore » era < quella sua purità e grazia di lingua »; onde non
esitava a « coronarlo e mitriarlo » sopra tutti i poeti del secol
d’oro. È vero che , lodato costui , nominava a titolo di biasimo
parecchi suoi seguaci e non spendeva una parola di lode per le
fatiche berniesche del vecchio Giampietro (1); è pur vero che,
secondo il Frugoni, ritenevasi « al dir d’esperte genti »,
Chiari ed il Goldoni fatto dall' ab. Gio Antonio De Luca, lancia spezzata e
speranza dei Granelleschi, contro i due eretici ai legge:
Lo studio degli antichi è sì smarrito
Che inreoe d’aver Dante per le mani
Fan tutte genti Tersi martelliani
Godendo d’isfbgars il lor prurito.
Petrarca poverino ed il Burchiello,
Pulci, Medici, Borni ed altrettali
Son sculacciati e cacciati in bordello.
Nuova raccolta di operette italiane in proto ed in versi inedite o rare ,
Treviso, Giulio Trento, 1795, X, 27 sgg.
(1) Algarotti, Opere, Venezia, Palese, 1790, X, 3. « Grandissima ragione
€ voi avete di passarvela allegramente col Berni, e farvi intrattenere da
« quella tanta sua piacevolezza, come facevano i più culti signori del Gin-
« quecento. Qual grazia non ha egli veramente tutta sua propria! Che sa-
« poro nativo! Che poeta non ò egli quando esserlo si conveniva? Ma lo
Zanotti non aveva sempre atteso allo studio del Berni ed aveva preferito
scrivere alla propria maniera. Cfr. il suo capitolo A mons. N. N. (Opere,
ed. cit.. Ili, 214), ove dichiara che lo scrivere « alla berniesca » gli coste-
rebbe troppa fatica, e che scrivendo,
oom’ più si mena a più si liscia.
Peggio n'awien ; però gli è meglio fare
Come si fa, quando si caca o piscia.
Cioè lasciar la natura operare,
Sansa adoprar aringa o serri rial e,
E venga quello stile che gli pare.
Col fratello Francesco Maria ridevasi delle affettazioni fiorentinesche e cru-
scanti (tiri, p. 244); ed al dr. Gianfrancesco Beni dichiarava (ivi, p. 274) :
Al mo' ch'io so lo scrivo, e tiro avanti,
E la voce sia toeca, o sia lombarda,
% Fo di non avvedermene sembianti.
E con lui altri giocosi del Settecento in pratica ed in teoria furono ribelli
a Firenze; così il Cantoni ( Op . cit., I, 96) diceva di scrivere « in rozza e
« piana favella », senza
Aver obbligo o riguardo
Alla Crusca di Fiorenza,
Da Lombardo;
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IL PÀRINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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Più ch'eguagliar di Berma lo stil ghiotto
Facile trarre a leon vivo i denti (1);
ed è verissimo che il Parini , maturo ormai d’anni e di studi,
cosi ammoniva: « Le poesie di Francesco Berni sono utilissime
« per l’uso della lingua in cose famigliai e piacevoli. Chi non è
« nato buffone quanto lui, e chi non ha come lui il vero intrin-
« seco atticismo della lingua non pensi di seguirlo poetando, se
4 non vuole accrescere il numero degli sciocchi che si sono ren-
4 duti ridicoli e dispregevoli imitando il carattere originale di
4 lui > (2); ma non per questo la smania d’imitare tanto perfetto
ed inarrivabile autore cessò di pungere gli Arcadi di tre o quattro
generazioni (3).
rv.
Cotesta imitazione fu però spesso assai libera ed indiretta e
sempre più estrinseca che intrinseca. I più comuni e, vorrei dire,
fondamentali motivi della poesia berniesca sop due: la lode ed
così il Qaleotti, per aggiungere un altro esempio, nel 1 canto del Don Min-
gono del Poggio poeta e pedante ( Poesie cit., Il, 4) :
Lombardo sono e parlo d’ira lombardo
Per cui non lice di lodar la Crusca ;
Inoltre in me detto saria bastardo
Un tal linguaggio.
(1) Opere , IV, 195. È uno dei molti capitoli al march. Pier Maria Della
Rosa, che, secondo il Frugoni, sedeva in Parnaso
In tra meseer Petrarca e il Bornia nostro.
(2) Principi delle belle lettere applicati alle belle arti, P. II, cap. V.
(3) Uno dei più perseveranti neirammirazione del Berni, verso la fine del
secolo, fu certamente G. Vannetti, che l’esempio del lamporecchiese propo-
neva non solo a sé , ma anche agli altri , tra i quali il suo concittadino
ab. Giuseppe Pederzani, « pien di lingua, ed il petto del Boccaccio e di Dante,
« faceto scrittore in prosa e di faceti capitoli facitor solenne »; e gli scriveva
nell*87 : « In somma delle somme voi dovete essere esso Berni risuscitato ».
Gfr. L'Epistolario , o sia scelta di lettere fautori viventi , Venezia, Gra-
ziosi, 1795, p. 143. — 11 Vannetti poi fu fecondo di sonetti, di capitoli e
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E. BERTANA
il biasimo paradossalmente tessuti; il biasimo di ciò che univer-
salmente si loda , la lode di ciò che universalmente si biasima,
o non si prezza, o non merita poetici encomi; ed il carattere
proprio di essa (nonostante le profonde cose che gli ammiratori
ravvisarono sotto le celie) è una cotal frivolità e spensieratezza,
che, specialmente ne* componimenti de* primi discepoli, rasenta
la scipitaggine; onde il Rosa, nella II Satira , pigliandosela coi
cicalatori che lodavano « fava, mele e mellone, ricotta, ghiozzi
« e zucca, anguilla, savore e cardone >, esclamava indignato:
0 Febo, o Febo, dove sei condotto!
Questi gli studi son d'un gran cervello,
Sono questi i pensier d'un capo dotto,
Lodar le mosche, i grilli, il ravanello
Ed altre scioccherie ch'hanno composto
11 Beroi, il Mauro, il Lasca ed il Burchiello.
Tali vuoti giuochi d’ingegno piacquero anche ai settecentisti,
ma non ne abusarono; ed in generale, con minor grazia di forma,
men sapore di lingua, meno spontaneità d*arguzia, quando vol-
lero esercitarvisi, riuscirono, per quanto stucchevoli, meno vani.
Al Gozzi (i) piacque, p. es., lodare il Cristero , il Fischio, la Con -
valescenza , il Bilboquet , il Tupè, ed io non dirò che in cotesti
capitoli sienvi i « sensi non solamente gravi, ma amari » che il
Tommaseo (2) riscontrava nelle poesie scherzevoli dell’autore ;
tuttavia , in paragone d’altri capitoli di cinquecentisti (s’escluda
pure il Berni) e di secentisti , essi paiono nella loro levità mi-
rabilmente sensati. Il concetto dell’utile congiunto al dolce fu
troppo radicato nelle menti degli Arcadi perchè essi volessero
di proposito chiacchierare sempre a vuoto , anche scherzando ;
d'altri versi bernieachi assai più che non paia dalla citata ediz. veneziana
delle sue Opere italiane e latine ; qualcuno se ne riscontra nella sua po-
stuma Educazione letteraria del bel sesso (Milano, Pirotta, 1835) e moltis-
simi nella importante raccolta delle sue Prose e poesie inedite (Milano, Ber-
nardoni, 1836), voi. II, pp. 3541, 113-173.
(1) Opere , XIX, 61, 65, 93, 124, 181.
(2) Storia civile ecc., p. cit. Non ne reca però alcun esempio.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 21
e se riuscirono vuoti , ciò avvenne contro la loro intenzione ;
ch'essi seppero, o credettero saper troppe cose, furono o si sti-
marono troppo filosofi per rinunziare alla filosofia e alla dottrina,
anche ne' componimenti meno gravi. Lasciamo stare il buon Pas-
seroni, il quale ha sempre le sue brave moralità da schiccherare
e quando loda o biasima qualche cosa, con quel suo candido in-
gegno, quasi scordandosi la professione di poeta berniesco, parla
sul serio (1), e fra le timide e castigate facezie ha sempre qualche
cosa di utile da insegnare (2); ma prendansi anche i più ridan-
ciani, nei temi più frivoli: il P. G. G. Cordara, p. es., che cantò
giocosamente, tra l'altro, anche in biasimo della Pulce , della
Mosca e della Zanzara (3), e troverete che in un capitolo proe-
miale intitolato Ot Insetti, il quale forma cogli altri tre una cosa
sola, il faceto gesuita trovò modo di sciorinare un po’ di preten-
ziosa erudizione scientifica. Coteste erudizioni scientifiche non è
dei resto difficile trovarle nella poesia burlesca del Settecento,
(1) Veggansi, p. es., nelle Poesie piacevoli cit., pp. 201-231, i tre capitoli
In lode della caccia , contro la quale invece il Saccknti ( Rime , Firenze,
Fraticelli, 1840, I, 20) snocciolò tante buffonerie. Tra i pochissimi compo-
nimenti del PaBseroni veramente giocosi è da ricordare il bizzarro sonetto
contro il giuoco (Poesie piacevoli cit., p. 407), al qual vizio del secolo an-
che il virtuoso prete nizzardo pagò il suo tributo , perdendoci , si può cre-
derglielo, i suoi pochi « baiocchi a.
(2) Cfr. i tre capitoli a Zaccaria Betti, quel del poema sul Baco da seta ,
loc. cit., pp. 76-101.
(3) Oltre che nelle cit. Opere del Cordara, si leggono nel cit. voi. LII
del Parnaso italiano , pp. 329 sgg. Lepido e libero anche troppo, special-
mente per esser opera d'un gesuita, è il cap. contro le pulci; le quali stanno
volentieri addosso alle donne e son, come queste « dispettose, finte, scaltre,
« maligne, invidiose e ghiotte ».
Fossero caste alment
Ma spesso, tanto sono invereconde,
Le trovo in attnal fornicazione
Oltre di cbe quel Unto raggirarsi
Per le brache degli nomini, non pare
Segno di pudicizia da ammirarsi.
Degli uomini e dei preti anche; anzi accadde che un prete bestemiasse
« come un luterano » mentre diceva il mattutino perchè' frattanto « una
< pulce il rodea dove sapete ».
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22
E. BERTANÀ
e di sì strano fenomeno, a cui abbiamo fin dal principio accen-
nato, l’esempio più curioso è forse il capitolo del Borsetti, Proe-
miale d'un viaggio fatto dalV Autore per l'orbe deUa Luna (1);
ma qui ci preme sopratutto notare che anche il Parini alluse a
cose scientifiche in due sonetti, di grave significato, è vero, i
quali però, non senza ragione, furono posti tra le sue poesie
piacevoli.
Ognuno che ha famigliari le minori rime del Parini, ricorda
il sonetto, non compreso nelle Alcune Poesie , che assai proba-
bilmente fu composto poco prima o poco dopo il dialogo Della
Nobiltà e letto a quei Trasformati , che , per essere ospiti d’un
conte e nobili essi stessi la maggior parte, mostravansi tuttavia,
secondo l’indole del tempo, tollerantissimi in fatto di dottrine
egualitarie; innocenti dottrine, che nella loro immensa diffusione
fornivano materia persino agli scherzi de’ nuovi bernieschi filo-
sofanti. In questo sonetto giocoso di stile e filosofico d'intendimento
il Parini ha proprio voluto sfoggiare, non senza esattezza, il suo
corredo di cognizioni fisiologiche:
Nel maschio umor più puro un verme sta.
Che poi che uscito in altra stanza entrò,
In un cert'uovo ad albergar sen va,
Che solo in vita mantener lo può.
La madre poscia in alimento dà
Del sangue a lui che in lei soverchio errò;
Sì ch'uom perfetto in nove lune egli ha
Onde portar le brache al mondo, o no.
Ma stanco alfin di star rinchiuso più,
Sauarcia il mantel che sino allor vestì,
Poi ch'è rivolto con la testa in giù.
Nicchia la madre; ed ei con mani e piò
S'aiuta infin che il primo varco aprì;
Così nasce il villano, il Papa, il Re.
(1) Ferranti Borsetti, Colpi alVaria , Ferrara, Pomatelli, 1751, p. 295.
Vedi quel che il Borsetti scrisse in una nota al cap. stesso (p. 305): « Im-
€ pegnato a comporre e recitare in berniesco nella Selvaggia letteraria adu-
c nanza, inventossi un viaggio fantastico per l'orbe della luna ed intraprese
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IL PÀRINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
23
Sembrami assai dubbio che al Panni maturo questo componi-
mento, astraendo dal concetto finale, potessse piacere ancora ; ma
non devesi dimenticare che probabimente da tali versi di gusto
poco fine derivò queir arditissimo e bello del Giorno , in cui
vediamo « nuotare »
Nell'onda genitale il picciol uomo.
Se in cotesto sonetto Timagine è presa dalla generazione del-
l'uomo, nell'altro (1), che pure ha evidente affinità di concetto
col Giorno , dove il Parini sferzò non soltanto gli « illustri », ma
anche i « fortunati », a cui « del sangue emendavano i difetti
« i compri onori », la mossa è presa dalla generazione degli in-
setti e dalle controversie scientifiche intorno ad essa.
Chiunque dice che impossibil sia
Che fuor dal putridume escan gl'insetti,
Perchè non ponno uscir cosi perfetti
Fuor del fastidio e de la porcheria,
ponga mente a quel che tuttogiorno si vede nel mondo. Cosi
Noi veggiam, per esempio, uscir sovente
Dal fango alcun villan che asceso in alto
Si paragona pur col più potente;
e chi mai lo direbbe uscito « da la mota, anzi dal niente »
Col gioco, verbigrazia o coll'appalto? (2).
« formarne un burlesco poema »; egli ne compose però solo tredici (e non
sono pochi) canti o capitoli, dei quali uno solo, il primo, fu stampato intero;
gli altri furono a brani inseriti in varie note apposte dall'autore ai Colpi
alVaria . Recentemente il sig. L. Qhidoni pubblicò del B. (per nozze) Un capi-
tolo inedito , Ferrara, 1893. Come saggi di poesia scie ntiflco-gi ocosa ricorderò
ancora il capitolo Del latte per uso della medicina (Perugia, 1774) del dr.
Luigi Bertini lucchese, autore d'altri tre canti o capitoli Del cuore e della
circolazione del sangue (Lucca, 1795); il capitolo su Le acque di Recoaro
del co. Francesco Riccati (in Nuova raccolta di operette ecc., Treviso, Giulio
Trento, 1795, IV, 30), e l'altro capitolo, forse dello stesso Riccati, Sopra
il quesito in che consista la buona agricoltura rapporto al nostro clima
e qual sia il metodo più adatto per propagarla (uri, 111, 33).
(1) Opere , III, 58,68. Tutti e due cotesti sonetti non sono compresi nelle
Alcune poesie.
(2) Allusione manifesta ai fermieri arricchiti e poi nobilitati, contro i quali
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E. BERTANA
V.
Ma è semplicemente poesia giocosa cotesta? Ed è semplice-
mente giocosa, p. es., anche la novella del Parini (1) t Ciarla -
iani y che termina con quella lunghissima serie d'esempi e di ri-
flessioni morali, di frizzi e di consigli su questo tòno:
0 voi che m’ascoltate.
State attenti a le cose
Troppo meravigliose.
Non vi lasciate stordire al rimbombo;
E nel prestarvi fede
Andate cauti e col piede di piombo;
Se non volete a la rete esser colti;
Però che i ciarlatani sono molti?
È vero che tra la poesia giocosa e la satirica le affinità furono
sempre molte; tuttavia non esito ad affermare ch'esse mai fii-
rono tanto frequenti come nel secolo XVIII. Le Poesie piacevoli
del Parini non sono dunque, sotto quest'aspetto diverse da quelle
de' suoi contemporanei ; perchè ne* bernieschi del Settecento ai
lazzi ed alle scede s'alternano spesso spesso osservazioni e pen-
sieri più gravi che l’indole della poesia giocosa non comporti ;
onde quasi tutti avrebbero potuto ripetere que' versi del Can-
toni (2) :
È il canto mio composto ad arabesco
Di morale, di serio e di berniesco.
In una parola, poesia giocosa e satira, distinte nel Settecento ta-
lora solo da estrinseche peculiarità di forma, vennero spesso ad
avere intrinseca identità di materia. Cosi, p. es., trovate che ai-
grande fu il malcontento e acerbe le mormorazioni, nè li risparmiò la mona
vernacola milanese caustica sempre. Cfr. Di Castro, Milano nel Settecento ,
Milano, Dumulard, 1884, pp. 195 sgg.
(1) Opere, III, 35.
(2) Op. cir., I, 9.
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IL PARIN1 TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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Tana ed all’altra offrono promiscuamente soggetti i costumi ed
i pregiudizi del tempo, le abitudini sociali e domestiche (1), l'a-
buso de’ titoli e delle cerimonie (2), il lusso, l’impero delle mode
forestiere (3), le conversazioni (4), le smanie per la villeggiatura
(1) Il Pozzi ( Op . cit. f III, 7) ha, p. es., un lunghissimo sonetto che potreb-
besi intitolare In lode del partorire , lepidissimo invero, ma non senza punte
velenose rivolte alle donne, bollate poi anche dal Parini nel Giorno , che
consideravano la maternità come una sventura, un'insidia alla loro bellezza ;
ed altrove (p. 133) raccomanda ai genitori di non affidare i figli
▲ bosso serro, o a pedagogo ignaro,
Chè dorè non ò gatto, il topo balla . . .
(2) È del giovialone Giampietro Zanotti (Op. cit ., Ili, 153) questa sentenza:
^ 1 titoli consistono in parole,
E Atti sono per li scioperati
Che di fumo s’ingrassano e di fole.
Contro le cerimonie poi, schernite dal Maffei nella commedia da esse inti-
tolata (Màffki, Poesie , Verona, 1752, voi. II, pp. 87 sgg.), si sbizzarrirono in
quell’età cerimoniosa moltissimi; il Fagiuoli (Op. cit ., VI, 92), il Biancardi
(Op. cit. y p. 113), lo Zanotti (III, 226), il Borsetti (Op. city p. 205), il Fru-
goni (Opere, VII, 379), e, per finire, lo Zampieri (Poesie latine e italiane ,
Piacenza, 1755, p. 172), così:
Questo far tatto il giorno rirerenxa
E lasciarsi da altri ri re rire . . .
À me pare nno spasimo, nn martire,
Un snpplislo, nn patibolo, nna morte,
0 s 'al tri ha peggio che si possa dire . . .
(3) Ho già citato il Tupè del Gozzi, e non citerò altri autori che scher-
zarono poi su quell’acconciatura. Ma il Gozzi era stato preceduto dal Ba-
EUFFALDi (Rime serie e giocose , Ferrara , Pomatelli , 1782, III, 28), che al
tupè dedicò una delle sue canzonette, nelle quali prese di mira anche altre
mode francesi ; p. es., L'usanza della barulè allo zendale delle donne (III,
32), L'insaccatura delle vesti donnesche (III, 66), La scuffia detta Papi-
glione (III, 98), Il pentanler (III, 142) ecc. Egualmente il Borsetti mise in
canzone le mode maschili venute d’oltremonti, e diceva di sé (Op. dt. y p. 74):
Custode nel vestir tenace e fido
Son delle vecchie benedette ananas,
Delle mode straniere ognor mi rido;
dichiaravasi contrario alle parrucche monumentali ed incipriate; sghignaz-
zava dietro agli abatini che, in obbedienza alla moda parigina, andavano
(4) Vedi pag. seg.
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E. BERTÀNÀ
che ispirarono al Goldoni la stupenda sua trilogia ed al Gozzi
un de’ suoi gravi sermoni (1), gli studi femminili avversati o
promossi e lodati, secondo gli umori (2), il gioco del lotto, indegna
d'invSrno coi « tabarrin di seta, Pendenti a tergo, a guisa di portiere »;
mentitegli seguitava ad imbacuccarsi nel suo vecchio e buon mantellone di
panno, e non aveva perciò bisogno, come gli abatini eleganti, degli enormi
€ manizzoni » di piuma o di pelo , onde pareva che sulla pancia si strin-
gessero « un paio d'oche, o dimezzato un orso » (tot, p. 185).
(4) Vedi il capitolo del Frugoni (IV, 211) Alla signora N. N n scritto cer-
tamente a Bologna e indirizzato, credo, alla co. Teresa Orsi. 11 poeta narra
alcuni sogni fatti una notte che si coricò col capo pieno di troppo dotti ra-
gionamenti uditi alla conversazione della signora:
SU maledetto quel parlar si dotto
Che in casa vostra, o gentil donna, fessi ;
Ei mila il ceUbro ornai guasto e corrotto.
E quando poso i membri stanchi e lassi,
Non m'offre l’imbevuU fantasia
Che sfere, che triangoli e oompassi.
(1) Se n’ebbe or non è molto una speciale edizione commentata ì G. Gozzi,
Del villeggiare , sermone a P. Fabris , con note di A. Ronchese , Treviso, 1892.
Vedi anche il capitolo di Giulio Trento sulla Villeggiatura , in Nuova rac-
colta di operette italiane cit., I.
(2) Il Vettori ( Op . et*., p. 105) ha un capitolo Al march . Carlo Valenti
che nelT Accademia de* Timidi valorosamente sostenne e provò essere ne-
cessario alla donna lo studio delle lettere ; il Pozzi (Op. cit., HI, 82) ha
una canzonetta intitolata La donna dottoressa, che conclude cosi:
Vostra sia cura e pensiero
L’allerare bene i figli,
E lasciate che sappigli
Ciascun uomo al suo mestiero:
Seguitate Tantic’ uso
Di trattar conocehU e fuso ;
ed un’altra (ivi, p. 85) in cui finge recitare la palinodia in onore delle donne
contro chi le vorrebbe escluse dall'arti e dalle professioni liberali, mentre
invece seguita a dare ad esse la baia. Il Borsetti (Op. cit., p. 74) ha nn
curioso capitolo Alla signora Polissena che aveva chiesto, ma invano, d’es-
sere ammessa all’accademia della Selva in Ferrara, nella quale le donne
non potevano essere ammesse. In questi ed altri congeneri componimenti
burleschi ricorrono gli argomenti che prò e contro gli studi delle donne
8’ adoperarono da chi nel Settecento ne trattò seriamente; cfr. Discorsi ac-
cademici di vari autori viventi (Antonio Vallisneri, Guglielmo Camposam-
piero, Gio. Antonio Volpi, Aretafila Savini De Rossi, Giuseppe Salio, Maria
Agnesi) intorno agli studi delle donne ecc., Padova, Manfrè, 1729.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
27
truffa, in cui sperano i gonzi (1) o il ritratto delle aberrazioni
filosofiche e politiche del secolo proteiforme (2). I bernieschi del
Settecento andranno ancora a caccia di soggetti strampalati e fri-
voli, che diano loro agio di sbizzarrirsi in ingegnosi paradossi ed
in piacevolezze oziose; cosi il Pozzi, un de' meno insipidi, anzi
de’più arguti, sciuperà tempo a comporre un capitolo In biasimo
delle campane (3), il cui suono « maledetto » fu « inventato per
« penetrare Oiù per la nuca a l’intestino retto » , sforzandosi a
dimostrare « con ragioni fisiche e morali », che sono « perfide,
« scellerate » e « ch’hanno in core Gran parte de’ peccati capi-
« tali »; cosi il Fagiuoli, tra i’altre sue baie, canterà le lodi del
Dormire , del Campanile di Pisa , del Fagtuolo , della Civetta,
della Sordità, della Colta, della Zucca, ed anche del Vento (4);
ma tra coteste inezie scipite, eccovi, p. es., un argomento non
futile, trattato dal Fagiuoli quasi sul serio, nel capitolo al cava-
liere Pietro Minucci volterrano, In biasimo della guerra (5),
contro la quale non declamarono soltanto i poeti seri del Sette-
fi) Ha quest'argomento e questo scopo un sonetto del bresciano Jacopo
Mocini, Giornale poetico, ecc., Venezia, 1794, quaderno IV, p. 138.
(2) Un Ritratto del secolo presente fu composto e recitato dall'ab. Ber-
lendis in un'accademia tenutasi nel teatro Olimpico della sua patria il 22
settembre 1791. Son poche ottave di fattura scadente, ma briose e sensate,
che rappresentano, non senza umore, il secolo decrepito, dagli acciacchi e
dall'ebbrezza inchiodato a letto, mentre intorno alla stanza pendono appesi
gli abiti suoi vari (Giornale poetico cit., loc. cit.).
(3) Op. cit -, III, 40.
(4) Fagiuolaia cit., II, 218, 244, 266; IV, 103: VI, 29, 23; IV, 17; I, 35.
Quest'ultimo capitolo così comincia:
À vendo an dì scartabellato il Bersi
Con tatti i saoi segnaci a mio talento,
Che eon da più di cinqne o tei quaderni,
Non ci trovai, del che me ne lamento,
Nemmeno an verso sol che fosse fatto
Da quegli ingegni per lodare il vento . . .
(5) Op. ctf., VI, 47. 11 Minucci era già stato in guerra, e non ostante la
palla di moschetto che avevagli rotto un ginocchio, desiderava di tornarci.
Di ciò si meraviglia il Fagiuoli e non sa persuadersi com' uno il quale fu
li lì per andarsene all’altro mondo possa aver voglia di rimettersi allo sba-
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B. BERTANA
cento (IX ma anche, al modo loro, parecchi bernieschi, come il
Vettori (2X il Galeotti (3X il Baruffaidi (4) ed il Saccenti (5).
Uno dei più mediocri, quel Sebastiano Biancardi già menzio-
nato ( Ortanlo , in Arcadia, e meglio conosciuto e lodato a’ suoi
dì come poeta melodrammatico, sotto il pseudonimo di Domenico
LalliX benché abbia forse più scritto che letto, conobbe tuttavia
i Cinquecentisti; ma con poco vantaggio, a dir vero, del suo
stile, che rimase svigorito e sciatto, senza alcuna grazia e pro-
prietà d'elocuzione. Or chi voglia vedere in che si differenzi la
raglio. Ma poniamo che invece d’essere ammazzato, ammazzi; ebbene, < Tarn-
« mazzere altrui »
Vi par ella sua cosa da lodarli?
In guerra ammazzate gente che v'è ignota, che non v'ha fatto alcun male,
« il nemico d'un altro », e cosi € in effetto »
Paté eenx'aTvederreoe il sicario.
Però i soldati « han trovo certi rari vocaboli », coi quali coonestano la lor
professione :
L'osar mi 11 'arti fraudolenti e tristi
Si chiamai! stratagemmi, ed il rubare
8on gloriosi militari acquisti !
Cosi passo passo viene a concludere che quel del soldato è mestiere assai
peggio del birro, il quale pò* poi « cose se non giovevoli non fa » e € tiene
« dai birbi il mondo asciutto », impedendo i disordini, mentre i soldati com-
mettono disordini e violenze d'ogni sorta. E a chi gli dicesse che così parla
par paura, risponde che « il titol di poltrone se lo piglia » in pace, e lascia
andare alla guerra i € disperati » , chè i galantuomini devono starsene a
casa, lasciando ai re, dai quali si accendono le guerre, la cura di decidere
le loro contese combattendo in persona gli uni contro gli altri. Se così si
facesse.
Oh, si redrebber tanti aggiustamenti !...
Qoeet'ò un negosio eh* io non eo capire:
Quei ch'hanno Hte, stannosi in panciolle;
Io che sto in pace, a litigar debb'ire !...
(1) Cfr. Giornale , XXVII, 334 sgg.
(2) Op. cit ., p. 115, sonetto contro la guerra , da cui tolgo questo verso:
« Bellona è una bagascia e Marte un becco ».
(3) Op. cit, 1, 112, capitolo Sopra la guerra e in lode del generale Bet-
toni, curiosissimo per la contraddizione tra le lodi date all'uomo e il biasimo
(4 e 5) Pag. seg.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
29
poesia berniesca del secolo XVIII da quella del XVI, e non quanto
a lingua e a stile soltanto, paragoni un po' i capitoli del Biancardi
a quelli degli autori da lui studiati. Egli preferì, in generale, quei
soggetti che potevano suggerirgli delle riflessioni morali sui sen-
timenti , sulle passioni umane o sui costumi del tempo, e che si
prestavano ai passaggi dal tono scherzoso al serio. Cosi in altret-
tanti capitoli cantò le lodi della Finzione e della Menzogna , ac-
cennando in più luoghi a concetti degni d’una forma più nobile ;
nè escluderei che il Parini ne conservasse in mente qualche re-
miniscenza quando nel '64 componeva l’ode alla « venerabile Im-
« postura », che nell'ironica intonazione ha pur qualche elemento
di poesia giocosa (1); cantò le lodi della Povertà, dell’ Aspettare,
del eoo mestiere; mestieraccio da « malviventi ». Ma la gloria, la tanto de-
cantata gloria marziale? Baie;
La palma della gloria ò quel timballo
Che anche il nobile «prona ad nacir fuori,
Per infrascar di latri un «rato avallo;
E coll’abbaglio d’immortali onori
Corre in braccio alle prefiche Sorelle
Che gl’intoaan mai sempre il pulerum mori;
Nè s’avrede ch’Enea, dopo di quelle
Onoriflcenti esime parole
Cercò mettere In salvo anch’ei la pelle.
11 Galeotti argomenta come il Fagiuoli, e come gli altri che in tono più
grave maledicevano la guerra ; ma dovendo lodare il Bettoni , conclude :
Lodare il monte, ed appigliarti al piano;
Cosi lodo il guerrler, ma per me dioo:
Fare il poeta egli è un meetier più samo.
(4) Vedi il suo capitolo La nuova leva e specialmente l’ Alfabeto del sol-
dato {Op. cit, II, 289); a cui, dopo aver coperti i soldati di tutte le contu-
melie, aggiunse prudentemente questo distinguo :
Io voglio però dir di quel soldato,
Che mangiando la paga a tradimento.
Sta tutto il giorno in piatta a Aurei vento,
E non intendo dir dell’onorato.
(5) Rime cit., II, 37. Onorato o non onorato , ad un uomo di guerra , di-
ceva invece il Saccenti:
Per l’arte d’ammattar bestie e persone.
Onestar paesi, impoverir la gente,
lo non gli dò la mia benedieione.
(1) I due capitoli del Biancardi ricordano l’ode del Parini assai più dav-
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E. BERTANA
dell' Ignoranza, biasimò Y Invenzione detto scrivere , lodò il Sogno
e Y Uso del mascherarsi ( i), traendo da quest’ultimo argomento
miglior partito che non il Parini , il quale pur volle trattarlo.
La maschera del Parini, già lo dicemmo, non è un sermone; è
un vero e proprio capitolo, composto certo dopo il ’52, ma non
degno neppure della prima giovinezza del poeta. Oltre il Bian-
cardi , anche il Galeotti (2) , fin dal *41 , aveva , in certa sua
giocosa canzonetta, accennato alla vera potenzialità umoristica
dell’argomento, trapassando dalle maschere carnevalesche a quei-
raltre che ci si aggirano intorno tutto l’anno , all’antica e per-
petua mascherata di questo mondo; dove
Se tal vita facciam noi
D'ogni tempo, s'ella è tale,
Non direte che sia poi
Un eterno carnevale?
Il Parini invece ci diede una cicalata in lode della maschera,
diretta contro i rigoristi che s’adombravano di uno spasso tanto
decoroso ed onesto da piacere anche agli Dei :
Lascia gracchiare a questi baciapile.
Che voglion pur che il mascherarsi aia
Una cosaccia disonesta e vile.
Questo per me credo che bene stia
A laici, a preti, a monache ed a frati,
E finalmente a chiunque si sia.
vicino che non 11 Tempio dell' Impostura di A. F. Villa ( Poesie , Pavia,
Galeazzi, 1785, 1, 127), che probabilmente fu recitato insieme con lode pe-
rmiana alTaccademia dei Trasformati. — Quanto alla data deU’/mpoafwra,
seguo il Mazzoni, che ne ragionò assai bene (cfr. anche il suo recente com-
mento a Le Odi , Il Giorno, ecc., Firenze, Barbèra, 1897, p. 19), ma lo seguo
non senza qualche dubbio. Potrebbe anche darsi che l’ode fosse di parecchio
anteriore al *64 e che sia stata composta per quella adunanza dei Trasfor-
mati, a cui servì d'esordio una prosa del Soresi sulla Verità (P. D. Sonasi,
Prose e poesie , Milano, Marelli, 1757, p. 209) o in qualche altra adunanza,
di poco posteriore o anteriore , in cui siasi trattato il tema « morale » op-
posto del rùnpo*fvra.
(1) Op . cit., pp. 127, 178, 83, 117, 158, 167, 186, 195.
(2) Op. cit., I, 111.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 3i
Lasciamo star che l’andar mascherati
Non offende nè il ciel nè la natura
Come voglion gl’ipocriti sciaurati.
Non ci fu Diva sì innocente e pura
0 Nume nel celeste concistoro
Che non volesse un dì mutar figura;
una cicalata, ripeto, in cui della mitologia si serve, come ap-
punto, vedi caso, se n’era servito il Fagiuoli (1) a difendere il
ballo e a dimostrarne l’origine divina. Ai travestimenti degli Dei
accennò giocosamente più tardi anche il Mascheroni (2), ma so-
briamente, mentre il Parini volle enumerarne e descriverne
quanti più seppe, cominciando da quel di Diana, < vergine be-
« ghina » (eccola qui la « celeste paolotta >1) che trasformossi in
gatta, per venire al « Dio barbuto della medicina », che anche
lui prese talora sembianze di bestia, pur essendo un gran dot-
tore, quand'oggi invece (facezia non perigrina) « gli animali
« veston da dottori ». Innumerevoli i travestimenti di Giove, al
quale piacque cambiarsi in toro, in cigno, in pioggia d’ oro, in
becco:
E vuole certo autor Greco, o Romano
Che madama Giunon, ch'era sua moglie,
Lo vestisse quel dì di propria mano.
E coi travestimenti di Giunone stessa ha termine il capitolo, che
arriva a questa conclusione :
Se la maschera piace a Giove e a Giuno,
E a tutti gli altri Dei, lascia gracchiare
Chi a pancia piena predica il digiuno,
E seguitiamci pure a mascherare!
Cotesta licenziosa carnevalata , in cui il Parini , certo ancor
molto giovane e sbrigliato, malgrado il collare, contraddiceva ai
« baciapile », affermando, e forse non del tutto per ridere, ma forse
(1) Op. dt n I, 146.
(2) Poesie , Firenze, Le Mounier, 1863, p. 384, nelle ottave I Mascheroni ’,
recitate all'Accademia degli Affidati nel gennaio del 1788.
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E. BBRTANA
un po’ anche prò domo sua , che il mascherarsi non disconviene
neppure agli ecclesiastici, è un documento dei costumi del tempo,
e ci richiama que’ versi della « correttrice satira » Il Teatro %
dove il Parini stesso, mutate le voglie cogli anni, e coi costumi i
pensieri, schizzò « atro fiele » contro « i vezzosi abatini » pub-
blicamente donneanti, folleggienti in mezzo alle baldorie carne-
valesche e contro quel « Arate Uguccione » , che sotto la ma-
schera sperava invano coprire la chierica ed € il rossor di pizzicar
« le belle ».
VI.
Capitoli e sonetti bernieschi si moltiplicarono nel Settecento
anche sotto forma d’epistole giocose in quella copiosa corrispon-
denza che i letterati tenevano allora tra loro non solo, ma anche
nella corrispondenza coi mecenati , gli amici , i compagni o i
superiori ecclesiastici (1), le dame; sostituendo le lettere fami-
gliari in prosa ed i semplici biglietti di congratulazione, d’au-
gurio , d’invito, di scusa ; servendo a ragguagliare della salute,
d’un viaggio, d’una festa, di mille altre cose; a chiedere qual-
che favore o regalo, regali di leccornie specialmente, chò alla
musa della gola i giocosi del Settecento sagriflcarono spesso e
volentieri (2); senonchè il Parini in coteste varietà del genere
(1) Il Bettinelli non fu, come dicemmo, gran fautore del Barai e dei ber-
nieschi; tuttavia tra i suoi pochissimi componimenti di tal genere, tanto
nell* ediz. dello Zatta come in quella del Cesare , riprodusse il suo capitolo
per l'onomastico del confratello G. B. Granelli ; e il Padre Giuliano Sabb&tini
di Sant'Agata , prima d'esser vescovo di Modena , osava rivolgersi con un
capitolo al P. Pier Maria di S. Giovanni Evangelista, delle Scuole Pie, provin-
ciale della provincia di Genova e suo superiore , dichiarando che la Musa
sentiva « alto rimorso > adoperando tali c rime facili e giulive », presemi
dendo € da Sua Paternità » e avendo in mente solo il < caro e gentile
« amico ». Vedi Sabbatini, Prose e poesie italiane e latine , Venezia, 1765,
p. 112. Le pagine seguenti recano poi altri saggi di questo genere di poesia
spiritosa , frizzante e piacevole .
(2) Chi voglia aver qualche saggio delle lepidezze quasi sempre grossolane
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 33
poco o punto s* esercitò e a noi non accade di dovercene qui
occupare più a lungo (1). E neppure ci dilungheremo intorno
a quelle molte composizioni berniesche, per lo più sonetti, che
hanno per soggetto qualche burla più o meno onesta (di scon-
cissime ne racconta il Frugoni ) , qualche curioso fattarello ,
qualche ridicola avventura o qualche piccola disgrazia toccata al
poeta (2). In questa categoria rientrano i tre sonetti pariniani
con cui si accompagnavano i doni mangerecci, veda il sonetto di Alessandro
Fabri (. Poesie , Bologna, Sassi, 1776, p. 195) nel l’inviare certe frutta ad una
si gnora :
Mangiate vene dieci, o venti al piò.
Ma per fé* vostra, non passate lì, %
Chè mal potreste il cibo espeller giù
Senza il servizio che vi spiacqae an dì . . .
Celebre per la sua ghiottoneria andò G. P. Zanotti , a cui il march. Uber-
tino Landi regalava , decantandogliele in versi bernieschi , « formaggio *
piacentine, e di formaggio riceveva tributo da mezza Piacenza (Poesie, 111,
162, 198); come a lui, lodatore della birba , cioè dell’arte di scroccare (cfr.
Pozzi, Poesie , 111, 13), altri pagarono altri ghiotti tributi ( Poesie , 111, 158,
225). E celebre andò pure per la sua insaziabile voracità, sulla quale scherzò
egli stesso e scherzarono anche gli amici bolognesi, come il Manfredi, Rime ,
Bologna, Pisarri, 1713, p. 75 (cfr. Lettere famigliavi d' alcuni bolognesi di
qzcesto secolo , Bologna, Della Volpe, 1740, 1, 34 sgg.), il Martelli in un’epi-
stola giocosa che manca all’ ediz. dell' opere di lui e si legge nel 111 voi.
delle Poesie dello Zanotti (p. 285), il Pozzi ( Op . cit., 111,53), il Lapi, ecc.;
tanto che intorno a lui formossi una specie di leggenda gastronomica , se-
condo la quale più che nella grassa Bologna egli sarebbe stato degno di vivere
nel paese di Cuccagna descritto in ottave dal gesuita leoniceno Quirìco Rossi
(Parnaso it ., voi. cit., p. 200), eloquentissimo predicatore della corte di Parma
e poeta berniesco. Fra i tanti componimenti in lode di questa o di quella
vivanda non occorre eh' io ricordi la Salameide del ferrarese Frizzi , nè il
poemetto su I maccheroni del tenero Vittorelli ( Poesie , Ancona, Sartori,
4818, p. 151), nè il sonetto caudato II codeghino di Casalmaggiore ecc., del
Frugoni (Opere, III, 265), che, tra i poeti ghiotti, fu ghiottissimo e non aveva
certo alcun diritto di mordere Ser Ciano , Ser D. Gioseffo e tutti I cavalieri
del dente (Opere, V, 106 sgg., 170).
(1) Al peccato della gola non accenna, e assai lontanamente, che un so-
netto del Parini (Alcune poesie, p. lxxxv), quello meschino e quasi insipido:
0 monachine mie questa fanciulla
che però ne richiama un altro del Frugoni (Opere, III, 266).
(2) Parecchie ne ha il Saccenti. Piacevolmente il Galeotti (Op. cit., II,
Qiornal* storico. — Sappi. n« L 8
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E. BERTANA
Sulla malinconia (1) che, se non m'inganno, devon essere degli
ultimi versi giocosi scritti dal Parini, negli anni in cui la moda
letteraria accennava a volgere anche in Italia ai cupi languori
preromantici, dei quali sembra che il classico poeta nostro abbia
qui voluto farsi beffe:
Ohimè! fin qui implacabile e tenace
Malinconia! 0 Morte, ecco la fossa;
Scendiam velocemente a cercar pace.
Pace, orror queto; pace, o non mai mossa
Sepolcral aria ove ogni cura tace;
Pace, o ceneri, o vermi, o teschi, o ossa!
Così non fia che possa
Quello che mi persegue odchio indiscreto
Saper tra’ vivi il mio alto segreto;
Cioè che qui di dreto
Ieri, ohimè, in piazza, il ciel me lo perdoni,
Mi si ruppe la stringa de’ calzoni ;
Talché a battuti sproni
lo fui costretto per mezzo Milano
Correre a casa con le brache in mano.
24, 164) narrò la truffa tentata in suo danno da un avventuriere sedicente
poeta e la destrezza del mendicante borsaiuolo che, chiedendogli l’elemosiiia,
l’alleggerì del fazzoletto. Notevole per una vena d’umorismo che ricorda la
miglior poesia giocosa del nostro secolo è il sonetto in cui il Vettori ( Op.
cit., p. 117) racconta il caso capitatogli quando si trovò un giorno alle prese
con una sentinella tedesca. 11 soldataccio gli spiana contro il fucile; egli,
il povero dottore , prima che il colpo parta, s’ avvinghia al soldato , ed in-
tanto guarda intorno se mai giunga qualcuno a liberarlo; ma i passanti gi-
rano tutti alla larga , lasciandolo nelle peste. Solo un asino gli si accosta
imperturbato, ed alla propria lestezza e all’incoscienza di quella bestia libe-
ratrice egli deve la pelle. La gente che lo vede ormai fuor di pericolo, gli
€ fa le fratellanze » affollandoglisi intorno; ma « Andate alla malora » grida
il dottore,
E buon per me che nella mia sciagura
Non me l’ho fatta sotto per paura.
Dalla mala Tenterà,
Che in me già dirizzava i colpi suoi.
M’ha salvato quest’asino, non voi.
(1) Opere, III, pp. 60-62. Il Reina Opere di G. P. y Milano, Classici it.,
1825, I, 302) dice in nota che questi sonetti furono recitati all* Accademia
dei Trasformati. Se ciò fosse vero, la mia induzione sulla data di questi
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 35
In generale può dirsi che cotesta specie di poesia giocosa, la
quale potrebbesi chiamare aneddotica, sia che narri cose acca-
dute ai poeti o da essi vedute, volge sempre al satirico, vuol
avete anch'essa un significato morale, giungere per mezzo del
ridicolo al serio. Cosi , non bello , ma caustico è il sonetto del
Parini Per un asino entrato nel recinto di una caccia pubblica
datasi per ispetlacolo a Milano nel ilio (1), dove rasino imbal-
danzito, poichò si crede padrone dell’arena, raglia:
Cedete al mio valor, barbari mostri.
Cani tremate, e sotto al mio funesto
Vittorioso calcio ognun si prostri.
Grazie agli edili, io questo suol calpesto,
E son degno di loro; i pari nostri
Trionfan oggi, e il secol nostro è questo.
Quell’altra specie di poesia giocosa, che si confonde colla satira
personale, non fu rara nel Settecento, nè meno intemperante-
mente virulenta che in altri tempi. Vi si esercitò anche il Pa-
rini (2), ma non potendo dir nulla sulle persone contro cui li
diresse, nè delle cagioni de’ suoi sdegni, non occorre qui recar
saggi de’ vituperi ch’egli scagliò , p. es. , contro ser Nanni , o
contro quel legale ingordo che avevaio dissanguato, quel « tal
4L che pare una mummia d’Egitto » e che di certo fu anche preso
di mira indirettamente nel sonetto :
In man d’esecutori e di notai,
Che vuol dir di guidoni e di furfanti ... (3) ;
sonetti cadrebbe; ma l’induzione mia sembrami più probabile dell’afferma-
zione del Reina. Il lettore giudicherà. *
(1) Opera, III, 56. — In occasione di pubblici spettacoli qualche compo-
nimento giocoso ha pure il Saccenti, e di questo genere non mancano nep-
pure le raccolte , come la Raccolta di componimenti poetici berneschi in
occorrenza della sconfitta data da' Cavalieri di Mezzogiorno a quelli di
'Tramontana nel Giuoco del Ponte il 21 aprile 1776 in Pisa, Leyden [Li-
vorno], s. a. ; poiché anche a Pisa, specialmente tra i Polento foghi, la poesia
berniesca ebbe vari cultori.
(2) Opere , pp. 97, 102, 103, 104, 107, 111.
(3) Alcune poesie , p. Lxxm.
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E. BERTANA
notevole, perchè risalendo dalle persone alla classe, vi è fatto
bersaglio, come in tanti altri versi giocosi del tempo, l’avido
genio de’curiali (1). La più nota satira personale del Parini, non
ispirata però da rancori privati, è il sonetto, probabilmente coèvo
alla Recita dei versi , contro il Casti; ma pure contro raolt’altri più
oscuri letterati e per motivi meno seri e disinteressati s’era sca-
gliato il Parini (2); che, almeno in gioventù, non fu meno batta-
gliero e ringhioso di tanti suoi confratelli, nè raen largo di con-
tumelie agli avversari, di quel che portasse l’antico costume de’
letterati nostri ed il tòno proprio dello stile berniesco. Di queste
mischie generali, chè i campioni scendevano talvolta in lizza a
stormi, o di queste singolari tenzoni a colpi di capitoli e di so-
netti, sarebbe lunghissima la storia, pur non uscendo dai confini
del Settecento. Molto potevano sull’animo di que’ letterati , in
tutto il resto così docili e pacifici, la gelosia di mestiere, il pun-
tiglio accademico, la vanità offesa, e molto anche potè, crediamo,
l’esempio del « padre Berni », che con le sue celebri invettive
contro l'Aretino, gl’invogliò ad esercitarsi in cotesta particolar
maniera del suo stile. Raramente in tali diatribe poetiche c’è
garbo e misura; lo studio invece è tutto rivolto a trovare le in-
giurie più triviali ed atroci; l’ironia non basta, non basta il di-
leggio; quel ch’ora si dice spirito sembra un’arma troppo tenue
a quella gente che fa tutto il possibile per parere fuor de’ gan-
gheri (3) e che a corpo perduto vuol gettarsi addosso agli avver-
(1) Tra i moltissimi componimenti bernieschi, in cui più o meno amara-
mente si ride dei curiali , cito il capitolo del Frizzi , Sopra un processo
(Giornale poetico, Venezia, 1794, quaderno 1, pag. 141), dove è descritto lo
spaventevole garbuglio che di cose semplicissime sapevan fare i forensi a furia
di « citazioni »,
Termini, apeche, clausole, prodotte.
Chirografi, rubriche, allegazioni:
ed un altro di Girolamo Tarta rotti ( Rime scelte , Rovereto, Marchesani, 1785,
p. 135) Sopra i veri mezzi per ben avvocare .
(2) Opere , III, 57, 70, 77, 78, 79, 80, 82, *88, 89, 90, 99.
(3) Fra le moltissime grossolane violenze di linguaggio s’incontra, ma di
rado, qualche uscita ingegnosa, che s’avvicina allo spirito ; come, p. es., nella
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IL PARINI TRA 1 POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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sari. Non mancano però componimenti che levansi alquanto al
di sopra delle astiose passioni personali e mirano alla derisione
de’ cattivi poeti in generale, de’ pregiudizi letterari, del mal gusto;
e di tal genere, benché vi si noti un po’ di quell’acredine esa-
gerata che caratterizza la satira letteraria del primo tipo, è da
considerarsi il sonetto del Parini 1 poetastri, raccomandati all’alato
cavallo cosi:
E tu Pegaso, se ti montan suso,
Rompi pur loro con un calcio il muso (1).
VII.
Ed ora fermiamoci un poco intorno ai due sonetti pariniani
d’argomento letterario : Andate a la malora , andate , andate
chiusa d'un capitolo del Frugoni {Opere, IV, 247) rivolto contro un frate
francese (il p. Jaquier, probabilmente), che aveva criticata non so quale sua
ode pseudo-oraziana. Cornante finge di voler fare scempio del temerario cen-
sore, ma glielo vieta Apollo, dicendo:
È ver che Marzia io volli scorticare,
Giudice temerario in altra etate,
Ma punito abbastanza non vi pare,
Se nella pelle sua si lascia nn frate?
(1) Alcune poesie , p. lxxvi. Citerò qui, come esempio, la gioconda parodia
che il Maffei ( Rime e prose , Venezia, 1719, p. 45, cfr. Becelli, Novella
poesia , Verona, 1737, p. 30) fece delle stranezze secentistiche ancor tollerate
sul principio del secolo; il capitolo del Biancardi (Op. cit., p. 142) sul Fu-
rore poetico che dà la baia alle pose ed alle frenesie apollinee di tanti vati
da strapazzo; lo scherzo fatto dai Galeotti (Op. et/., II, 68) ai petrarchisti
de* suoi giorni , ed eran tanti ! , ficcando in un sonetto giocoso dodici versi
del Petrarca; il capitolo Precetti di poesia , per cui il Borsetti (Op. cit., 1)
fu accusato d’aver offeso il Petrarca ed esaltato il Secento, oh perspicacia
della critica!, mentre ironicamente aveva fatto il contrario; nè da ultimo c’è
bisogno ch’io richiami il notissimo sonetto del Gozzi contro I poeti ampol-
losi. Stando al Lucchesini {Opere edite ed inedite , Lucca, Giusti , 1834,
voi. XX, pp. 51 sgg.) posso aggiungere che il lucchese Ottaviano Diodati,
autore d’un poema berniesco così licenzioso , ch’egli , pentitosene , fece bru-
ciare, premise a ciascun dei dodici capitoli di cui si compone la sua Biblio-
teca teatrale italiana (Lucca, 1761-65) un capitolo in cui diede le regole
della poesia drammatica.
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E. BERTANA
e Muse pitocche andatene al bordello (1), che al Carducci (2)
parvero « segni delibammo del poeta già inalberato contro le con*
« suetudini * del secolo versai uolo e raccoltalo. Certo il Parini
principiante aveva ragione di gridare:
Andate a la malora, andate, andate,
E non mi state a rompere i coglioni,
lo non vo' più sentir queste sonate.
Che vestizioni, che professioni! . . .
ma la protesta migliore sarebbe stata di non verseggiare mai piu
davvero su quegli stupidi temi; ed invece!... Inoltre i contem-
poranei a quello sfogo giovanile, che a noi pare tanto animoso,
avrebbero avuto diritto di rispondere: — anche questa è una vec-
chia sonata , chè se sono rancidi i temi della poesia d’occasione
a cui si dicono condannati i poeti, altrettanto son rancidi i la-
menti contro l’usanza, la quale, se dura, è infine colpa loro.
I versi d’occasione e le raccolte fecero assai largamente le spese
alla satira ed alla poesia giocosa del Settecento, prima che muo-
vesse lor guerra il Bettinelli col noto suo poemetto e dopo an-
cora, nè c’è forse poeta che siasi provato nello stile berniesco,
il quale non ne abbia tratto materia di scherzi or più, or meno
amari. Della « pazza ed indiscreta usanza » rise G. P. Za notti (3)
e piacevolraeate svelò il ripiego che, se non lui, usavano altri
autori, per poter soddisfare, senza schiattar di fatica e di noia,
alle mille richieste che fioccavano da ogni parte:
Tengo arsenali di vecchie armi pieni,
Ch'io fo nuove parer sol con la lima.
Molza, Alamanni, Varchi e Benivieni
E tali altri son quelli che mi danno
Versi or ruvidi all'uopo, or dolci e ameni,
Che assettati a l'altrui dosso sen vanno
Poi come nuovi, e miei più d’un li crede
Che discerner non sa dal drappo il panno.
(1) Alcune poesie , pp. lxxxv e lxxxx.
(2) Il Parini principiante , in N. Antol ., I, '90.
(3) Op. city I, Dedica; III, 160.
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IL PARIN1 TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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E argutamente, nel capitolo In lode di Reina asina del sig. dott. Pel-
legnino Caretta , parodiò le inchieste solite del poeta d'occasione
costretto il più delle volte a domandar ragguagli sui meriti e sul
casato degli illustri eroi ch’era chiamato a celebrare e de’ quali
giungevangli nuovi perfino i nomi:
Vorrei saper la sua genealogia,
E chi fosse suo avo e suo bisavo.
lo penso farle qualche poesia,
Ma mi bisogna esser bene informato,
Per non avere a dir qualche pazzia.
Raguagliatemi pur del suo casato,
E se gente vi fu bornia, nè zoppa.
Come se fuvvi alcuno dottorato;
che già d’asini dottori non vi fu mai penuria. Ed importa av-
vertire che la poesia in lode di bestie fu un esercizio favorito
de’ bernieschi settecentisti (1), i quali direttamente od indiretta-
(1) Cfr. le notissime Lagrime pel gatto del Balestrieri ed i pur noti Epi-
cedi a Pippo. Meno nota tra le raccolte di tal genere è La nuova Micceide *
omero seconda raccolta di prose e poesie di vari autori in morte di Miccia
(sic), gatta di un pittore di Mondotn , Mondovì, Rossi, 1790, che fa seguito
a La Miceide, ovvero raccolta di poesie piacevoli di vari autori piemontesi
in morte di Miccia (sic), gatta di un pittore di Mondovì, Mondovì, Rossi,
1781. 11 pittore era Giuseppe Francesco Regia; pittore poeta ed arcade, come
G. P. Zanotti. Gli autori che collaborarono alle due raccolte, piemontesi tutti,
sommano a circa un'ottantina ; e da questo numero prodigioso s'argomenti
quanti dovessero essere i verseggiatori più o meno bernieschi neH’altre pro-
vincie d'Italia dove il morbo della metromania infieriva più assai che in
Piemonte. Tra cotesti ottanta non mancano le donne, e vi figurano persin
delle monache : una suor Deodata Serena Berlendis chiarisse , una suor Anna
Fedele Gelasia Salarchi, monaca di S. Chiara, una suor Marta Adelaide Resi
cisterciense , ed una suor Rosalia Teresa Voltuzzi chiarissa, che contribuirono
ciascuna con un sonetto ( Nuova Micceide, pp. 56, 88, 100, 101). Oltre a quelli
in italiano, vi sono poi versi in latino, in francese, in vernacolo piemontese
ed anche in dialetto veneziano, adoperato però da un piemontese. E, a pro-
posito di piemontesi, monache e gatti, mi vien voglia d'aggiungere che anche
il grave ab. Tommaso Valperga Caluso ( Versi italiani , Torino, Barberia, 1807,
pp. 213-247) compose nel 1768 il poemetto in due canti e in ottave: La Ti-
grina , o sia la gatta di S. E. la Madre Donna Emilia N. N. monaca in
N. N. di Napoli . Il Barbiti (Op. cit„ pp. 10 , 58 , 61, 87) oltre ai cinque so-
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E. BERTANA
I
mente intesero così farsi giuoco delle poesie serie dedicate a
tant’altri animali poco più ragionevoli e poco più degni di lodi, I
d’auguri, di compianto. Del resto ognun sa che i versaiuoli del '
Settecento non poterono sempre cantare le bestie per chiasso,
netti caudati e alla nenia per il gatto del Balestrieri, ha pure altri versi in
morte d’uccelli e di cani; il Baruffaldi ( Op . cit. , li , 24, 27, 28, 30), tra
gli altri congeneri , ha un sonetto per Vespetta cagnolina morta di parto ,
povera bestiuola , nel monastero dove avrebbe voluto viver casta e dove ,
costretta ad accoppiarsi, « a partorir ridotta »,
Veglio stimò morir del duol trafitte
Che viver con l'infamia di corrotte.
A tei fin The condotte
n disonore e le vergogne brutte
Di ster ne' chiostri e di non esser patte !
motteggio arditissimo che non colpisce più solo l’abuso della poesia fune-
raria. Il Vettori (Op. cit., p. 83) ordì anche lui un capitolo in morte d'una
cagnoletta, ed il Galeotti (Op. cit.. Il, 60) un sonetto in morte di
Moschin, quel can padron del ano padrone,
dando la baia ai fanatici per le bestie, e specialmente pei cani, che a quei
dì erano tanti; come su questa ridicola passione scherzò il Biancardi rag-
guagliando la Signora N. N. d'un suo cane chiamato Birba lasciato in
custodia alV autore; ma più lepido di tutti nel piangere o lodar le bestie
fu il Borsetti (Op. cit., pp. 15, 16, 115, 118), del quale vorrei poter rife-
rire il sonetto: Cagnolina gentil , figlia d'un cane , e T altro con cui rifiuta
d'associarsi ai lamenti poetici In morte d'un gatto incontinente precipitato
da un sublime tetto da un'onesta gattina da lui perseguitata, ma sentasi
almeno quello Ad una gentildonna afflitta per la fuga d'un suo diletto
gattino dopo averlo fatto castrare :
Vago di libertà, di tetto in tetto,
Lungi dai vezzi tuoi dolci e modesti,
Perchè piò volte il tuo g&ttin diletto,
Clori gentile, a bordellar vedesti,
Con pensier d’obbligartene l'affetto
E fermartelo in casa, che facesti?
Noi crederei, se un uom verace detto
Non me l’avesse: eunuco lo rendesti.
Bel rimedio per certo ! indarno il ciglio
Bagni di pianto, e il tuo castrato amore
Dal suo richiami volontario eeiglio.
Ah, pensa ben se ti darebbe il core
Di praticar si barbaro consiglio
Per farti amar dal tuo gentil signore!
In nota poi al capitolo L' asino , bestia calunniata , che qui , come in tanti
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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ma furono spesso costretti a celebrarle in più alto stile; e se
per esse sostennero frequenti fatiche, è facile immaginarsi quanto
inchiostro dovettero consumare in onore dei propri simili. Perciò,
stanco di tanti omaggi forzati a bipedi ed a quadrupedi, il Ga-
leotti (1) dava, non senza vivacità, Ai seccatori de' poeti quest’am-
monimento :
Fa un sonetto, o poeta: è morto il gatto;
Fuggì l’uccello a Clori: fa un sonetto;
Fa un sonetto su un can che fu ritratto;
' Fa un sonetto a colei ch’usa il belletto.
Fa un sonetto: i gattin la gatta ha fatto;
Fa un sonetto: la chizza (sic) pisciò in letto;
Fa un sonetto: il galletto ha rotto un piatto;
Fa un sonetto: una vecchia ha grinzo il petto.
Se a suor, nózze, dottor facciam tragitto,
Oh, allora si al patibolo è condotto
Un povero poeta e in croce è fitto.
Or da me nessun venga; ho chiuso il lotto,
Giace il mio plettro infranto e derelitto;
Voi, seccatori, me l’avete rotto.
Ed Alessandro Fabri (2), già troppo stanco di dover rimasticare
i soliti « cavolacci riscaldati » indigesti al Parini, fin dal ’31 pro-
ponevasi di rispondere a chi venisse ad importunarlo ancora:
€ Quarantanni ho già d età »;
Che se non intendrà
Dir sì modesto e doppierà l’uffizio,
Dirò ch’egli mi viene in quel servizio;
altri componimenti, si dimostra piena di tutte le perfezioni e adorna di ogni
sapere, il Borsetti pose un altro curioso sonetto « cui fu obbligato comporre
« in morte d’un assai virtuoso merlo loquace ». E giacché siamo ai pianti
in morte di merli , ricorderò ancora un sonetto del Soresi ( Prose e poesie
cit., p. 119) ; Per un merlo ucciso dal suo padrone , imitazione dello stile e
delV ortografia d' alcuni rimatori antichi :
Erto, che vedi spennato et neglecto
Merlo e' cantava con novo dolzore
(1) Op. dt. % li, 160.
(2) Op. cit ., p. 191.
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E. BERTANÀ
nè la sua libera risposta si può dir che mancasse di quella certa
energica chiarezza del « non mi state a rompere i co *
usato poi dal Parini.
Che noia e che dispetto nel far que* versi destinati fatalmente
a vivere un’ora ! mentre
Il padre Berni, chiarissimo autore,
Non con lodar dottori e monachelle,
0 spose procacciossi fama e onore.
Lodò la peste, e l'innalzò alle atollo,
E il debito, e la piva, e l'orinale,
E si rese immortai con tai novelle;
come dice il Baretti (1) nel capitolo Contro le raccolte ; ma una
ragione meno disinteressata, meno estetica e più pratica, che il
Baretti stesso nel medesimo capitolo spiattella, dava martello ai
disgraziati. Far versi sciocchi, pazienza ; ma
Avran sempre il cervello a lambiccarsi
1 poveri poeti per niente?
Queste usanzacce vorrebbon levarsi.
Sa ben farsi pagare «un rapacissimo avvocato»; quattrini per
ammazzarti vuole il medico; ne vogliono il « notaiuzzo pappa-
« gallo » ed il « procuratore bue »;
Ed il poeta, a cui la gloria piue
Che Tinteresse pazzamente è in pregio,
Darà per nulla le fatiche sue?
Che giustizia è questa? La medesima solfa ribatte il Parini:
Muse pitocche, andatene al bordello,
Poi che da questo vostro mestieraccio,
Mentre per soddisfare a ognun m'avaccio,
lo non ne cavo un marcio quattrinello.
M'ho io dunque a beccar sempre il cervello
Sopra qualche sguaiato soggettaccio,
Che innanzi che l'onor ch'io gli procaccio,
Merteria di remar sopra un vascello?
(i) Op. cit. % p. 76.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 43
Eocoti, Apollo mio, la tua ghirlanda:
Io te ne incaco ch'ella sia immortale,
Poi che frutto nessun non mi tramanda.
Almen ci fosse ancor qualche cotale
De* prischi eroi! Ma qual ragion comanda]
D'ingrandir co* miei versi un animale,
Un sciocco, uno stivale
Che s'acconventi ? o vero una bagascia
Che per colpa de* padri il mondo lascia,
E d'un velo si fascia,
E giunta in munister po' po’ in quel fondo
Fa forse peggio che non fece al mondo?
Ah, l'uno e l'altro pondo
Mi sia strappato via con le tanaglie
Più tosto che lodar queste canaglie.
Un asino che raglio
Sia ben degno cantor di quella gente
Che a chi canta per lor non dan mai niente.
Ahi, povere « Verginelle a cui la face »
Di caritade accende il divin lume
E penitenza e solitudin piace!
oh, povere «verginelle» lodate altre volte dal Parini! (i). Ma,
per tornare a noi, il concetto basso ed interessato che informa il
sonetto giocoso farebbe assai torto al Parini, se lo considerassimo
come schietta e spontanea espressione dell’animo d’un poeta vol-
gare stanco solo di un’arte senza guadagno, ma disposto a servire
qualunque mascalzone lo paghi; e non piuttosto come la ripeti-
zione d’un motivo berniesco ch'egli certo non aveva udito per
la prima volta dalla bocca del Baretti. Nel lamento che l’ingrata
poesia d’occasione non procurasse alcuna ricompensa i giocosi
settecentisti andarono quasi perfettamente all’unissono; ed il Pa-
rini, scagliando la sua imprecazione anzichenò triviale alle « muse
« pitocche », doveva , secondo me , avere ancora negli orecchi,
(1) Poesie scelte cit.; sonetto Per monaca p. 286.
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44 E. BERTANA
se non sotto gli occhi, quel sonetto del Biancardi (1) Contro la
poesia :
Vadan le Muse ormai tutte al bordello ,
Vada pur il Pegàso a far fascine,
Vada il Lauro a fregiar sol le caniine
Per mostra del buon vin ch’è di cartello . . .
e me ne persuade anche il terzo verso, in cui par di vedere
adombrata la novella pariniana del Lauro .
Il Biancardi, che più e più volte maledisse le Muse, « giacché
« racchiude *
Sol miseria e dolor la poesia,
non cantò mica per vezzo la canzone della miseria (2); ma altri
« poetastri » (come il Baretti, guarito dalla febbre berniesca, vo-
leva si chiamassero tutti i facitori di versi giocosi) piansero sulla
povertà degli alunni delle Muse, senza sapere neppur da lontano,
che cosa sia il bisogno, tanto quel tema era divenuto comune.
Cosi, p. es., il march. Ubertino Landi, in uno di que’ suoi capitoli
sul formaggio, già citati, si lagna che sieno ormai passati i tempi
in cui il « degno re dei Franchi »
Ogni verso di quel noto sonetto
€ Sudate, o fochi » pagò mille franchi;
(1) Op. cit ., p. 216.
(2) Vedasi, p. es., il suo capitolo (Op. cit ., p. 55) all'Elettore di Baviera,
ch'egli servì come poeta di teatro , e la canzonetta allo stesso , ove prega
T « Altezza Serenissima » ad aver pietà della sua musa « smagrita Per man-
€ canza di cibario » ; e se è vero che il disgraziato, tra il primo ed il se-
condo letto , mise al mondo la bellezza di ventisei figliuoli (vedi il sonetto
Per esser fertile nel moltiplicare la sua famiglia, dove invoca, ma troppo
tardi, i « taglienti sottili acciari » d'un norcino; Op. cit., p. 224) non sten-
teremo a credere che vivesse € da poeta, idest da povero ». Poesia e miseria
gli parvero così indissociabili che, nel sonetto FI pataffio sepolcrale delVau -
tore, lasciò scritto:
Voglio che un buon scultore
Incida con scalpello in bianco sasso
Questi due Tersi che qni scritti io lasso:
Peregrin, ferma il passo;
Qui giace il Lalli in pace eterna e cheta
Che nacque ricco e poi mori poeta.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 45
ed al collega in Arcadia G. P. Zanotti domanda : Chi di noi poeti
si cura ? « Laceri e pezzenti »
Noi ben spesso di fame anco moriamo;
lamento che il magnifico ed opulento signore non avrebbe dovuto
ripetere neppur per celia. Dunque, conclude, se l’arte è tanto
ingrata e pitocca,
Chi è saggio il nome suo cancelli e raschi
Da Parnaso, se non egli si merta
Che a lui si rada ciò per cui siam maschi;
proprio, vedi altro caso, la pena a cui, come abbiamo udito, vo-
leva sottostare il Parini piuttosto che far versi per chi non pa-
gava. Il Landi però consolavasi sperando che i tempi cambias-
sero e l’età dell’oro pei poeti tornasse:
Pur speriam noi, nè lo sperar fia vano;
Un buon presagio ad ambedue ne faccio;
Voi siete ben robusto ed io ben sano!
O che cosa sperava quell’ottimo marchese? Di trovar chi com-
prasse i suoi versi e di vivere fino a quando col vendere di tal
mercanzia uno potesse campare ed arricchire, in Italia! Eh,
bagattelle !...
Più sensatamente esprimevasi invece quella testa balzana del
Giudici (i), il quale, nel primo de’ suoi Strambotti , rappresentando
ad un amico la miseria de’ poeti moderni disprezzati da tutti,
non ricompensati da alcuno, diceva :
Misero me, se non avessi pane,
0 avessi quel che il poetar dà solo,
Chè potrei fare il zaffo e il borsarolo,
Invece di far tanto il marzapane.
Senonchè egli, che non mangiava di quel che rendevagli la poesia,
davasi pace:
(1) Op. c«f., p. 212.
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46
E. BERTANA
Non mi voglio però per tal disgrazia
Strappar la barba e sradicar la cresta . . .
Canterò in avvenir per passar l’ozio,
E scriverò per gusto e non per gloria,
E acciò di me non resti altra memoria,
Le carte adoprerò per quel servizio.
Dirò che voi mi siete un buon amico,
E ch’io vi sono amico e servitore;
Viva Filli vezzosa e viva amore,
E in quanto al resto non m’importa un fico.
Ma il Giudici fece eccezione; non così facili a consolarsi si mo-
strarono gli altri , i quali non si rassegnavano a tollerare che
ognuno abbia al mondo la ricompensa del proprio lavoro, tranne
il poeta. Di ciò, come già abbiamo udito il Baratti, si lagna uno
de* primi Arcadi, Gelano Ninfadio, al secolo Ippolito Neri, che
oltre alle commedie, a diverse rime ed al poema giocoso La presa
di S. Miniato (1) scrisse pure qualche capitolo berniesco (2). Nel
poema ha questi lamenti :
So bene anch’io che al medico si paga
Ogni ciarla, ogni ciancia a peso d'oro,
E che il procurator tira la paga.
Se con chiacchiere assorda il concistoro;
50 che il soldato che di sangue allaga
La campagna, raduna il suo tesoro,
E i birri che ci mettono in prigione
Han buone mance e larga provvisione.
Ma so ben anche che i poeti soli.
Che immortalano altrui co’ propri versi,
51 van pascendo sol d'affanni e duoli
Senza stipendio . . .
Carmina non dant panem; sentenza antica; ma almeno lavo-
rare per Tarte e per la gloria, e non pei capricci altrui, come
(1) Stampato a spizzico, per la prima volta , nei vari tometti delia citata
raccolta Gelopolitana , e per intero a Livorno, nel 1821.
(2) Cfr. Arcadi morti , pp. 252 sgg.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 47
schiavi, senz’essere pagati 1... Il Galeotti (1), in una delle sue
singolari anacreontiche, sfoga vasi così:
Chi vuol far venire al petto A trattar poi d'imeneo,
D’un poeta l'anticuore, Oh qui sì che trae di culo
Basta dirgli fa un sonetto II cavallo Pegaseo
Per un che si fa dottore . . . Ostinato più d'un mulo.
Solo a' 8 posi ella è feconda
Da trattarsi la materia;
Sol per essi ella è gioconda;
A' poeti è una miseria.
Ed il Borsetti (2), enumerate le infinite occasioni in cui richie-
devasi l’opera de’ poeti, si domanda: « E poi qual fla »
Il guiderdon che ne riporterai?
Un € obbligato a Vostra Signoria *
0 un quarticel di torta;
anzi, un pezzo di torta avanzato al banchetto della festa non
capitava neppur sempre, e quindi giurava di non voler più can-
tare gratis , per « non finir l’ore sue grame *
(1) Op. cit I, 208; Nelle nozze del co. Piccioni.
(2) Op. cit., pp. 5, 14. Inoltre al povero poeta d'occasione non lasciavasi
nemmeno libertà di dire, nei limiti dell'argomento, quel che più gli piacesse;
ma lo si costringeva ad incastrare nel sonetto o nella canzone le tali o tali
altre cose; magari delle stramberie impoeticissime , secondo il capriccio di
chi commettevagli i versi. E per dare un esempio di questa nuova tortura,
il Borsetti riferisce in nota certo suo curiosissimo sonetto Per la fèsta di
S. Filippo Neri solennissimamente celebrata in Ripa Transone , nel qual
sonetto gli fu prescritto di dover alludere a tutte le cose individuate nei
quadernari :
Ripa Transone in tasta, a lande e onore
Di San Filippo Neri benedetto,
Musica, panegirico, oratore
Il vescovo in persona, Costa detto.
Nel suo stemma tre stelle ha Monsignore,
Una Bbarra e un leon che in bocca stretto
Tiene nna costa; pel Divino Amore
Dilatata nna conta ha il Santo in petto.
Uh! quanta robba. Intrepidi miei cari.
Da por dentro nn sonetto! E robba seria,
Di concetti capace alti e preclari!
Viva il buon gusto, e crepi n di miseria
Tanti tetti ncull uffici usurari.
Che ci fhn lavorar senza materia.
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48
E. BERTANA
In mezzo alle poetiche raccolte,
Arso e distrutto dalla negra fame.
Il Pozzi (i) confidava le sue amarezze di poeta al tesoriere Francia:
Un nasce, uno s’affoga, un canta, un balla.
Rime s'hanno a sputare;
la gente ti prende per « il comun sonettaio », tutti ti chiedon versi,
ma nessuno ti paga e nemmeno ti dice « Iddio t’aiuti »; chè, re-
galando versi « e* il par che diate »
0 batuffol di stoppa, o noce in mallo,
quantunque costino fatica a chi li fa, e molta.
Il Fabri poi (2), di cui ormai non ci sono più nuove le do-
glianze, in certo suo capitolo recitato all’accademia bolognese
degli Inestricati nel carnevale del ’32 (secondo l’uso accademico
le Muse folleggiava no giocosa mente in carnevale, e devote e con-
trite piangevano in quaresima) ripeteva che i versi costano troppa
fatica per regalarli:
11 Fabri segretario si protesta
Che non fa versi a chi non vuol pagare.
E non venissero a contargli che la gloria dev’essere sufficiente
ricompensa al poeta. Di cotesta moneta nessuno al mondo s’ac-
contenta; chiunque lavora per gli altri vuol quattrini anzitutto,
nient'altro che quattrini ; dunque è giusto che la comune mercede
si dia anche al poeta; al quale d’altra parte spesso non tocca
neppure la vaporosa ricompensa della gloria , ma toccano in
cambio le ingiuste censure de' « zoili indiscreti ».
Figurarsi poi se tutte queste cose non le seppe e non le disse
talora anche più seriamente che non comporti lo stile berniesco,
il Frugoni, uno de’ più martoriati da continue richieste di versi
d’occasione I E non poter sempre rispondere con un no risoluto,
reciso 1... 0 come mai, p. es., rifiutare un sonetto per mònaca
(1) Op. ci*., I, 133, 139.
(2) Op. cit p. 184.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 40
al march. Della Rosa, illustre amico e patrono ? Lo farà dunque,
ma cosi a malincuore come dice il capitolo con cui rinviava al
marchese :
Oh suggetto sublime! Oh tema caro,
Di poema dignissimo e d'istoria!
E per tai ciancio i versi s'inventaro? . . .
Oh, se del mondo imperatore io fossi.
Minacciar d'un capestro io que' vorrei
Che ci avesser per questo a compor mossi.
Chè noi vati non siam punto in ciò rei:
Ci sforzano, e ci fan far più peccati
Che nel deserto non fecer gli Ebrei.
E infine per lo più ne siam pagati
D'un « bello, bello », o pur d’un € bravo, bravo »;
Oh poeti *& morir di fame nati !
Pur eccovi il sonetto, e vi son schiavo.
Non morivano certo di fame, ma se volevano vivere, bisognava
pure che s*aiutassero con altro che coi versi e che, oltre la sacra
arte delle Muse, esercitassero qualche professione meno nobile,
ma più lucrosa. « Se la poesia », diceva il Passeroni (1),
Mi desse verbigrazia un tanto al mese,
Mi riderei della malinconia.
Se i versi mi facessero le spese,
A cantar dal mattin fino alla sera
Avrei le voglie unicamente intese . . .
e domandava all’amico Lorenzo Luzi se per buona sorte a Firenze
ci fosse da barattar versi in monete, chè in tal caso egli sarebbe
corso a piantarvi le sue tende, mentre nel « bel Milano » bisogna-
vagli « aver flemma » e buscarsi
Il pan con altro che col canto vano.
È un capitolo notevole per gli onesti e dignitosi sentimenti che
il Passeroni vi esprime; agi e ricchezze, no; libertà; stentar la
vita magari, e morir «nudo, ma libero», come disse il Parini
(1) Op. dt p. 192.
Giornali storico. — Sappi, no L 4
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50
E. BERTANA
il quale diè nerbo, colore e commossa espressione a tanti vir-
tuosi concetti stemperati nelle sbiadite dicerie del dabben prete
nizzardo. Meglio T inopia che le delicatezze e l'abbondanza go-
dute da parassita e da servo:
Una cipolla, un pezzo di pan bruno
Dalla soave libertà condito
Val più che in servitù l’uccel di Giuno . . .
La libertà mi par certo un ben grande,
Con essa sembran belli anche gli stracci,
Con essa paion buone anche le ghiande (1);
e benché in istile berniesco, berniesco a modo suo, ei parlava
sincero.
A questi ed a simili altri infiniti lamenti sullo scredito della
poesia e sulle miserie de’ poeti (2) , prendendo forse , come già
notammo, Tidea del Biancardi, il Parini poi fece eco ingegnosa-
mente colla novella (3) del « lauro » lasciato in pegno all'oste,
come cosa preziosa , da « un vate poverello » , che non poteva
« pagar lo scotto »; e dall'oste burlato appeso quindi sulla porta
della taverna « per vituperio della poesia ». Ma qui non è da
dimenticare il sonetto del Vettori (4), che probabilmente suggerì
(1) 11 Fàgiuoli ( Op . city V, 26), che pur disse molto male delle corti e
della servitù, nel cap. al card. De Medici In lode del servire , scrisse invece :
Quanto mi duole il non servire ogn'ora!
Chi serre non ha doglie nè pensiero.
Questo è quel che mi piace ed innamora.
Però ne* bernieechi settecentisti non è raro trovare più dignità di sentimenti;
ed il Biancardi, p. es., nel cap. al sig. A. M. Rodella (Op. cit. f p. 225), dove
enumera i propri guai, ha questo verso non bello, ma non bassamente giocoso:
Serbisi ad ogni costo l'oneetade.
(2) Vedi anche il Lamento del poeta Squaccheray in G. Gozzi , Opere ,
XIX, 260; ed il sonetto Per la mendicità del Bravo da Pordenon , in Golp
doni, Componimenti diversi Venezia, Pasquali, 1764, I, 130.
(3) Novelle giocose in versi scrissero, oltre il Parini, il Fàgiuoli, Vale-
riano Vannetti (Rime burlesche , Rovereto , 1751) ed altri , ma una digres-
sione sulla poesia giocosa narrativa del Settecento, così fertile specialmente
di poemi, ci porterebbe a stenderci oltre misura.
(4) Op. city p. 132.
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IL PÀRINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
51
al Parini l’invenzione della Supplica (1), in cui, fingendo di rac-
comandare a certo Fazio che vendeva la carne a credenza una
povera donna, il poeta dice al generoso beccaio:
Tu stai perplesso e fiso,
Nò sai chi sia costei, nè ancor mostrata
T’ho questa sconsolata sciaurata;
Volgiti indietro e guata
Una donna là in mezzo della via:
Or quella è dessa e ha nome Poesia.
Vili.
La miseria del mestiere era il più delle volte, diciamolo pure,
un luogo comune a cui ricorrevano, in mancanza di più nuovi
argomenti, i poeti giocosi; un soggetto trito, col quale potevasi
tuttavia facilmente spassarsela e senza molta fatica far ridere
la gente; ma dai lamenti, di rem cosi, generici e di maniera, i
burleschi del Settecento alcune volte passarono a querimonie che
sotto i lepori dello stile lasciano sentire l'amarezza di preoccu-
pazioni gravi , di guai domestici reali , di bisogni angosciosi ; e
benché, come disse il Saccenti (2), « non s’accordano burle e
« stenti veri », i poeti tentarono anche in que’ duri casi di ope-
rare, coll’aiuto di qualche santo, « il miracolo », dirà il Parini,
« che i versi producan danari » (3).
(1) Opere , III, 72.
(2) Op. cit ., I, 205.
(3) Cfr. il citato sonetto: Una supplica. Se in ciò il Parini fu preceduto
da altri suoi contemporanei, questi ebbero in ciò a maestri, oltre il bisogno,
altri bernieschi più antichi ; e basterà che qui ricordi un de’ sonetti di Ro-
molo Bertini, cappellano del card. Leopoldo De Medici , vissuto tra la fine
del Cinquecento e la metà del Secento:
Nore scodi vorrei, nove e non più.
Perchè mi trovo in gran necessità ,
Quella pigion che sospirar mi fi,
Darebbe fondo all’oro del Perù . . .
Vedi A. Mabellini, Op. cit., p. 112.
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52
E. BERTANA
Forse è tutto uno scherzo quella canzone in cui il Vettori (1)
descrive il suo rammarico di veder crescere la figliuola (quella
Rosina della quale fu per innamorarsi il Baretti) e di sentirla
già cantarellare d'amore. Non c'è dubbio; la furbetta pensa già
ad uno sposo; ma il babbo, ch'ha per la testa più melanconici
pensieri, cerca di fargliene passar l'uzzo, raccontandole della Mea
accasatasi l'anno innanzi appunto ed ora morta di parto; della
povera Titta gemente sotto fi bastone del caro consorte; della
misera Nina, che si regge ora sulle grucce
Perchè il marito le ha fatto venire
Un mal che non vuol dire;
e, rammentandole tali esempi salutari, spera che la ragazza si
raffreddi e lo liberi pel momento
Dal pensier, dal fastidio
Dalla maledizion di quella dote.
i
Ma certo non erano puri scherzi quelli del Fagiuoli (2) che rac-
coroandavasi a questo e a cotesto dei cortigiani di Gian Gastone
acciocché gl' impetrassero qualche sussidio e l'aiutassero a rag-
granellare la piccola dote necessaria ad una sua figliuola per
farsi monaca; e probabilmente rise assai più il Bali Gianfigliazzi
leggendo, che il buffone di corte scrivendo :
S^vvicina bel bel, signor Bali,
Del vestimento d'una figlia mia
Quel caro ad essa, a me noioso dì.
Noioso, non perchè tale mi sia
Per gusto non aver eh ella si vesta:
Ohibò, non dico tal minchioneria.
Si vesta pur; quel che girar la testa
Mi fa, e che più vuol con mio tormento
Farmi far la vigilia della festa,
È che questo solenne vestimento
Di lei, di me, per dirvela, o signore,
Vuol essere il solenne spogliamento.
(1) Op. cit ., p. 134.
(2) Cfr. Op. cit., VI, pp. 271, 276, 277, 280, 283.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 5B
Quattrini ci volevano, e lui era al verde. Oh, gran disgrazia de'
padri che « senza por mano alla scarsella » ormai
Nemmeno a Dio si posso n dar le spose!
E non rideva che a fior di labbro il Biancardi (i) scrivendo
alla signora N. N.:
In mia casa non ho legna,
Non v’è vino, non v’è oglio (sic),
Ed in me sol vive e regna
Nudo Apollo in alto soglio.
E quel lauro, ond'io m'ingegno
La mia fronte circondare.
Non mi vai per darlo in pegno
Se il mio fitto vo* pagare.
Ecco qui, in quest'ultimi due versi un' altra idea di cui probabil-
mente s'è valso il Parini per la sua novella; ma torniamo al Bian-
cardi. Il poveruomo, col suo enorme fardello di ventisei figli, non
sa più a che santo votarsi per sbarcare il lunario; la poesia certo
non gli dà da vivere; se facesse il mercante, lui, galantuomo,
fallirebbe (già era fallito una volta); non può far l’avvocato,
perchè non sa dir bugie ; fare il pedante ? ma le dicerie gram-
maticali non sono il suo forte; o il soldato? neppure, perchè ha
paura. Un qualche generoso signore che lo pigliasse per segre-
tario: ecco ciò che avrebbe fatto al caso suo piuttosto; ma sì,
trovarlo il signore generoso! Non gli restava dunque che
mettere spesso alla prova la generosità degli amici, tra i quali
il sig. Filippo Giorgi :
Mi fa d'uopo, caro amico,
Quattro volte il vostro nome...
Ma parliamoci più schietti,
In volgar disteso e chiaro:
Quattro soli filippetti.
Ho bisogno di danaro.
Puntual, giuro, io sarò
A tornarvi il chiesto argento,
Ma del quando ch'io potrò
Non impegno il giuramento.
Di veder l'oro splendente
Così incerta è in me la sorte,
Come appunto all'uom vivente
Sempre è l'ora della morte.
E, forse appunto per questo, gli capitò pure di sentirseli rifiu-
tare que’pochi di cui aveva estremo bisogno; ma a chi ricusasse
(1) Op. ctV., pp. 10, 68, '46.
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54
E. BERTANA
di soccorrerlo giurava , non senza dignità , di non volersi mai
più rivolgere , s’anche avesse dovuto in eterno « seguire il suo
« pianeta »
Di vender versi e viver da poeta!
Nè certe lepidezze di G. P. Zanotti (1), che, in paragone del
Biancardi, nuotò neirabbondanza, sono meri capricci di berniesco;
p. es., quel sonetto al cav. Costanzo Pellegrini, con cui gli chiede,
pare, del frumento:
A voi mi raccomando quant'uom possa,
Per mantenere in piè queste quattr'ossa;
Se no vado alla fossa . . .
Chiede ancor questo vitto
La famigliuola mia con giunte mani,
E in modo che fa ria pietade ai cani.
Son pure i buon cristiani
Tutti i miei figli e meritan piotate . . .
Voi compatite intanto la baldanza,
Perchè il bisogno di rado ha creanza.
E non per capriccio, ma per vero ed urgente bisogno, lo stesso
Zanotti deve avere scritto l’altro suo più vivace sonetto al-
l’ab. Giuseppe Greco, mirandolese, della cui generosità, prima o
poi, fece le lodi nel bel capitolo a Marco Foscarini. Anche questo
sonetto, nel suo genere, è bello. Giampietro ha le tasche asciutte
asciutte; è bensì creditore verso un ’ Eccellenza d’ alcuni danari
per certi quadri già fatti e consegnati, ma non riesce a cavarne
il becco d’un quattrino.
Domanda, e poi domanda, e prega, e inchina,
E va di nuovo, e torna a domandare:
Se Sua Eccellenza non ti vuol pagare,
• Gli è un macinare senza la farina.
Sua Eccellenza è fertile troppo di pretesti, di promesse e di spe*
dienti con cui tenerlo a bada:
(1) Op. cit.. Ili, 180, 182.
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IL PARIN1 TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
55
Caro Giampier, vien lunedì mattina;
Da cavaliere, vien, non dubitare;
Giampier ci torna, e queiraltro ha da fare,
0 gli fa dir che ha tolta medicina.
Che farci? pazienza! I nobili avevano allora certi modi di pa-
gare i creditori importuni !... Per non farsi pagare a suon di
busse, era prudenza rimettersi al loro beneplacito. Solo coi dir
tadtni i creditori potevano mostrarsi inesorabili:
Da Giampier viene intanto il mercatante,
Viene il sartore, viene il calzolaio,
Persone ch'hanno a avere tutte quante.
E Giampier che non ha pure un danaio,
Resta confuso, e sta come un furfante,
0 un assassino dinanzi al notaio.
Oltre a quest’ onesto rossore, altri crucci l’assalgono; i suoi
« fantolini »
Mostrano gli scappini
Fuor delle scarpe, e n'ha proprio vergogna,
Ma il calzolaio di soldi abbisogna;
sicché deve per forza ricorrere alla liberalità dell’abate:
Non merito rampogna,
Cred'io, per osar vosco un modo tale,
E il domandare è cosa naturale.
Voi siete liberale.
Et io ne ho certo tanta esperienza,
Che il posso dire con tutta coscienza.
Con tutta riverenza,
(dal famoso ghiottone divoratore c’era da aspettarsi quest’uscita!)
Offerendomi pronto a pranzar seco,
Son servo del signor Abate Greco.
Siamo già andati troppo per le lunghe; ma se volessimo ora
spigolare nelle Rime del Saccenti, moltiplicheremmo senza fine
gli esempi di questo genere di poesia giocosa che stringe qualche
volta il cuore; perchè il canzoniere berniesco di quel povero Ca-
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56
E. BERTANA
voliere di Corte (pomposo titolo che davasi agli umili cancellieri
o notai delle podesterie toscane) è in sostanza la storia lagrimosa
d’un vero Monsù Travet del secolo scorso, carico di figli, onesto,
laborioso, intelligente e, forse appunto per ciò, senza fortuna.
L'arte di narrare i propri guai, d'intenerire e di chiedere aiuto
motteggiando era dunque in fiore quando il Parini nel *50, come
alcuno vorrebbe, o pi ù tardi (1), scriveva il notissimo capitolo al
canonico Agudio; e s’egli avesse pensato allora ai parecchi ca-
pitoli e sonetti, alcuni dei quali certo gli furono noti, ispirati,
più che dalla gioconda musa del riso, dalla squalida musa del
bisogno, sarebbesi astenuto dal chiamare i suoi versi « singolari »
Perchè nessun poeta mai fu in ira
Talmente alla fortuna che cantasse
1 casi suoi con si dolente lira (2).
Ben più grandi, crediamo, furono le miserie d’altri poeti e non
meno dolenti le note con cui cercarono di alleviarle implorando
soccorso. Il caso di un padre (3) ridotto a mettere ne* suoi ca-
pitoli questi pensieri niente affatto bernieschi:
. . . ogni giorno sdrucciolo all'ingiù,
La fame cresce, la famiglia stride
E dal bisogno non ne posso più;
e quest’altri:
. . . andare in là con la vecchiezza
Sempre più derelitto e poverino,
Senza un oggetto che mi dia allegrezza;
Moglie e famiglia senza pan nè vino,
Vedermi oppresso e non saper perchè,
Farebbe uscir di scherma un paladino;
(1) E più tardi sembra doversi argomentare dall'accenno alla stampa d'un
poema che, se non fosse il Mattino , non saprebbesi che altro fosse.
(2) Il Carducci ( Storia del Giorno , p. 38) attribuì all' c onda di dolore *
effusa in questi versi la purificazione del € vecchio capitolo famigliare e
« giocoso , per il quale eran passate tante bagie e vanità, il quale aveva
« patito e recato attorno tante infamie ». Se mai, come abbiamo veduto, co-
testa purificazione non sarebbe opera del solo Parini.
(3) Cfr. Saccenti, Op. cit I, 38, 50, 52 ecc.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 57
o questi ancora :
Vidi i miei figli al maggior freddo ignudi,
Nutrì tir a stento di non bianco pane,
E di vin nato in riva alle paludi.
Vergognose vestir povere lane
Vidi le figlie adulte, e grazie a Dio
Se peggio da veder non mi rimane;
un tal caso, ripeto, sembra assai più pietoso di quello d’un gio-
vane prete che , povero finché si vuole, ha da provvedere infine
unicamente a sé ed alla madre, ed ha ancora qualche cosetta
al, sole.
Però il capitolo all* Àgudio commuove forse più che qualsiasi
altro di cotesti componimenti stranamente giocosi, ne’ quali il « ti-
« ranno signore de’ miseri mortali » ingegnossi a parlare il lin-
guaggio che meno gli si addice. Nel capitolo del Parini c’è una
tal quale ingenuità, un certo senso di decoro, un’espressione d’af-
fetto, là dove è ricordata la vecchia madre, una relativa tem-
peranza di motteggio che lo fanno piacere (e non dirò certo
ammirare, benché degno d’ammirazione sia parso ad alcuni va-
lentuomini); piacere anche a noi che siamo ormai divezzati dallo
strano gusto di combinare le ciance, i lazzi, le trivialità dello
stile berniesco con le maggiori tristezze della vita, coi doveri e
cogli affetti più sacri. Tuttavia, considerandolo sotto quest’aspetto,
anche il capitolo del Parini non è senza macchie; e non ci sarà
più nessuno, spero, a cui non sembri grossolana e sconveniente,
molto nella sostanza e moltissimo nella forma, quella promessa
che l’abate fa al canonico, assicurandolo di voler spendere one-
stamente i dieci zecchini che domanda per il sostentamento della
sua povera vecchierella :
Una diecina or aggiungete agli otto
Per aiutar mia madre; chè i denari
Non mangio, nè li giuoco, nè li f .... (1).
Singoiar promessa d’un prete a un altro prete! Ma quella sconcia
(1) Per certa analogia questi versi richiamano que’ della Supplicai
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E. BERTANA
parola messa lì accanto al puro nome di madre (interpretiamola
nel senso più benigno) al Parini certo non parve che un neces-
sario condimento dello stile in cui scriveva, in cui doveva scri-
vere un poeta berniesco.
Dal contrasto tra la materia e la forma non seppero i giocosi
del secolo scorso far scaturire ne’ componimenti di questo genere
il « mesto riso > che può essere decente ed efficace interprete
del dolore, non il fine e caustico umorismo, ma una maniera che
spesso è più dispettosa che faceta e che, se non è cinica, è in-
vereconda. Chi, p. es., è disposto a commuoversi od anche sem-
plicemente a sorridere leggendo quel sonetto del Minzoni (1):
Disgrazie dell* Autore , che pur dovrebbe impietosirci?
Una madre eh* è sempre malaticcia,
E non ha parte che non sia malconcia,
Pure si mangia un sacco di salsiccia
E si beve d'aceto (!) una bigoncia;
Un paio di sorelle a cui stropiccia
Amor le gote ed i capelli acconcia,
Ma nella testa impolverata e riccia
Loro non lascia di cervello un'oncia;
Un picciolo fratello così gonzo
Che dalla micia non distingue il cuccio.
L'acqua dal vino, dalla pappa il bronzo.
Ecco ciò di che spesso mi corruccio . . .
Misero Onofriuccio,
Va, corri, ceroa un dottorato boia
Che ti faccia tirar presto le cuoia.
Sarai fuor d'ogni noia . . .
Or chi troverebbe saporito e decente quel capitolo di Giampietro
Zanotti (2) al dott. Stefano Danielli , col quale finge d’ essere
Fate che i fratti della poesia
Non si gettino ria
Per ora ne le bische e ne' bordelli.
Ma vadano in soccorso ai poverelli.
(1) Rime e prose , Venezia, tip. Pepoliana, 1794, p. 74.
(2) Op. cit . , 111, 138.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
59
io collera perchè avevagli risanato due sorelle e rinnovato cosi
la preoccupazione di trovar loro marito e di sborsare la dote,
quando già sperava di andarne libero? Non c’è della brutalità
negli scherzi sul misero stato a cui le due povere ragazze erano
ridotte prima che quel medico malefico gliele risanasse; e sui
conforti ch'egli, contento di vederle pronte a partire per l’altro
mondo, veniva porgendo alla madre?
Una pareva di Francesco Berna
La mula, e, con la pelle trasparente,
L’altra giusto di carta una lanterna.
Et a la madre lor trista e dolente
T dicea: Madre, non piangete, e il viso
Rasserenate, state allegramente.
Vedete, là, vedete il Paradiso;
Là v’è il lor padre, il buon marito vostro
Che a sè le chiama tutto gioia e riso.
D’altro adorne là fian che d’oro e d’ostro;
Lasciate pur che muoian; vi prometto
Di dir loro ogni sera un paternostro . . .
Eppure lo Zanotti era un galantuomo, un uomo di cuore, e l’e-
semplar rettitudine de’ suoi affetti domestici traspare anche ta-
lora dalle sue stesse rime giocose (1); e un galantuomo, un buon
padre di famiglia fu pure il Vettori (2) che tuttavia, parlando
in versi giocosi della figlia e della dote da apparecchiarle, osava
fingersi cosi snaturato da consolarsi colla speranza che frattanto
la fanciulla morisse; ma tutto ciò che sul serio non avrebbero
voluto scrivere e nemmeno pensare, ai bernieschi del Settecento
parve l’essenza stessa della piacevolezza, ch’essi cercarono rag-
giungere affettando trivialità di sentimento e di linguaggio anche
ne’ temi meno adatti a comportarla. L’uso era questo, ed all’uso,
valga la scusa, pagò un pochino il suo tributo anche il Parini.
(1) Op. «V 111, 115, 167.
(2) Op. cit ., p. 17.
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E. BERTANA
IX.
Se il secolo XVIII abusò della poesia seria d’occasione , quasi
parimenti abusò della giocosa, che volle accomodare a tutte le
circostanze. Si videro cosi sonetti bemieschi e capitoli per laurea(i),
per professione di voti monastici (2), per conferimento di dignità
civili od ecclesiastiche (3), per nuove messe (4), per alleanze con-
cluse tra monarchi (5), per vittorie dell’armi cristiane contro i
Turchi, per feste religiose ed in onore di santi (6), in morte di
qualche personaggio celebre, d’un amico (7), d’un figlio! e par
veramente di sognare leggendo certo sonetto berniesco fatto dal-
l’avv. Francesco Degli Antoni per chiedere il parere di G. P. Za-
notti sopra un altro sonetto elegiaco in morte del proprio figlio.
Ora se su questo tema aveva voglia di scherzare il padre, come
non ne avrebbe avuto quel capo scarico di Giampietro (8)? Per
quanto potessimo essere persuasi che un marito rimasto vedovo
non s* abbandonerà mica alla disperazione, non oseremmo mai
indirizzargli oggi un sonetto come quello del Galeotti (9) a certo
(1) Vedi, p. es.. Frugoni, Opere , III, 82, 87, 221.
(2) Ivi, p. 217.
(3) Vedi, p. es., Galeotti, Op. cit., I, 97.
(4) Frugoni, Opere , 111,219. Un altro ne ha il Vannetti {Prose e poesie
inedite cit, voi. 11, p. 39), ma berniesco più di forma che di sostanza.
(5) Ivi, p. 231. Il Fagiuoli (Op. cit, IL, 236), contemporaneamente al Fi-
licaia, scrisse una canzone petrarchesca di metro e berniesca di tòno Per
la liberazione dell imperiale città di Vienna .
(6) Oltre a molti sonetti di questo genere, il Galeotti ha anche tre capi-
toli (Op. cit ^ 1, 55, 59, 62). Che più? in un sonetto giocoso fu ficcato per-
fino il Paternoster. Racconta il Baruffagli che il card. Lambertini, il futuro
Benedetto XIV, lo sforzò una volta a recitare dei versi, in tempo di carne-
vale, nell’ Accademia dei Rinvigoriti di Cento. 11 poeta cercava d'esimersi
dicendo che Parrebbero tacciato di satirico quand' anche avesse recitato il
Paternoster. 4 E ben, disse il porporato, purché recitiate, dite poi anche il
€ Paternoster, che non importa ». Ed il Barufialdi obbedì, facendo ridere gli
astanti con una giocosa parafrasi dell'orazione.
(7) Frugoni, Opere , III, 102.
(8) Cfr. Zanotti, Op. cit.. Ili, 234, 235.
(9) Op. cit., 11, 122.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 61
suo amico In morte della moglie . Mettiamo pure che costui
fosse dispostissimo a rallegrarsi della vedovanza, e n'avesse le
sue buone ragioni; ma non era decente che Taltro, pigliando
per testo il salmo GXXV : Laqueus contritus est , et nos liberati
sumus ; adiutorium nostrum in nomine Domini, gli cantasse:
Guardimi il del dal dire un'eresia,
Ma panni fatta apposta quando muore
Una mogliera questa Salmodia:
11 lacdo è infranto e libero son fuore;
Oh questo si che si può dir che sia
Un adiutorio in nome del Signore;
non era decente davvero; fosse pur vera la sentenza di quel
malizioso epigramma del V annetti (1):
11 giorno delle nozze ha un solo male,
Che vassen come dardo;
Del vedovaggio il di n'ha un più fatale,
Che sen vien troppo tardo.
E se si tollerava lo stile berniesco nelle più solenni occasioni,
e persino ne’ mortori , va da sè che quello stile doveva essere
ammesso anche in occasione di nozze; chè Analmente il giorno
delle nozze, senza pensare al poi, è per lo più un giorno allegro.
Tra gli epitalami di tal genere è notevole il lungo eapkolo
del Parini Per le nozze di Rosa Oiulini e di Gaetano Fiori (2),
composto nel 1758. In generale cotesti epitalami giocosi, e quel
del Parini non fa eccezione alla regola, sono più savi e modesti
di quanto sembrino portare lo stile e la materia; una modestia
relativa, s’inlende; chè certo appena nelle baldorie delle nozze
(1) C. Vànnetti, Opere italiane e latine , Venezia, 1826-'31, VI, 134.
(2) Opere , IH, 133. Il Reina lo dà come dedicato ad una Rosa Giuliani;
ma trattasi evidentemente di un errore, forse tipografico, ch'io rilevo, poiché
non l'ha rilevato lo Spinelli; il quale ne' suoi Alcuni fogli sparsi del Pa-
rini, ripubblicò, traendolo dalla raccolta di versi All' ornatissimo signor
Giuseppe Giulini per le nozze della gentilissima sig. Rosa di lui figlia
con il degnissimo signor Gaetano Fiori (Milano, Agnelli, 1758), un medio-
crissimo e orribilmente guasto sonetto del Parini per le medesime nozze.
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E. BERTANA
rusticane sarebbero leciti oggi certi scherzevoli consigli agli sposi,
come questi del Gozzi (1):
- Dunque usatevi insieme cortesia,
E non istate a dir: farem domani;
Ghè l'indugiar guasta la mercanzia.
Noia e malinconia
Piglin da voi licenza e mettan l'ale
E vadano diritte a chi vuol male.
Ma vengan per le scale
E per le stanze, e in cucina, e in sul letto
Le baie, il riso, i sollazzi e il diletto;
E nascane un effetto
Prima che doman suoni mattutino,
Che la sposa abbia pieno il valigino.
Più liberi, o cinici addirittura, sono invece altri componimenti
bernieschi, non però fatti pel di delle nozze, in cui s’enumerano
i difetti delle «mogli e le calamità della vita coniugale (2) ; onde
(1) Op. cit ., XIX, 27.
(2) li capitolo del Saccenti Alla propria moglie :
Vi do le buone feste ed il buon anno,
pel quale menò tanto scalpore nella Frusta Aristarco, gridando allo scan-
dalo, non è che una haia innocente in paragone di quel che leggesi altrove.
Vedi per es., il cap. del Giudici (Op. et/., 1): Il matrimonio disgraziato ;
certi sonetti senili del fiorentino Alessandro Ghivizzani ( Raccolta Gelopoli*
tana cit., IV), tra cui il sonetto-testamento:
Cara consorte, la mia grave età
Vedo che bada a farmi dare in già,
attribuito erroneamente al Magalotti nelle Rime piacevoli di autori del se-
colo XVIII e XIX (Genova, Pendola, 1838), ma dato per opera del Ghiviz-
zani anche nella Raccolta di poesie piacevoli edita a Livorno dal Masi,
colla falsa data di Leida, 1780, e particolarmente quello in cui lascia alla
moglie le seguenti istruzioni sul proprio funerale:
Sia la bara il coperchio d'una madia.
Nè preti o frati portinla, ma dnoi
Fra i scelti e bravi musici d’Arcadia.
La magra Poesìa mi segna, e poi
La Fame dietro a lei con Tarpa radia;
Quanto alla croce : andate innanzi roi ;
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 63
il Baretti prelevasela coi bernieschi, che tra 1*« altre cose ge-
neralmente rispettabili e rispettate », scherniscono il matrimonio.
Si, il Baretti sulla sua coscienza di poeta giocoso questo peccato
non l’aveva, anzi nel suo sonetto Del menar moglie (1) erasi
ingegnato a dirne più bene che male; ma neppur lui era riu-
scito a lodare incondizionatamente
Quel cosi alto e nobil sacramento (2),
chè la vita coniugale non erasi forse mai prestata cosi mirabil-
mente alla derisione ed alla satira come nel secolo XVIII. Della
diffidenza e della antipatia che il matrimonio ispirava sonvi cu-
riose testimonianze nella poesia giocosa del tempo. Vedasi, p. es.,
il capitolo del Borsetti (3): Ordine religioso più austero. Un gio-
vane stanco del mondo vuol purgare i suoi peccati facendosi
monaco; solo è incerto sulla scelta dell’abito, perchè vorrebbe
assoggettarsi alla regola più stretta; ma, passando in rassegna
le varie religioni in cui si può fare austera vita di penitenza,
non pensa neppure a quella che poi il poeta gli suggerisce:
perch’egli con la moglie era vissuto « come Santippe e Socrate a. Vedi an-
cora gli sboccati sonetti del Gigli ( Raccolta Gelopolitana , V, 13 sgg.).
Altri comp. bernieschi del Gigli che lubricamente scherzava sulle insazia-
bili brame della sua donna e sulla propria freddezza sono in Rime degli
Arcadi , HI, passim ; e nel lubrico capitolo Della Gelosia , che pure è forse
il suo capolavoro, il Vettori (Op. cit., p. 23) profuse scherzi molto inge-
gnosi e punto decenti, sul suo gran naso, origine prima de* gelosi sospetti
della moglie, « che temeva in altrui le proprie voglie ».
(1) Poesie cit., p. 130 :
Il menar moglie ò una cosa d'oro
Quando colui che la fk la sa fare . . .
Ed il Passbroni (Op. cit., p. 321):
Delle nozze laudatore io sono . . .
Chè il matrimonio io l'ho per un gran bene
Ha i suoi triboli anch'esso e le sue spine,
Ma queste spine pungono di raro
Chi opra con onesto e retto fine.
(2) Cosi il Parini nel capitolo alla Giulini.
(3) Op. cit., p. 269.
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B. BERTANÀ
Questa è la grave rigida e spietata
Antica religion del matrimonio,
Santa però quanf altra mai sia stata . . .
Dunque se purgar brami il tuo delitto.
Prendi moglie e farai più penitenza
Che non fe’ Giobbe in tanti modi afflitto.
Ogni altro « istituto regolare » concede « un anno almeno di no-
« viziato », ma qui invece nessuno « dopo la vestizione » può
dire « non voglio altro, e ritirarsi »; chè se fosse altrimenti,
« molti e molte verrian fuora »
Dalla matrimoniai religione
Gettando il velo e l’abito in buon’ ora.
In altri ordini si fa voto di povertà; e poverissimi si può star
certi di ridursi nel matrimonio; ma con questa differenza: che
mentre i padri cappuccini, p. es., andando di porta in porta riem-
piono la bisaccia e sono ritenuti santi, i padri di famiglia ridotti
a mendicare son detti birbanti. Insomma , conclude il Borsetti,
tien per certo
Che l’ordin coniugale è una miseria,
Un perpetuo tenor d’angoscie e guai,
E un estratto di fine penitenza;
Onde, se hai core, moglie prenderai
Per più patir: questa è la mia sentenza.
Del resto, più spesso che contro il matrimonio, i bernieschi
settecentisti si sbizzarrirono contro le donne (1), di poco variando
in ciò i soliti motivi della poesia misoginica anteriore; oppure
presero di mira il rovinoso impero del lusso, delle mode forestiere
e lo scandalo del cicisbeismo , di poco variando anche in ciò i
motivi allor più comuni nella satira del costume; ma la conclu-
sione era però sempre la stessa ; pensarci su due volte prima
d'ammogliarsi e poi non farne nulla. Perchè non vuol prender.
(1) Così Montanaro Bombene (Saggio di poesie bernesche e Uriche , Tre-
viso, Trento, 1795, p. 5) ha un capitolo In lode del matrimonio 9 dove però
biasima e punge le donne.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
65
moglie il Borsetti, e non. la prese davvero? Perchè delle donne
in generale diffida ; per una buona ve n'ha le migliaia di mal-
vagie, vane, ambiziose, incontentabili, frenetiche emulatrici delle
più ricche e disoneste; ormai ciascuna vuole almeno un bellimbusto
Per suo secondo, ossia vicemarito;
ed il Borsetti su questo punto è irremovibile, non vuol sentir
parlare di convenienze ed usi invalsi , nè potrebbe mai darsi
pace e credere alla fedeltà della sua donna corteggiata dairim-
mancabile cavalier servente (1). Si mostravano, o fingevano mo-
strarsi, esitanti e restii a prender moglie perfino coloro che,
come il Pozzi (2) avevano avuto il coraggio d'ammogliarsi tre
(1) Cfr. Op. city p. 46, il cap. Circa il prender moglie ed a p. 62 l'altro
cap. Nel medesimo argomento. Vedi anche la nota al primo di questi ca-
pitoli. Più severo è però il secondo, dove il B. dichiara di temer le donne
anche quando per caso sien buone, perchè le stesse loro virtù sono perico-
lose e facili a convertirsi negli eccessi opposti; cosi l’amore pel marito
nella donna diventa furia gelosa, la saggia economia trasmoda in avarizia,
l'ingenuità confina con la storditaggine, la religione divien fanatismo super-
stizioso e pinzocchero Dunque, guardarsi anche dalle buone, e non prender
moglie, mai, in nessun caso.
(2) Vedi Poesie cit., ili, 97, la canzonetta:
Caro amico, il bel partito
De la sposa che mi. nomini.
Ha già mosso in me il prurito
Di fhr nascere degli nomini,
che nel voi. IV della citata raccolta GelopoUtana è data, forse ad arte, come
cosa d'autore incerto, con questa nota del raccoglitore: « Io non credo che
€ l'autore sia toscano, ma in grazia della sua leggiadria merita d'aver luogo
€ in questa raccolta ». Il Pozzi non voleva vivere da scapolo libertino, ma
d'altra parte sentiva dire e ripeteva che « nuziali »
Cerimonie, gioie e feste
Degli smori coningsli
Son l'esequie più funeste ;
Perchè insulsi s ogni palato,
0 sia nobile, o plebeo,
Paion brodi d’ammalato
1 piaceri d'imeneo.
Ed il Gozzi, parlando un poco per propria esperienza, nel capitolo per la
monacazione di Maria Celeste Venier:
Che giova al mondo esser marito e moglie,
Se passate due danze ed un convito,
Sabbia dispetti e zuffe se ne coglie?
Giornale storico. — Suppl. no L 5
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E. BERTANA
volte! Consigliavano il celibato perfino quelli che della scelta
fatta ammogliandosi potevano lodarsi e si lodavano* come il Fa*
giudi ; il quale dopo molti anni di concorde vita coniugale, scrisse
il capitolo In lode del vivere in pace (1) e l’altro capitolo alla
moglie, non privo d’affettuosa poesia domestica (fiore raramente
sbocciato sulle pendici del nostro Parnaso) In lode dello stare
in casa (2):
0 casa mia
Oh dolce mio tugario benedetto!
Sì, sì, che per piccino che tu sia
(Come vi fu chi saggiamente disse)
Non ostante mi sembri una badia . . .
In casa il nostro ben si stabilisce
Colla nostra famiglia ivi vivendo . . .
Eppure, malgrado questi versi che fanno testimonianza della sua
feliciti coniugale e del suo genio per la vita casalinga, nel Con-
siglio circa al prender moglie al sig. cav. e senatore Giu-
seppe Qinari, lo stesso Fagiuoli finge che gli compaia , mentre
sta scrivendo , madonna Prudenza , la quale gli rimprovera lo
sproposito fatto ammogliandosi, gli rinfaccia la perduta libertà,
gli enumera i pericoli a cui s'espose, gl'insegna che amor dura
poco, che alle prime dolcezze d'imeneo succedono dispetti, crucci
e risse, che le donne sono sfrenatamente vanitose, che per ve-
stire alla moda rovinano i poveri mariti,
. E per vestire in lusso alla franzese,
Si muore all'italiana di disagio;
che, oltre a ciò, esse compromettono fàcilmente l’onore della
famiglia con le loro disonestà, che mill’altre tribolazioni vengono
poi dai figli e che, in conclusione, col matrimonio
(1) Op. cit., HI, 211. Qui volle provare la necessità della concordia dome*
etica con la novella delle Nozze del Diavolo.
(2) Ivi, p. 188. Esorta la moglie e tutte le donne a starsene in caaa:
In casa, in caaa, o donna, e ria pii qnalla
Che pretendono d’eesere onorata.
Più quelle ch'hanno figli, a più la balla.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI Dl^L SETTECENTO 67
La libertà ò perduta: questuò quanto;
Or puoi perdere onor, roba e quiete;
Del resto poi il matrimonio è santo! •
Begli incoraggiamenti ad ano che appanto stava per ammogliarsi !
Il tema del matrimonio era del resto assai difficile a trattarsi
giocosamente senza cadere nelle lascivie, lodandone le sensuali
dolcezze, o senza farne la satira. E cosi più del satirico che del
giocoso ha, p. es., il capitolo del Forteguerri, A Giuseppe d’ An-
drea Tolomei patrizio pistoiese nell'occasione che prese per
prima moglie la signora Guidiccioni di Lucca (1), dove, tra
gli altri, sonvi questi avvertimenti allo sposo in sostanza punto
allegri :
Se facil sei, riputazione addio,
Se strano, a rivederci amore e pace
Con tutto il resto ancora, al parer mio.
Però tu scegli quel che piò ti piace:
Per me sarei, Giuseppe, di parere
Che faccia meno mal chi lor compiace.
Perchò la donna non si può avere
Com'un la vuole; e son bagattelle
Il dire: Io la farò stare a dovere,
E non farammi intrighi e marachelle;
Perchè elle son come voglion esse,
E si fa peggio a metterle in rovelle.
Con tali canti molti e molti sposi del secolo scorso furono ac-
compagnati al talamo ; ed il tòno precettivo, con maggiore o mi-
nore opportunità di sentenza e più o meno intrinseca bontà d’am-
maestramenti , prevalse in cotesti epitalami giocosi (2). Il tòno
(1) Riprodotto anche nella citata Raccolta di poesie giocose ecc. del Pen-
dola, p. 175. La sentenza del Forteguerri consuona con quella del Gigli
(sm, p. 183):
Con bella moglie alcun pace non ha
Se duranti un crirel non tien cori.
Onde tede e non rode quel che fk.
(2) Capitoli precettivi di tal genere scrisse anche Antonio Cesari, e tre
ne sono riprodotti nella cit. Raccolta , pp. 54, 63, 76.
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E. BERTANA
precettivo usò così con garbo, malgrado certe poco decenti scap-
pate e certe furbesche sguaiataggini, che sulle labbra d’un padre
poi sono dffl tutto inescusabili, il Saccenti (i) nel capitolo per le
nozze della propria figlia; e l’usò anche il Parini, dando alla
€ Sgnora Rosa sua saggia e dabbene » ed allo sposo
Di buoni avvertimenti una gran dose
E di preservativi un po' morali;
anzi moralissimi.
Il nostro poeta « non gustò del maritale amore »,
Però che giovinetto a la sua rete
San Pier Tha colto papa e pescatore;
Ma nondimen, quantunque egli sia prete,
crede di poter insegnare agli sposi quali sieno i lor doveri ed
in che debba consistere la loro vera felicità. Anzitutto sap-
piano che l’amor coniugale è ben diverso da queiraltro il quale
ha fine con la breve ed impura soddisfazione del senso; e quindi,
o sposi :
(1) Op. cit.y 1, 156. Inculca alla figlia soggezione e rispetto verso lo sposo :
Per Ini tu dori arar rispetto tanto
Quanto per me n'aresti, e amore e fede
Qual ai conviene a un matrimonio santo.
Non di que’ matrimoni che si Tede
Metter la moglie in tanta libertà
Quanta il marito bue glie ne ooncede.
Le insegna pure che « i cicisbei se gli ha tener lontani a,
E se a le donne la moderna scuola
Cicisbeando insegna andare in fregola,
E condanna chi sta modesta e sola,
egli la consiglia a « trasgredir la regola >, ed a prendersi cura deU'economia
domestica, ad esser prudente e savia per compiere degnamente in ogni
parte gli alti doveri della maternità che le incomberanno. Le raccomanda
di mantenere la pace in casa e di non meritarsi colla caparbiaggine e colla
sventatezza le busse del marito Sicuro; batter la moglie non è una
bella cosa, < e per saperlo non ci vuol gran scienza >, ma in certi casi non
se ne può fare a meno ; ed allora il marito « batta con civiltà , ma batta
sodo » !
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IL PARIN1 TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
09
non fate come gli animali
Che a pena terminato di trescare
Sono ancora nemici capitali.
Voi vi dovete, o sposi, sempre amare,
Non già voltarvi in capo a pochi mesi
L'uno al servente e l’altro a la comare.
Voi dovete pensar che siete presi
A un laccio che non può scior se non morte,
Non già le male usanze de’ paesi.
Pensi l’uorao che la sua consorte « è una compagna datagli da
«Dio », e che perciò ha sacrosanto obbligo d’ amarla con fede
costante; abbia la donna buon governo « de le cose domestiche
« e de* figli », nò « s’abusi, come s’usa adesso »
De’ sposi sdolcinati, che d’ umana
Leggerezza dan nome ad ogni eccesso.
E più altri avvertimenti aggiungerebbe il poeta , se non consi-
derasse gli aurei costumi e l’ottima indole di que’ due a cui parla:
Ma il dir tai cose a voi ò opra vana,
Signora Rosa mia, la quale il ceto
Lasciate indietro de la plebe insana.
E il vostro gentil sposo vi tien drieto
Per quella via che voi segnate avanti.
Sol de le virtù vostre altero e lieto.
Ei non cercò già quel che gl’ignoranti
Curan ne le lor mogli solamente.
Vale a dir la bellezza ed i contanti.
A queste cose non guardò niente,
Ben che n’aveste a dargliene in buon dato,
Ma solo al bello de la vostra mente.
Sol per questo ei cercò d 'avervi a lato;
E così dovria far chiunque ha senno
Perchè sia il matrimonio allegro e grato.
E quel medesmo che di lui accenno,
Io lo dico di voi, Sposa gentile,
A cui le passion forza non fenno.
Voi come l’altre non foste sì vile,
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70
E. BERTANA
Che a pena fuor uscite de* pupilli
Vaghe sono del genere maschile.
Ond'entran loro in capo tanti grilli
Di volere a ogni costo un bel marito.
Pria che la lor beltà caschi e vacilli
Voi non aveste di beltà prurito;
Ma sol congiunta a la virtù vi piacque.
Come sopra a un bel corpo un bei vestito.
Però è dover che sopra voi, com'acque.
Le benedizion piovan dal cielo.
Sposi, in che Amor cotanto si compiacque (1).
Pare proprio un sermoncino di circostanza rivolto agli sposi dal
loro curato dopo la celebrazione del rito ; e l'indole giocosa del
componimento qui non s'avverte quasi neppure nella forma. Ma
un capitolo doveva essere alla fin fine un capitolo, nò poteva
stare senza qualche scherzo, senza qualche uscita un po' bizzarra,
senza qualche motto un po' audace, ed il poeta berniesco si ri-
sarcì nella chiusa, si sfogò nel l'esordio. Nella chiusa che contiene
l'immancabile augurio di numerosa e prospera flgliuolanza, il
motivo dello scherzo è tutt’altro che nuovo perchò la sperimen-
tata sicurezza dei lirici vaticini sulla fecondità de' talami e le
glorie de' figli nascituri destava ormai da un pezzo il riso dei
poeti stessi (2). A questo goffo abuso squisitamente deriso anche
nel mirabile passo del Vespro :
(1) Quest'ultimo verso accenna da lontano ad una reminiscenza dantesca,
e lo noto perchò ciò mi porge occasione ad avvertire che di reminiscenze
dantesche molto più certe ed evidenti è tut l'altro che scarsa la poesia gio-
cosa del Settecento. Particolarmente ne abbonda il Saccenti.
(2) Tralasciando esempi più noti, ricorderò la chiusa d'un sonetto per
nozze del Galeotti (Op. c&. II, 50 sgg.), che accenna a coleste troppo bu-
giarde profezie poetiche:
Ma s'egU il tempo è guida
De* ruocesei arreair, deh, almen cortesi
Aspettate, poeti, i doto mesi.
In un altro sonetto nuziale, parlando alla sposa, "madre futura, già s'intende,
d'un eroe, le dice:
E ie fra nove mesi.
Come T'accerto, non sarò profeta,
J)ite che son bugiardo, o son poeta.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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Nò le muse devote, onde gran plauso
Venne l'altr’anno agllmenei felici,
Già si tacquero al parto, ecc.
il Parini mirò anche nella chiusa del capitolo:
A me non lice penetrar nel velo
DelTawenir, com'altri pari miei
Che hanno in corpo Elicona e Pindo e Deio.
Del resto anch'io cinque figliuoli o sei
Prometterievi alzando in aria i vanni,
E spiegherei lor toghe, arme e trofei.
Dire' che agl'indi e agli ultimi Britanni
Andrà lor nome e che a sì tristo guaio
Fia che l'Odrisia luna il volto appanni.
Io non ve ne prometto pure un paio:
Che voi ne abbiate avere è facil cosa;
Io per me ve ne prego un centinaio;
Pur che agguaglino il padre e la sua sposa,
E sien di buona pianta buone frutte,
Che quest'è, come ho letto in versi e in prosa.
La benedizion miglior di tutte.
E qui Taugurio bonario e sincero che i figli « agguaglino il padre
« e la sua sposa », richiama, benché abbia tutt’altro senso, l’au-
gurio poderosamente sarcastico di un'altra musa, la vera musa
pariniana, che
del parto divino al molle orecchio
Appressò non veduta; e molto in poco
Strinse dicendo: Tu sarai simile
Al tuo gran genitore . . .
Nell’esordio invece il Parini volle motteggiare i tanti guasta-
mestieri, che non avendo
Punto de la poetica semenza,
schiccherano tuttavia in occasione di nozze tanti « versacci »,
Che per l'amore di Dio benedetto
Non v'ò cosa che al mondo più t'annoi;
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E. BERTANA
ma sopratatto volle lavar la testa a quegli altri, che pur « sa-
« pendo fere qualche sonetto » in onore d’imeneo,
Non hanno alla modestia alcun rispetto.
Costoro, rampognava senza esagerazione e molto opportuna-
mente (1) il Parini, costoro, cantando d’imeneo,
Cancan nelle sozzure infino al mento
E fanti comparire una sporchezza
Quel così alto e nobil sacramento.
Chi fa coraggio a la sposa, chi spezza
La zona virginal, chi in versi strani
Chiama Imene e la Dea de la bellezza.
Ho visto epitalami sì villani,
Che starien meglio, il ciel me lo perdoni,
Ne le nozze che fan tra loro i cani.
E non si potrebb'ei d'altre cagioni
Trarre argomenti, e non dar punto retta
A questi pensieracci gaglioffoni?
Non si potrebbe andar pqr via più retta,
E a sé stessi e a gli sposi fare onore
Lasciando quel che a' bruti solo aspetta?
Sì certo aveva ragione e colpiva giusto il Parini; ma quella
(1) Di epitalamiche lascivie furono fecondi il Mazza, il Corretti, il Bertola,
il Fantoni, il Dalmistro ecc. , e maestro un po' a tutti il Frugoni. Di lai
basti ricordare la canzonetta per le nozze della N. D. Anna Maria Amati ecc.
(Opere, V, 379), e vedasi s’era possibile fare in versi una più minuta e in-
vereconda descrizione della mistica prima notte. Dalla « beata cena » qui
il poeta accompagna gli sposi al « bel letto », di cui « formano il piano »
morbide lane di Spagna, ma, si badi, < non cedenti soverchio». Di morbido
lino sono le lenzuola; « rilevati origlieri Gli uni agli altri sovrastano »,
Che ai sonni ed ai piaeeri
Destinar gode Amor;
pendono intorno « tele animate », dove, per es., ad accrescere gli stimoli
voluttuosi,
Peleo all’equorea Teti
Si rede in sen languir;
e di minuzia in minuzia tutto è descritto con quell' inestetica pedanteria e
sguaiataggine della scuola che poc’ anni addietro trionfava intitolandosi ve-
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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« cosi viva e commossa descrizione delle gioie matrimoniali »,
fatta da lui più tardi, ch'è la miglior parte dell’ode Le Nozze,
« stava ella bene in'bocca d’un prete? » (1); e, aggiungiamo noi,
in bocca d'un prete, d’un poeta che austeramente tacciava gli
altri d’oscenità; in un componimento giocoso bensì, ma pieno di
tante cose savie e morali, stava ella bene quest’imagine anzichenò
sguaiata, s’anche serve solo a descrivere la sguaiataggine altrui:
Ti conducono all'uscio a far la spia.
Fanti veder Coniugo che vien dentro
G la Verginità che scappa via?
X.
Ma lo stile berniesco, già l'abbiamo detto, sarebbe parso insi-
pido senza qualche pizzico di questi sali, di cui il Parini fece
uso oltre che nelle men castigate sue rime giocose giovanili, dove
spesseggiano metafore del gergo furbesco e doppi sensi lubrici (2),
anche in alcuni componimenti posteriori (3) ; quando già con « le
« veneri de’ prischi versi » egli aveva ripudiato « i due Valeri
« laidi e scorretti , cari agli uomini nel vizio immersi » (4), e
sul tronco dell’abatino mondano già fruttificava il buono innesto
del poeta civile. Del resto lo scrupolo della decenza non fu sen-
tito forse' che da uno solo tra i verseggiatori giocosi del secolo
XVIII, e dal men berniesco fra tutti; quei candido Passeroni, che
rista. Non è dimenticata neppure la lucernetta ad olio di Lucca (« Liquor
c di Toschi ulivi >), che deve rischiarare discretamente il < rossore > della
sposa, la quale < al dubbio raggio >
Men sente il cero oltraggio
Del ben rapito fior.
(1) Cfr. Carducci, Conversazioni critiche , Roma, 1884, p. 267.
(2) Vedi i sonetti ( Opere , ili, 92-94): Ti son schiavo , ti son servitore —
Ch' io possa diventar una ghiandaia — Voi avete a saper , brave persone .
(3) Vedi il sonetto Per ballerina ( Opere y III, 59), stucchevole pei bisticci
sul cognome della « bella Pelosini » e sconcio per V equivoco dell' ultimo
verso.
(4) Opere , 111, 52.
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E. BERTANA
veramente poteva con tranquilla coscienza esortare D. Luigia
Imbonati a leggere senza paura le sue celie innocenti :
Non dubitate, ch'io non son per dire.
Quantunque scriva in poesia giocosa.
Un motto sol che facciavi arrossire.
Gli altri, chi più, chi meno, quantunque al paragone de’ cin-
quecentisti sembrino mondi e puri come gigli (i), mirarono più
ad essere bizzarri e faceti che castigati, e per « acquistar fama
« d’ingegnosi, furono tacciati d’animaleschi »; onde il Rubbi, che
delle loro rime volle fare una scelta giudiziosa, dovette, in tanta
abbondanza di messe, spigolar con fatica, « per evitare lo scoglio
« dell’oscenità a cui naufragarono quasi tutti ». Il Baretti (2) poi,
non eccettuando alcuno, trasmodò nel biasimo de’ bernieschi,
come prima aveva ecceduto nelle lodi, e disse che « la più scia-
« gurata canaglia non fu veduta al sole ».
Sboccati essi furono senza dubbio ; ma quanti allora se n’offen-
devano? Il Pozzi finse qualche scrupolo dopo che la sua canzonetta
Han le donne un non so che fu ripresa d'immodestia ; ma pre-
gando l'amico G. P. Zanotti, singoiar censore, di purgargli cert’altri
scherzi poetici, non intese che di dar la baia agli schifiltosi ed
ai rigidi; chè dal gusto de’ motteggi arciliberi non lo guarirono
mai nò i biasimi, nè gli anni ; e lo prova abbastanza il capitolo (3)
ad una Gozzadini, della quale dichiaravasi innamorato, ma solo
spiritualmente, badate; perchè vecchio, vedovo di tre mogli,
padre di molti figli, non aveva più certi ardori, certi grilli. Non
temesse dunque la dama di compromettere la sua virtù stan-
dosene con lui; dubitasse invece d’altri più giovani o più robusti,
come il Fabbri, il Beccari , Gabriel Manfredi , Francesco Maria
Zanotti e Giampiero :
(1) Aveva ragione il Rubbi di scrivere nell'avvertenza proemiale al citato
voi. LII del Parnaso italiano : < Molti bizzarri umori à l’Italia e più casti
< assai di quei che ne precedettero ».
(2) Frusta, ed. cit., p. 706. Art. sulla Pamela Nubile.
(3) Poesie, cit.. Ili, 19.
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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Vecchio è Giampier, ma in tal modo disposto,
Ch'io pure, che son maschio n'ho paura,
E con molto riguardo mi ci accosto.
Di tal genere sono i suoi scherzi con le gentildonne (1), e certa-
mente, nell’intenzione, eran baie senza malizia; nompertanto a
noi pare strano che si potessero rivolgere a delle signore. Vero
è che la licenziosità de’ berneschi settecentisti rispecchia in parte
la sconfinata libertà de’ motteggi che rallegravano le conversa-
zioni ed i conviti più illustri (2). La « libera gioia », direbbe il
Parini, « 1’elegante licenza » avevano bandito dalle reggie e dai
palazzi « la ritrosa modestia », ond’era vano ogni sforzo
Di richiamar de le matrone al volto
Quella rosa gentil che fu già un tempo
Onor di belle donne, all'amor cara
E cara all'Onestate.
Dati tali costumi, si spiega anche il favore che la maniera
berniesca ebbe nel Settecento; nella qual maniera piacque eser-
citarsi alle donne stesse, e tra quelle che risposero in rima alle
lepidezze dello Zanotti (3) oltre la Faustina Maratti Zappi, ricor-
derò anche la Francesca Manzoni, che fu moglie appunto ad uno
de’ giocosi allora più in grido, il veneziano Luigi Giusto, vanto e
decoro dei Trasformati (4). Non tutto il male, secondo me, dipese
(1) Vedi anche il capitolo a p. 26 del voi. stesso.
(2) G. P. Zanotti ( Lettere famigliari d' alcuni bolognesi cit., I, 30) scri-
veva da Carrara nel luglio del 1720 alla moglie: < lo sto allegramente con
« questo prete dell' Isolani, perchè è matto come una vacca e dice mille
« buffonerie alla Duchessa che la fanno crepar dalle risa » ; ed Eustachio
Manfredi scriveva da Roma che quando in casa della Faustina Zappi-Ma-
ratti si lesse il capitolo-ritratto inviatole da Giampiero, non del tutto sudicio,
ma neppur castigato, * gli astanti ebbero a pisciarsi addosso dalle risa ».
(3) Qp. cif., Ili, 148, 239.
(4) Abbiamo già veduto come di versi lepidi, per quanto innocenti, si di-
lettassero e dessero pubblici saggi anche le monache ; donne però che ab-
biano di proposito coltivata la poesia berniesca nel secolo X.VII1 non ne
conosco; chè la Teresa Albarelli Vordoni, i cui versi, stampati a Padova
nel 1821, levarono un certo rumore, e famosi specialmente andarono i suoi
capitoli sul Fumo % appartiene più al nostro che al secolo scorso in cui era
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E. BERTANA
« dal torto concetto, derivato dall’inconsulta ammirazione dei
« cinquecentisti, che in cotesto genere di poesia tutto fosse lecito
« e la disonestà fosse un buon gusto » (1); ma dipese in gran
parte dairindole e dai costumi del tempo, dal temperamento gros-
solanamente sensuale di quella gente ridanciana. Cosi si capisce
ciò che racconta il Vettori (2) del trasporto con cui a Verona
coltiva vasi la poesia berniesca e de’ versi che, per digerire ri-
dendo, si recitavano alla tavola del Marchese Montanari (3):
Era ivi il Volpi, celebre persona.
Che tra i poeti latini e toscani
Seder può in cerchio e può portar corona.
Udir ci fé versi giocosi e piani
In lode di Priàpo, quel Priàpo
Che mette in succhio i poveri cristiani.
Ma quel che non si capisce tanto facilmente è come oltre
questo genere di scherzi non repugnanti al genio del secolo che
produsse il Gritti, il Casti, il Batacchi ed il Baffo, sporchi in
varie guise e in varia misura, con più o meno di malizia e d’in-
gegno, ma sporchi tutti e quattro stomachevolmente, siensi tolle-
rati anche altri scherzi stomachevolmente plebei, che contrastano
coll’ esteriore decenza, coll’ affettate mondizie di quella società
aristocratica. A Verona, p. es., dove la poesia giocosa, come s’ è
nata. Del secolo scorso essa però mantenne tenacemente le tradizioni ed i
gusti , cosicché , scrivendo a mons. Muzzarelli , ancora nel 1838 si lagnava
che il pubblico non volesse più saperne di capitoli .
(1) Così il Carducci, nel cit. art. su 11 Parini principiante .
(2) Op. cit., p. 9, cap. a Luigi Giusto. Tra i bernieschi veronesi ricorda
lab. Franca, un « bell'umore » ed il Becelli :
Quivi dei buon Gemmila ere l'Autore ;
Rime leggiadre andava recitando
Contro le donne eh 'amen per amore;
ed in lode quindi di queiraltre!
(3) Giannicola Alfonso Montanari, che in una nota alle Rime scelte del
Tartarotti (ed. cit., pp. 32-33) è ricordato col titolo di conte da Clementine
Vannetti, il quale c'informa che il patrizio veronese aveva gareggiato speseo
solennemente coll'abate roveretano in piacevoli e famigliari « rime scabrose »,
non pubblicate e non pubblicabili.
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IL PAR1NI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO
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detto, fu in grande rigoglio, sorse per coltivarla un’accademia
de' Meccanici , composta in maggioranza di conti e marchesi
letterati. Ebbene, che cosa facevano nelle loro tornate cotesti
lindi e titolati accademici? Lo racconta, tutto compreso di pro-
fonda ammirazione, il Vettori: oltre ad altre belle creanze, ivi
Rutti senza rispetto ognuno scocca.
Ognuno senza riverenza rece,
E così ognun vibra coregge in chiocca.
Or gli argomenti poetici da essi preferiti ciascuno se l’iraagina :
V'ha chi canta del piscio, e dell’uscita
Chi della loia, e dell'odor de' piei:
Oh cosa da leccarsene le dita! (1).
Che stomachi, eh? quegli Arcadi incipriati e profumati!
Egualmente sembra a noi strano che un’età perdutamente in-
vaghita di leziose pastorellerie abbia in pari tempo gustate le
rozzezze altrimenti manierate della poesia rusticale, che pur
essendo ozioso esercizio di linguai ghiotti di roboboli fiorenti-
neschi e rachitico frutto di pedantesca imitazione, rendeva talora
con certa cruda efficacia l’inamabile realtà della vita contadi-
nesca. Essa tuttavia piacque, non solo in grazia del toscanesimo
qua e là rinascente, ma anche in grazia della sua essenza gio-
ii) Di simili puzzolenti schifezze molto si dilettarono anche i signori della
Corte di Parma; ne fanno fede certi sonetti del Frugoni (Opere, III, 153,
155, 158, 159, 161, 164, 171, 172), tra i quali è tipico quello Contro il Ga-
lateo di Mone. Della Casa che proibisce il peteggiare. Puzzolenti piacquero
anche le metafore, e così lo Zanotti (Op. cit.. Ili, 233) scelse queste belle
imagini per descrivere la fecondità e facilità poetica del Frugoni:
E’ pare che tarato abbi del mosto
E che ti mangi sol fichi e poponi
Maturi, ed anzi mezzi al sol d* agosto.
Ma tu fisi poi fratti si dolci e buoni
E roba si soave e saporita
Che gli è beato chi sen fh bocconi.
Ed il Baruffaldi (Op. ctf., Il, cap. VII, Argomento) irritò gli accademici
della Selva scrivendo < il capitolo della Cacca fatto appunto per mostrare
« la propria lubricità e la stitichezza dei Silvani ».
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E. BERTANA
cosa e delle sue tradizioni licenziose. Così, tra gli altri, tosca-
neggiò rusticamente, e con poca modestia, il Parini, avendo per
diretti predecessori e maestri il Vettori, il Baretti, il Giusto; ma
ciò che di cotesto sue rime giovanili, poiché appartengono tutte
alle Alcune Poesie del *52, ha detto il Carducci, basta e n'a-
vanza (1).
Nè c’indugeremo intorno a quegli altri componimenti giocosi
della giovinezza e dell’età matura (2), in cui il Parini si dilettò
di ritrarre cose brutte e sgradevoli. Il Carducci, considerando le
predilezioni estetiche del Settecento e del poeta che doveva poi
dipingere le delicatezze del mondo aristocratico e le squisitezze
del « signoril costume », trovava « curiosa tanta picaresca cru-
« dezza » d'imagini e di colori quanta ve n*ha, p. es., nel sonetto:
tóha invitato a ballar ieri ser Nanni . Curiosa, certo, ma non
singolare; chè molt* altri bernieschi del secolo XVIII (3), dietro
(1) Il Parini principiante , loc. cit.
(2) Metto in questo numero la canzone In morte del Barbiere , non com-
presa nelle Alcune poesie , che per l'argomento richiama il capitolo del
Gozzi (Op. cit., XIX, 167) Contra Batista barbiere .
(3) Vedi le tre canzoni del Barbtti (Poesie cit., pp. 93 sgg.) Sopra la mici
casa ; il sonetto del Gozzi ( Op. cit XIX, 34) Ritratto della sua stanza ; i
capitoli del Saccenti (1, 189, 199) sopra il Banco di Prato; e l’altro sonetto
del Gozzi, Ritratto d'una sua fantesca , nauseante quanto la Descrizione
della serva che aveva al Ponte a Sieve fatta dal Saccenti. Giacché ci siamo,
noterò che gli scherzi bernieschi sui servitori e sulle serve spesseggiarono
nel Settecento; ed il Baruffaldi (Op. cit., II, 61-207) compose una specie di
poema in dodici ben lunghi capitoli, raccolti sotto il titolo d 'Ippolita, ai
quali diede principio nel 1717, quando prese per fantesca « Donna Ippolita
« Misani , vecchia di sessanta e più anni, ottima cuciniera, ma poco più
« valente in altro >. Un de* più comici fra i dodici cap. ò il IV, scritto
quando il vescovo di Ferrara ordinò che tutte le fantesche de' preti si
presentassero in Curia, per vedere se avessero o no raggiunta l'età sinodale,
e per intendere anche
Se abbiali figlie, nipoti, o par sorelle.
Perché potriaii facilmente a qeeete
Far tatto ciò che non poò fan! a quelle.
Le intenzioni del vescovo erano rigorosissime ed ai preti non voleva lasciare
che donne ridotte dagli anni contro ogni tentazione; ma appena egli vede
l'Ippolita, le accorda subito la più ampia approvazione. La vecchia gonza
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 79
l'esempio de’ più antichi, intesero trarre materia di riso dalla
rappresentazione deirorrido e del deforme; anzi la festa di «ser
« Nanni » ha un evidente riscontro nel € festino d’ un vice-ret-
« tore » descritto in un sonetto dal Crudeli (1), del qual sonetto
il Parini potrebbe anche aver avuto notizia; e certo quella
« broda » ammanita dal vice-rettore a* suoi ospiti, quel € sudicio
« liquore *
Che sembra un consumato alle brigate
D'un par di brache sucide d'un frate,
Le quali sieno state
Dieci ore in un piccolo paiuolo,
non è meno nauseante delle altre orribili cose che rivoltano lo
stomaco agl’invitati di ser Nanni.
di questa facile approvazione imbaldanzisce tanto che da quel giorno diventa
insolente col padrone, vuol far tutto a modo proprio, non tollera osserva-
zioni, strilla e fa il muso, da vera Perpetua serva-padrona. E più invecchia,
peggiore diventa; perde anche la sua antica abilità di cuoca, si fa di giorno
in giorno più pinzocchera, tanto che in compagnia di quella santa è sul
punto di diventar santocchio anche il padrone:
Poter del mondo! coee mai direte
Compar R orioli, amico benignissimo
Quando che me pinzocchero vedrete ?...
Nò più di boooa uscirmi tante frottole,
Nò enl mio labbro la letizia solita,
E starmi al baio sol, come le nottole? . . .
Egli qualche giorno aspetta da un pezzo il desinare, ma 1* Ippolita, per in-
durlo a penitenza, lo tiene a bada con storie di miracoli e di santi; egli va
sulle furie, protesta che vuol dormire e mangiare come e quanto gli piace
e non starsene tutto il giorno, digiuno, in orazioni ; e lei piena di serafica
unzione gli risponde con queste giaculatorie:
Caro Gesù, che siete
Mal da noi corrisposto a tatto Tore,
Soffrirò tatto, poichò voi volete,
8’è vostra permission ch'io sia alla spesa
D’an diavolo piuttosto che d’un prete,
Il qoal vuoi sempre starsi a pancia tesa,
A tavola imbandita a più non posso,
E l*nltimo pensiero ò quel di Chiesa . . .
Ci spiace di non poter dare una più larga idea di cotesti capitoli del Ba-
ruffaci, che son tra le poche cose vivaci e meritevoli ancor d'esser lette
nell'immensa colluvie di rime giocose del Settecento.
(1) T. Crudeli, Rime e prose , Parigi, Molini, 1805, p. 122.
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E. BERTANA
Per non trascurare nessuna cosa notevole nelle Poesie pia-
cevoli del Parini resterebbe che ci occupassimo del sonetto-apo-
logo: Il patto andò a casa del villano, il quale darebbeci occa-
sione di notare alcune relazioni tra lo svolgimento della poesia
giocosa e la storia, cosi poco conosciuta, della favola italiana;
ma per non dilungarci soverchiamente a discorrere d'una specie
poetica di cui il Parini ci lasciò in quel sonetto un unico saggio (1),
qui basti avvertire che da parecchi editori ed autori settecen-
tisti la fàvola fu considerata come una varietà del genere bur-
lesco e che molte favole italiane sono da ripescare appunto nei
canzonieri di tal genere.
Ora- è tempo di concludere. Non fa nostro intendimento di
percorrere l'intero campo della poesia giocosa del secolo XVIII,
per fàr di questa una storia minuta e compiuta, che certo non
riuscirebbe d’utilità proporzionata all' ampiezza del lavoro; ma
di richiamare 1’ attenzione degli studiosi sopra un fossile pro-
dotto della nostra letteratura, che per la storia dell’arte ha scarsa
importanza, ma che alla storia del costume può recare qualche
contributo, e, se non altro, attestare colla sua larga diffusione
nel secolo scorso e la sua scomparsa nel nostro due diversi stati
interiori d’un popolo che doveva cessare di ridere alla scuola
del Berni per ricominciare ad esistere. Ed a conseguire tal fine
ci parve potesse guidarci un rapido esame di parecchie varietà
della nostra poesia giocosa nel secolo XVIII, utili a conoscersi (2)
per valutare le Piacevoli Poesie del Parini ; le quali , scorie e
detriti d’un poderoso ingegno sviato dalla corrente, non sovra-
(1) Opere, III, 112. Veramente nella non cornane Raccolta di favoleggia-
tori italiani antichi e moderni (Firenze, Passigli, 1833, pp. 420-424) del Pa-
rini, son date, oltre questa, altre sette favole; ma favole poi nel senso proprio
e genuino della parola non sono. Quattro: Amore e Imene, Il Piacere,
La Corte dì Amore, Il Canapè, sono tratte dal Giorno; una i la canzonetta :
Offeso un giorno Amore, l'altre due i sonetti : Carco di merci preziose e
rare e Deposta un giorno torrida facella.
(2) Per non ripetere cose più note, mi sono astenuto dal far parola del
Tanzi, del Balestrieri, del Carcano e d’altri colleghi del Parini nell'acca-
demia dei Trasformati. — Più largamente invece, benché si trattasse d'an
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IL PARINI TRA I POETI GIOCOSI DEL SETTECENTO 81
stano per pregi d'arte e per novità di concetti a quelle di mol-
tissimi altri contemporanei, anzi talora scapitano al paragone;
tuttavia, se i grandi scrittori vogliono essere ammirati unicamente
nell*opere loro migliori, ciò non vieta di studiarli anche nelle
meno degne e perfette; non pel gusto maligno di vederli scen-
dere al livello de* mediocri, ma per il legittimo desiderio d’ in-
tenderli appieno, conoscendoli interi, e per la scientifica curiosità
di sapere quanta parte essi vissero della vita intellettuale e mo-
rale comune nel loro tempo.
Emilio Bertana.
autore ancor più noto, abbiamo discorso del Baretti; ma più per accennare
alle varie sue idee sulla poesia berniesca, che per illustrare l’opera sua di
poeta, la quale ci par degna di qualche considerazione speciale. Senonchè
uno studio qualsiasi delle poesie del Baretti non può farsi utilmente sulle
sole sue opere a stampa, ma bisognerebbe tener conto delle inedite e {Ielle
varianti introdotte dall’ A. in quelle che già aveva stampate. Varianti im-
portantissime e componimenti inediti si trovano nel manoscritto contenente
le poesie del Baretti già posseduto da Domenico Carbone, il quale ne diede
qualche saggio (cfr. Oazzetta letteraria, an. Ili, 1879, n® 9) e componimenti
inediti e correzioni si trovano pure nel manoscritto autografo delle stesse
poesie descritto dal Biadbgo, Catalogo descrittivo della biblioteca Comunale
di Verona , Verona, 1892, pp. 4 sgg.
Giornali storico. — Sappi, no 1.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
Il Gaspary (1), che dai sostanziali riscontri tra una poesia
di Chiaro Davanzati e una di Sordello aveva arguito che il
poeta fiorentino procedesse nelle sue imitazioni dal provenzale
con una libertà preannunziante una maniera nuova ed originale,
ebbe più tardi (2) a verificare che nella sua canzone Troppo
agio fatto lunga dimoranza , imitando quella di Perdigon Trop
ai estat que bon esper non vi, aveva quasi tradotto alla let-
tera (3). Invero, se si voglia considerare la imitazione di Chiaro
accanto a quella che della medesima canzone di Perdigon fece
(1) La scuola poetica siciliana , trad. it., p. 39.
(2) Cfr. Zcitschr. f. rom. Phil ., IX, 1886, 571-573. È d’uopo però rilevare
che già nel 1885 il Casini, Riv. crii. d. leu. it., I, 72, scriveva: c Ma se
« il Gaspary avesse avuto innanzi tutte le rime del Davanzati, avrebbe po-
« tuto riconoscere come questa larghezza di veduta sia di pochi componi-
« menti: poiché i piò gli avrebbero rilevata invece la tendenza a riprodurre,
« anziché ad imitare ».
(3) Non sarebbe senza interesse il determinare quale tra le varie lezioni
a noi giunte della poesia di Perdigon più s’avvicini a quella ch’ebbe pre-
sente il Davanzati. Ma di esse io non ho a mano che alcune, e m’è quindi
dato solo rilevare che il v. 3 di Chiaro risponde più precisamente alla
lezione di A (vat. 5232), di 0 (vat. 3208, cfr. la mia edizione al n° 92) e
di S (ms. di Oxford, Douce 269, XIV sec., cfr. Mahn, Oedichte , 513), che
non di EI (parigg. 1749, e 854; cfr. Mahn, Gedichte , 512); mentre il v. 8
trova la sua rispondenza esatta , anziché nella lezione di A , in quella di
EIOS : Meins nai de joi e mais d'afan. Ma è lezione specialmente carat-
teristica per noi quella ehe ElO offrono al v. 25: consi, interpretata, pare,
dal Davanzati per consiglio ( non sai consi = non vi so consiglio), e che ò
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
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notar Giacomo (i), spiccherà singolarmente la maggior fedeltà
della prima al modello provenzale, del quale nella seconda, come
già riconosceva lo stesso Gaspary (2), non si sentono che vaghe
e saltuarie reminiscenze. E un tal fatto, avvicinato ai consimili
che indussero il geniale critico tedesco ad affermare altrove in
via generale raramente esser giunti i poeti siciliani al plagio
diretto, assai frequente invece nei toscani (3), parrebbe render
probabile la conclusione che i primi respirassero alla corte di
Federico li i modi della poesia provenzale, mentre i secondi se
li appropriavano per un processo di vera e propria erudizione.
È sempre un fatto curioso che due poeti, uno siciliano, l'altro
toscano, a distanza di alcuni decenni, si fermassero davanti allo
stesso modello provenzale. Se non che, la cosa appar meno
strana quando si consideri che Perdigon godè di un singolare favore
presso i nostri dugentisti in genere. Tre versi d* un’ altra can-
zone (4) , a lui attribuita da due manoscritti, d’origine però non
italiana , offrono una sostanziale consonanza con alcuni d' nna
canzone di Giacomo da Lentino (5): i seguenti poi (6):
Que plus mi fai lo mais lo beo plazer,
Car semblan m'es que si ja mais non fos,
Ja neguns bes non fora saboros:
Dono es lo mais meilluramens del be,
Per c’us qecs fai agrazir qan s’ave
parrebbero offrire solo per caso qualche consonanza con quelli
di Chiaro (7):
verosimile offra anche D (codice estense), il quale suole con 1K contrap-
porsi alle deviazioni individuali di A. Sicché non saremmo obbligati ad uscire
dalla famiglia di mss. AD/, alla quale appartenne pure la raccolta utiliz-
zata da Dante (cfr. Bartsch, in Jahrb. der Dante - Gesellschaft, II, 378-384).
(1) Cfr. Gaspary, La scuola cit., 43.
(2) Cfr. Op. cit., 43-44.
(3) Storia d. lett. it., trad. it., I, 55.
(4) Cfr. Grundriss del Bartsch, 30, 5; Choiw , III, 347.
(5) Cfr. Cod. vat. 3793, ediz. D'Ancona e Comparetti, n° III, vv. 10-14, e
Gaspary, La scuola cit., 54.
(6) Grundr. cit., 370, 3; Il Canz. A, n° 462, vv. 5-9.
(7) Cfr. Cod. vat. cit., 3793, n° CCXI, vv. 4-10.
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84
C. DE LOLLIS
Ch'el mal sofrire è *1 dritto paragone
A que' eh 'è sagio quando lo spiacere
Mete piacere — inanzi atendimento
E bon talento — aver che tempo vene;
Chè torna im bene — lo gravoso affanno,
E men dà danno — se comforto tene
Chi bona spene — non mette in inganno,
se per altra via non ci risultasse ch’essi realmente s’attirarono
l’attenzione di Chiaro, il quale scrive altrove (1):
Ch'el male è de lo ben melglioramento:
Dunque sentir tormento — ala stagione
E crescie del valente suo presciare,
e poco dopo (2) aggiunge:
Ai deo merzé, quant'è più saporoso
Il ben che di po' il male à sua vengnenza.. .,
non senza che nella stessa canzone di Perdigon si legga (3) :
Car semblan m’es que si ja mais non fos
Ja negus bes non fora saboros.
E dei primi versi ancora di questa stessa canzone un’eco si sente
nel sonetto di Chiaro, De la Fenice , là dove è detto (4):
Che sofferendo gram pene ed affanno
Lo bene ne di ciò più savoroso,
E par che ’m poco tempo men ò danno.
Già il Diez(5), il Nannucci (6) e il Gaspary(7) rilevarono che
una stanza di Perdigon (8), dove ingegnosamente si paragona Am ore
(1) Gfr. God. vat. cit. 3793, n* CCXXXIV , vv. 14-16. Questo riscontro
trovo già rilevato dal Gasparv, in Zeitschr. cit., IX, 573.
(2) Ibid. vv. 37-38.
(3) Ibid., vv. 6-7.
(4) Cfr. Cod. vat. cit., n* DLV111.
(5) Cfr. Die Poesie der Troubadours , Zwickau, 1826, p. 277.
(6) Manuale , I, 523.
(7) La scuola cit., p. 34, e Zeitschr. cit., IX, 573.
(8) Cfr. Orundr. cit., 370, 13; Il Cam. A , n* 459, vv. 10-18.
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SOL CANZONIERE DI CHIARO D AVANZATI
85
ad un ladro che mette fuor della buona strada il viandante ignaro
del paese, fu parafrasata in un sonetto di messer Polo. Inoltre ,
qualche verso della canzone di Perdigon Benajol mal, della quale
abbiam visto essersi ricordato il Davanzati in più suoi componi-
menti, si ritrova tradotto in una canzone di Guido delle Colonne,
come già faceva noto lo stesso Gaspary (1). Finalmente, le stanze
terza e quarta di questo stesso componimento del trovatore pro-
venzale, nelle quali si dimostra la preferenza che l'amore dei
poveri merita su quello dei ricchi , vengon ricordate in quella
specie di Ars dictaminis in provenzale , che è contenuta nel
codice vaticano 3207 e dovè circolare in Italia alla fine del se-
colo XIII (2). E lo stesso manoscritto dà come estratti le ultime
due stanze (3) e la tornata di un’altra canzone di Perdigon (4);
ed estratti da tutte e quattro le canzoni di questo trovatore finora
ricordate (lasciamo fuori computo quella attribuitagli da due soli
mss.) son comuni al florilegio di Ferrarino (5) e a quello conser-
vatoci nel codice chigiano (6), i quali ci rappresentano in sostanza
tutto quello che nella poesia provenzale meglio si conveniva al
gusto della società italiana degli ultimi anni del secolo XIII o
dei primi del XIV. Nè è da tacere che la popolarità delle quattro
canzoni di Perdigon, le quali dal già detto ci risultano esser state
più o men favorevolmente note in Italia, è provata dal fatto che
tutte e quattro son contenute in un numero di manoscritti (la
più parte d’origine italiana) che di gran lunga eccede il numero
di quelli contenenti le altre poesie a noi pervenute di questo
(1) Cfr. La scuola cit., 69-70, e Zeitschr. cit., IX, 573. Al Gaspary però sfuggì
il riscontro evidentissimo tra i vv. di Perdigon: Et ajan grans merces , car
feti voler A la bella de cui fati mas chanssos (Il Cam. A, n° 462, w. 14-15)
e quelli di Guido: Onde mille merciè nagia lo male , Ch' e' m'ha fatto in
tanto ben montare (Cod. vat. cit., n* XXII, vv. 39-40).
(2) Cfr. i miei Appunti dai manoscritti provenzali vaticani , in Revue
des langues romanes , 4° serie, t. IH, p. 191.
(3) Cfr. ediz. Kehrli e Gauchat, in Studi di /il. rom., V, n* 140.
(4) Cfr. Grund. cit., 370, 9.
(5) Cfr. Mussafia, Del codice estense di rime provenzali , in Sitzungsber.
der k. Ahad. der Wissensch. di Vienna, Philosoph.-Hist. Classe, LV, p. 408.
(6) Cfr. ediz. Stengel, n 1 2 3 4 5 6 86, 87, 88, 89.
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86
C. DE LOLLIS
trovatore. La ragion del fatto non può esser che estetica: chè
Perdigon fu in Italia solo di passaggio, se pure è vero quel
che di lui narra la biografia provenzale, vale a dire che egli si
recò a Roma nel 1208 con Folco , vescovo di Marsiglia , e Gu-
glielmo IV del Baus a promovere presso la Curia la crociata
contro gli Albigesi e Pultima rovina del conte di Tolosa (1).
Ora, senza entrare in un’analisi particolareggiata dei più for-
tunati componimenti di Perdigon, è lecito affermare che per la
chiarezza e la fluidità della forma, che già per opera di Peire
Vidal avevan trionfato della maniera sibillina del « trobar clus »,
e per alcuni caratteri della contenenza, tra i quali il più saliente
è forse Fuso di peregrine similitudini ampiamente espresse, questo
trovatore avesse diritto a un bel posto tra i molti del sec. XIII,
la cui fama, per le mutate condizioni della infelice Provenza, si
venne formando in paese straniero, al di qua delle Alpi. Ed è
un fatto che le parecchie imitazioni dal provenzale, le quali sal-
tano agli occhi di chiunque scorra il canzoniere di Chiaro Da-
vanzati, si lascian quasi tutte riportare a trovatori che, o per
ragion di merito o per ragion di cronologia o per tutte due
insieme, rimangono appartati da quelli ai quali i canzonieri pro-
venzali concedono i posti d’onore. Anzitutto, nella terza stanza
della canzone già citata Troppo agio fatto lunga dimoranza,
va rilevata a parte la similitudine del cigno che muore can-
tando, la quale, usata anche da altri dei nostri dugentisti (2) si
ritrova presso due trovatori provenzali, Peirol (3) ed Aimeric
de Belenoi (4), dei quali il primo anche per altre vie risulta
esser stato popolare in Italia, il secondo cantò di cose e persone
italiane. Nella quarta ed ultima stanza:
(1) Cfr. Chabàneàu, Biographies des troubadours , p. 71. Secondo, invece,
Yffist. gén . de Languedoc , VI, 430, Perdigon si sarebbe recato a Roma dopo
la battaglia di Muret (1213); il che vorrà dire nel 1215, quando Folco, ve-
scovo di Tolosa, si recò al concilio lateranense.
(2) Cfr. Gaspary, La scuola cit., 105.
(3) Cfr. Grand., 366, 2; Il Cani. A , n° 440, vv. 1-2.
(4) Cfr. Grand, cit., 9, 1; Mahn, Gedichte , 905, vv. 9-10.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI 87
Sicome non si puofte] rilevare,
Dapoichè cade giuso.
Lo leofante ch'è di gran possanza,
Mentre che gli altri col loro gridare
Vengnon che ’levan suso,
E rendonli il conforto e la baldanza,
questa similitudine, neppur essa peculiare al Davanzati, tra i
nostri primi lirici (1), ricorda anche nelle espressioni i termini
nei quali la formula Riccardo di Berbesiu (2):
Atressì cum lorifans,
Que qan chai noia pot levar,
Tro l'autre ab lo cridar
De lor votz lo levon sus.
La similitudine contenuta nei versi:
E tutto ciò disia
Lo mio cor, s'a voi piacie:
E com’oro in fornacie
Gi afina tutavia
non si può davvero dir peregrina e ricorre, espressa quasi
negli stessi termini, in altri dei nostri dugentisti (3) : ma è pur
sempre un fatto significante che si ritrovi, con qualche ben sen-
sibile somiglianza d’espressioni, presso Gaucelm Faidit, la cui
carriera poetica si svolse in parte in Italia, e precisamente in
quella fra le sue canzoni che è contenuta in un maggior nu-
mero di manoscritti:
aissi fora afìnatz
Va8 lieÌ8 cum l*aurs s’afina en la fornatz (4).
(1) Cfr. Gàspary, La scuola cit., 108, n. 2.
(2) Cfr. Qrund. cit., 421, 2; Il Cani. A, n° 477, w. 1-4. Al riscontro si
accenna già in D’Ancona e Compàretti , Op. cit. , 1 , 24 ; e cfr. Gàspary,
Zeitschr. cit., IX, 573.
(3) Cfr. Gàspary, La scuola cit., 94.
(4) Cfr. Grund. , 167 , 15; Il Cam. A , n<> 223, vv. 34-35. Ed ò un fatto
che il paragone, presso altri trovatori , non offre quella consonanza di ter-
mini che si osserva tra G. Faidit e Chiaro. Cfr. ad es. Peirol (Grund.,
366, 9), Il Cam. A , n* 436, vv. 23-24 : Per q'ieu devene totavia Cum fai
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88 C. DB LOLLIS
Il principio della canzone CCXXXI:
Maravilgliomi forte
Ch'agio trovato assai
Ch*a l’amor danno blasmo,
Che dicon che dà morte
Crudel piena di guai,
parrebbe ricordare quello di una canzone di Cadenet (1):
Meravill me de tot fin amador
Cossi d'amor si pot far malanans,
Em meravill cossi ’n sent hom dolor,
Em meravill per que n'es hom clamane.
Il primo verso della canzone CCXXXVII:
La gioia e l'alegransa
consuona con quello di una canzone di Peirol (2):
La grand alegransa
E resgausimens . . .
I versi (CCXXXIX, 26-33):
Chò sicome a lo cervio m'adivene
Che là dov' è feruto inmantenente
Ritorna al grido di chi *1 va cacciando.
Ed io a voi, amando — fo ritorno,
pure offrendo una similitudine d'uso comune tra i nostri primi
lirici (3), derivano certo per diretta via da quelli di Riccardo
di Berbesiu (4):
A issi col cere, que qand a faich son core,
Tom' a morir al crit dels cassadors,
Aissi torn eu, dompna, en vostra merce.
Vaurs el fuoc plus fis ; Peire Vidal ( Qrund ., 364, 16), Il Cani. A , n® 276.
vv. 28-29: On s* afina aissi beutatz , Cum Vaurs en Varden carbo .
(1) Cfr. Qrund. cit., 106, 16; Il Cam . A, n° 420, vv. 1-4.
(2) Cfr. Grund. cit., 366, 18; Il Canz. A, n° 429, vv. 1-2.
(3) Cfr. Gàspàry, La scuola cit., 107, n. 5.
(4) Cfr. Grund., 421, 2; Il Canz. A, n° 477, vv. 52-54.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO D AVANZATI 89
Si mettano a confronto i seguenti versi di Chiaro (CCXLIX,
w. i-12):
Amor m'à dato in ta* loco a servire
Che di contrado viver mi convene.
Là ove s’avene — gioia ed alegranza.
Sicome il ciecier quand'è al perire
Che termina cantando le sue pene,
e i seguenti, già ricordati, di Peirol:
Atressi col cignes fai,
Qan voi morir chan,
Mas sivais gensseitz morrai
Et ab meins d'afan.
Car amors nT a mes en tal latz
Don mains afans ai sofertatz,
e si riconoscerà che i due riscontri, forse insignificanti presi
ciascun per sè, assumono un sicuro valore considerati insieme
neU*ambito di pochi versi. E ancora nella stessa stanza il verso
di Chiaro:
Come aqua pescie — prendono [della gioia?] vivanda
ricorda quelli di Arnaldo di Maruoill (i) :
Si cum li peis an en Taiga lor vida
Lai eu en joi . . .
tanto più se si tengan presenti i versi che vengon poco dopo
nella poesia italiana:
Chò quanto omo è più forte e à più ardire
Alora umilità là si con vene,
C’ orgoglio tene — amore in ubrianza,
e questi della provenzale:
Tant es valens que qan ben nT o cossir,
M'en naia orguoills em creis humilitatz:
chè, quantunque Torgoglio e l’umiltà vengan nelle due poesie ri-
(i) Cfr. Grund., 30, 22 ; tt Cam . A, n° 297, vv. 1-2.
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C. DE LOLL1S
cordati in propositi affatto differenti, è pur sempre notevole che la
menzione antitetica abbia in tutte due luogo poco dopo la simili-
tudine del pesce che non può vivere senz’acqua, la quale, sia detto
di volo, riappar poi nella canzone di Chiaro CCLVII, vv. 40 sgg.:
Sicome il pescie prende
In agua la sua vita
Nè mai non viveria in altro loco,
Così Tamor m’ aciende . . .
Del resto, non è improbabile che in questa stessa canzone di
Chiaro si debba ravvisare qualche altra reminiscenza di questa
stessa canzone di Arnaldo: questi scrive (vv. 25-29):
Vas lo pays, pros dompna issernida,
Repaus mos huoills on vostre cor[s] ostai;
E car plus pres de vos nom puosc aizir,
Tene vos ades al cor, e remir sai
Vostre gen core cortes qem fai languir . . .
e il secondo (ibid. vv. 27-39):
Eo non posso guardare
Colgli ochi corporali,
Ma col core le son sempre davanti;
Chò là dove dimora
La mia gioia, non agio lecienza.
E ancora nella stessa canzone italiana si lascia rintracciare
qualche altra imitazione dal provenzale : chè i versi (31-36) :
Per qual sembianza — fueme concieduta
Gioia per pene s’omo di pensare?
Che lo ’mparare — de Torso viemi avere,
Che per ira tenere — monta e crescie,
E si nodriscie — di dolore
e quelli di Ricart de Berbesiu (1):
(1) Orund . cit., 421, 2; Il Cam . A, n° 477, vv. 18-22.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI 9i
E ma vida m'es enois & afans
E gaugz m’es dols 6 plazers m'es dolore,
Q’ ieu non sui ges de la manieira d'ore,
Que, qui bel bat nil ten vii see merce,
E1 engraissa e meillura e reve
non posson essere indipendenti gli uni dagli altri se, anzichò
della evidenza, si vuol tener conto della concomitanza dei ri-
scontri. Ghè, in ogni modo, la similitudine dell’orso ritorna an-
cora due volte presso Chiaro: una alla canz. CCLTV, vv. 27-32:
Voria che m’aveniese
Com' agio audito dire
De l'orso, similgliante sua natura:
Che per dolglia c'avesse
0 per pene o languire
Venisse viguroso per natura,
l'altra al son. CCCLV:
Chè la mia vita è di natura d'orso;
Quando om lo batte e tenelo im paura
Alora ingrassa e divene più forte,
dove il riscontro col passo già ricordato di Riccardo di Berbesiu
si estende evidentemente anche ai termini nei quali la similitu-
dine è espressa.
La sonora impetuosità della canz. CCLII:
Per la grande abondanza ch'io sento
Di gioia e alegranza al cor venire,
Per nulla guisa posso sofferire
Che di cantar nom faccia movimento . . .
ricorda quella di Amerigo di Peguilhan (1):
Ades voi de l'aondansa
Del cor la boca parlar . . .
11 principio dell’altra (CCLX), che il Casini segnalò come ispi-
rata alla maniera popolare (2): t
(1) Cfr. Qrund. cit., 10, 2; Il Canz . A cit., 400, vv. 1-2.
(2) Riv. crit. d. lett. it 1, 78.
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C. DE LOLLIS
S'io mi parto da voi, donna malvasgia,
Nom parto di cantare,
Ghè s'io il volesse cielare
Panami fosse a noia ciò ch'adasgia
è versione dei primi versi d'una rabbiosa canzone di Gui d’Uisel (1):
Si bem partetz, mala dompna, de vos,
Non es razos q'ieu me parta de chan
Ni de solatz, car faria semblan
Que fos iratz de so don sui jojos;
ed è da aggiungere che se la versione non si protrae oltre, tutte
però le stanze della poesia di Chiaro incominciano colle pa-
role Malvasgia donna , evidentemente ad imitazione di quella
di Gui, nella quale le stanze seconda e terza incominciano con
Mala dompna .
Il sonetto di Chiaro (CCCL):
Qualunque m'adimanda per amore
donneigli è sagio, vo' eh' i li risponda :
E' rende altrui giustiza de lo core
Nè con martiri più già non comfonda;
Chè molto vale lo sofrir dolore,
Ma si è melglio a cui lo bene abonda:
Chi à donato e [’n] lui messo il suo valore.
Di piciol fiume vien talor grande onda.
D'Amore avene sicome del sole:
Quando si leva lucie in ongne parte
E poi si torna là ond* è levato.
Cosi va Amor caendo chi lo vole:
Cui trova bon, di se li dona parte:
Con alegreza inalza lo suo stato
è parafrasi . di due stanze (prima e quarta) di una canzone di
Riccardo di Berbesiu (2):
Tuich demandon q'es devengut d’Amors
* Et ieu a totz dirai ne la vertat :
(1) Cfr. Grund. cit., 194, 19; Il Cani. A cit., n° 319, w. 1-4.
(2) Cfr. Qrund. cit., 421, 10; Il Cani. A cit., n<* 473, vv. 1-8, 25-32.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
Tot eissainens com lo soleills d'estat
Que per mains Juocs mostra saB resplandore,
E1 Ber 8en vai colgar, tot eÌ88amen
0 fai Amore, e qand a tot cercat
E non troba ren qeil sia a son grat
Torna sen lai don raoc primieiramen.
E per aisso vuoili sofrir las dolore,
Que per sofrir son maint rie joi donat,
E per sofrir maint orguoill abaissat,
E per sofrir venz hom lausengador;
C'Ovidis ditz el libre que no men
Que per sofrir a hom d'araor son grat
E per sofrir a hom d'amor bontà t
E sofrire fai maint amoros gauzen.
E, pur troppo, non è a dire che il parafrasato^ ineriti elogio:
egli ha costretto in un oscuro laconismo il concetto, ampiamente
svolto da Riccardo, e in tutto e per tutto degno d’un poeta del
dolce stil novo, di Amore che non vuole e non può risiedere se
non in loco eletto.
Il sonetto CCCLI11 di Chiaro incomincia coi versi:
Da tuf i miei pensier mi son diviso
E solo in un mi son miso ed accolto:
Ed in questo procaccio e son più fiso
Ce lo presgione di pene eser sciolto,
Che mai non cura solazo nè riso
Mentre che quello dolor no gli è tolto.
La penosa figura del prigioniero occorre spesso nelle similitu-
dini trovadoriche (1); ma sempre in atteggiamento differente da
quello che qui assume; e non so davvero se possa esser signi-
ficante la consonanza di qualche singola frase che occorre nel
passo seguente di Riccardo di Berbesiu (2):
(1) Cfr. Amerigo di Belenoi 3, in Cani. A cit., n° 341, vv. 1 sgg.; Pons
d'Ortafas 1, in Mahn, Qedichte , 13, vv. 21-25.
(2) Cfr. Grund. cit., 421, 2; Il Cani. A, n° 477, vv. 14-18.
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94
C. DE LOLLIS
Per totz temps lais mon chantar,
Que de mi noi a reo plus,
Anz viurai com lo reclus
Sole 80 8 solatz, c aitala es mos talana,
E ma vida m'es enoia & affans . . .
A me è parso il caso di rilevarlo, considerando che il Berbesiu
fu dei trovatori del secolo XIII più noti in Italia (1), e che il
Davanzati, come già si dimostrò, ebbe altrove certamente pre-
sente la canzone da cui quel passo è tratto.
La similitudine della farfalla che, attratta dalla luce, corre a
bruciarsi, è espressa tre volte da Chiaro: una nel son. CCCLVII :
Ghè quand'io guardo lo buo chiaro viso
Fo [co]me ’l parpaglione a la lumera
Che va morire per sua claritate,
l’altra nel son. DLIX :
Cosi son divenuto parpaglione.
Che more al foco per sua claritate,
la terza nel son. DCI:
Ghè '1 vano asalto facie *1 parpaglione
Bassare a lume per la chiari tate,
e le tre volte (benché con più evidenza la seconda) ricordano,
anche nei termini (nota il caratteristico chiarilate ), i versi ben
noti di Folchetto di Marsiglia (2):
C’ab bel semblan que fals' amore adutz
S'atrai vas lieis fols amans e snatura
Col parpaillos q’a tant folla natura
Qeis met el fuoc per la clardat qei lutz.
Si legga il sonetto DLX:
Come Narcissi (3) im sua spera mirando
S'inamorao per ombra a la fontana,
(1) Gfr. Gaspary, La scuola cit., p. 110.
(2) Cfr. Grund. cit., 155, 21; Il Cani. A cit., n° 170, vv. 9-12.
(3) Già il Gaspary, La scuola cit., p. 104, rilevava questa forma Narcissi
come « piuttosto provenzale che italiana ».
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SUL CANZONIERE DI CHIARO D AVANZATI
95
Vegiendo sè medesimo, pemsando
Ferissi il core e la sua mente vana,
GittovÌ8Ì entro per l'ombrìa pilgliando,
Di quello amor lo prese morte Btrana,
Ed io vostra bieltà, rimembrando
L’ora eh’ io vidi voi, donna sovrana,
lnamorato son sì feramente,
Che poich’io volglia nom poria partire
Com’a Narcisi pari ami plagiente,
Vegiendo voi, la morte soferire,
e per entro ad esso si sorprenderanno delle somiglianze sal-
tuarie, assai significanti nel loro complesso, col passo seguente
di Peirol (1):
la nois partra de lieis mos cossiriers ;
Per ren qem fassa noil puosc (mais) mal voler,
Aitant la fai senz e beutatz valer;
Segon amor follei saviamen.
Mal o ai dich, anz follei follamen,
Cane Narcisus, q’amet l'ombra de se,
Si beis morie, non fo plus fols de me.
Ai, qem tarda q'ieu non la vau vezer!
Irai lai doncs morir mon escien?
Hoc, q’aital mort amaria soven,
Q’estraignamen es grans plazers qui ve
So c’ama fort, ja non aja autre be.
11 paragone tra la salamandra e ramante che vivono miracolo-
samente l*una e Tal tra nel fuoco si ritrova già in Giacomo da
Lentino, e per altre vie (2) ancora parrebbe aver fatto parte del
comune patrimonio della erudizione medievale: ma è un fatto
che i versi del sonetto DLXII, nei quali Chiaro lo esprime:
(1) Cfr. Orund. cit., 366, 21; Il Cani. A cit., n° 438, w. 15-21, 3842.
(2) Cfr. Gaspary, La scuola cit., p. 105.
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96
C. DE LOLLIS
La salamandra vive ne lo foco
Ed ongni altro animale ne periscie:
Ed a lei sola par sollazo e gioco,
E solamente dentro si nodriscie.
Ed io ne sento par d'amore am poco
Del suo inciendiore, tanto mi gradisele,
Che non m’avampa, ma lo core coco;
Desiderando d'esso mi gueriscie
hanno, in ambedue i termini del paragone, delle sensibili con-
sonanze con questi di Peire de Cols (1):
Quel fueex, que m art, es d'un'aital natura,
Que mais lo vuelh, on plus lo sen arden,
Tot enais8i cos banha doussamen
Salamandra en fuec et en ardura
E 'n tra so noirimen . . .
Similmente, presa in sè la menzione che spesso (2) fanno i nostri
antichi lirici della pantera la quale coll’odore del proprio corpo
attira a sè le altre belve, potrebbe sempre ricondurci diretta-
mente ai bestiarj : ma quando due poeti s’accordino ad istituire
il confronto tra la natura della pantera e quella d’Amore, che
le vittime adesca cofle sue grazie, allora la concordanza non può
più esser fortuita: e tale è il caso del sonetto DLXIII di Chiaro:
Sicome la pantera per alore
Comprende l'altre fiere di plagienza,
Urlando lei vi tragono a rumore,
Ed ella li comprende d'increscienza;
A similglianza poss'io dir d'amore,
C'aprende i suoi con amorosa lenza,
Mostrando bei sembianti sovent'ore,
E poi li tiene i' lunga penitenza;
E facielgli angosciare disiando,
E non accompie mai lo lor piaciere,
Ma li nodriscie di pene aspettando
(1) Gfr. Qrund. cit., 337, 1 ; Chow , V, 309.
(2) Cfr. Gàspàry, La scuola cit., p. 107, n. 4.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
97
e della breve canzone anonima provenzale (1), la cui prima
stanza suona:
Eissamen cum la pantera,
Qui porta tan bon odor
Et a si bela color,
Que non es bestia salvatge
Qui per fora’ e per outratge
Sia tan mala ni fera
Que si loing com pot chauzir
Non anes prea lei morir:
Et en atretal semblansa
Mi ten amor en balansa,
Quem fai segre so que non pose aver,
E sec mon dan per far lo seu plazer.
L'impostatura della similitudine è la stessa; il trapasso da un
termine all’altro di essa è espresso quasi colle stesse parole; e
in ambedue i componimenti si rimprovera concisamente ad
Amore di far desiderare ciò ch’esso non intende accordare.
Il sonetto DLXIV incomincia:
Come la tigra nel suo gran dolore
Solena ne lo spelglio riguardando,
E vede figurato lo colore
Deli suoi filgli, ch’ella va ciercando.
Per quel diletto obria lo cacciatore.
Dimora i’ loco, noi va seguitando . , .
e a questi versi invano si cercherebbe un riscontro significante
in quelli di Ricart de Berbesiu (2):
Si cum la tigra el mirador
Que per remirar son cors gen,
Oblida si e son tormen;
tuttavia dell’indipendenza dei versi italiani da qualsiasi modello
provenzale si potrebbe dubitare per due opposte vie : chè da una
(1) Cfr. Orund. cit., 461, 102; Bartsch, C%r. 4 , 230.
(2) Cfr. Grund. cit., 421, 5; Il Canz. A , n° 475, vv. 25-27.
Giornali itorico. — Sappi, n» L 7
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C. DE LOLLIS
parte la traduzione letterale, o quasi, che dei versi di Riccardo
fa un altro poeta italiano (1) dimostra come quelli per lo meno
contribuirono a metter di moda in Italia la similitudine della
tigre (2); dall’ altra, il « noi va seguitando » dell’ ultimo verso
di Chiaro, ricordando assai da vicino il « Ki l’ublia siguiri »
che allo stesso proposito, nella stessa similitudine, ci offre Ste-
fano di Pronto (3), può far pensare a una fonte provenzale a
noi ignota. La prima delle due ipotesi ci indurrebbe ad ammet-
tere che Chiaro derivasse all’ingrosso l’idea della similitudine da
Riccardo, completandola poi, per quel tanto ch’egli potè sapere
per suo conto dai bestiari, colla menzione esplicita dei figli, che,
del resto, si ritrova presso qualche trovatore provenzale (4).
Nel sonetto DLXV abbiamo la similitudine del castoro, il quale,
inseguito dai cacciatori, strappa dal proprio corpo e gitta loro
la parte per la quale lo cacciano: per essa, in verità, non s’ha
alcun testo provenzale da allegare a riscontro, ma è notevole
che essa ricorre in una canzone anonima (5) già citata, dove
son tradotte alla lettera da Riccardo di Berbesiu le similitudini
della tigre (6) e della fenice (7), e più ancora che l’espressione
« in vita rengnare » del v. 4 di Chiaro già di per sè par tradire
l’origine provenzale.
I primi due versi del sonetto DLXVI:
.(1) Anonimo in Cod. vat. cit., n° XCV1, w. 21-24:
Si nulamente ca tigre a miralglio
Si prende in obrianxa
A sò [e] al ano dolor per la faxone
Ch'entro ri Tede giente . . .
(2) Ricorre anche, ma assai sobriamente espressa, nella chiusa d'una can-
zone di Dante da Maiano (ed. G. Bertacchi, Bergamo, 1896, p. 31).
(3) Gfr. Gaspary, La scuola cit., p. 107.
(4) Bernart Alahan de Narbona, Qrund. cit., 53, 1; Appel, Prov. ined~,
p. 21, vv. 13-14:
Lo mone ee si cam la triga
Que, miran se, eoe nati layssa.
(5) Gfr. God. vat. cit., n° XGVI, vv. 49-52.
(6) Gfr. sopra a n. 1.
(7) Gfr. Gà8pary, La scuola cit, p. 106.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
99
La splendiente luce quando apare
In ongne scura parte dà chiarore
ricordano assai da vicino, come già rilevò il Nannucci (i), i
versi di Bonagiunta Urbicciani (2):
Avete fatto come la lumera
Che alle scure partite dà splendore.
Vi fu, dunque, una fonte comune, che potè esser provenzale.
Nel sonetto DLXIX si rappresenta, a scopo di similitudine, il
navigante che nel furor della tempesta trae il coraggio dal ri-
cordo delle dolcezze che lo attendono in patria, e che, scampato,
gode poi più vivamente di quelle pel ricordo del pericolo corso :
qualche cosa di simile s’ha in una poesia di Peire Vidal (3), in
una di Bartolomeo Zorzi (4), e, tra le italiane, in una di messer
Polo (5). Il riscontro non va davvero oltre le linee generali; ma
mi par difficile che l’idea di questo quadro a due piani non si
sia diffusa movendo primamente di Provenza.
Nel sonetto DLXXXIV i due versi:
Chè per merciè Amor fura Io core,
Ed entravi sicom’aqua in ispungna
derivano evidentemente da quelli di Peirol (6):
Per tot lo cor m'intra Tamors
Si cum fai Taiga en Tespoigna,
che furono pure imitati da Giacomo da Lentino (7); e i versi
finali :
Chè facie s\ com* quelli che songna
Che crede posseder lo suo ricore
(1) Manuale , 1, 206.
(2) Cfr. Cod. vat. cit., n° DCCLXXXV, dove però s'ha, pel secondo verso,
la lezione:
Che lo scuro portato à disprendore.
(3) Cfr. Orund. cit., 364, 6; Mahn, Oedichte , 218, w. 1-10.
(4) Cfr. Orund. cit., 74, 1; ediz. Levy, n° 17, vv. 26*30.
(5) Cfr. Nannucci, Manuale, I, 55, vv. 16-21.
(6) Cfr. Grund. cit., 366, 19; Il Cam. A, n° 434, w. 27-28.
(7) Cfr. Monaci, Crestomazia italiana , p. 62.
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100 C. DE LOLL1S
ricordano quelli dello stesso Peirol (1):
enaismm pres
Cam celiai qui joi vai somjan . . .
Il sonetto DCCLXIX incomincia:
Come *1 fantin ca ne lo spelglio mira
E vede a propietà [la] sua figura,
Si gli abeliscie, di presente gira.
Parte per quel veder da sé rancura,
Vole pilgliare per traresi d'ira.
Non vai neiente a contastar paura.
Prende lo spelglio e frangielo per ira,
Alora adoppia più ed ànne arsura:
questa similitudine in qualche suo tratto ricorda quella di una
magnifica canzone di Aimeric de Peguilhan (2), dove il poeta
tenuto a bada da madonna si paragona a un bambino che s’ac-
queta quando gli si metta in mano un balocco, e raddoppia
poi i pianti quando quello gli vien tolto: ma, a parte questo,
l’« abeliscie » del terzo verso fa sospettare l’origine provenzale
che vien confermata dal ritrovarsi il contenuto di queste due
quartine in una stanza di Heinrich von Morungen (3).
(1) Cfr. Grund. cit., 366, 16; II Cam. A, n° 427, vv. 16-17.
(2) Cfr. Qrund.i cit., 10, 50; Bartsch, Chr\ p. 162, vv. 1532. Si rav-
vicinino, per la dicitura, al v. 4 di Chiaro i due di Aimeric: Cum del enfltn
quab un maraboti Fai hom del pi or laissar e departir.
(3) Cfr. Bartsch, Germania , annata XV, fase. 3; e D’Ancona e Gompa-
retti, in Antiche rime volgari , V, 68. Ecco i versi del Morungen, nei quali
però , come già notava il Bartsch , il paragone ha un’ applicazione allatto
differente :
Miret geschehen ale eime kindeltne,
dai sin schoenei bilde in eime glase geeach,
onde gzeif dar nfich sin eelbes echino
b 0 rii bit dai es don spiego! gar serbrach.
dó warfc al sin wOnne ein leitllcb nngemach.
alsd d&bt icb iemer trò te sine,
do icb geeacb die lieben frouwen mine,
▼on der mir bt liebe leidee rii gescbacb.
Vive grazie al prof. A. D’Ancona che mi favorì l’estratto della nota del
Bartsch.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
101
L'evocazione della lancia di Peleo che sola poteva guarire la
ferita da essa stessa fatta ricorre spesso presso i nostri poeti che
da un nuovo bacio s'attendono veder guarita la piaga aperta dal
primo (1): e parrebbe dover essere spontanea ed originale in
tutti: ma quando il Davanzali nel sonetto DXCVIII scrive:
Così m’aven com Palla us sua lanza,
Ca del suo colpo non potea omguerire,
Mentre ch'un altro a simile sembianza
Altra fiata dodi si faciea ferire
non fa che tradurre Bernart de Ventadorn (2) :
C’atretal m’es per semblansa
Cum de Pelahus sa lanssa,
Que del sieu colp non podia hom guerir
Si autra vetz no sen fezes ferir.
È anzi da notare, per la fedeltà della traduzione, la singolare
concordanza nella lezione « Pelahus » « Pallaus », l'uso, da parte
di Chiaro, del « sua » (al primo verso) in costruzione caratteri-
stica del provenzale, e la perfetta rispondenza del verso ultimo,
che in altri codici provenzali riveste una lezione sensibilmente
differente, non senza però che questa, alla sua volta, si rispecchi
anch’essa in altre imitazioni italiane (3).
Nel sonetto DCII Chiaro incomincia col dire:
Com forte vita e dolorosa, lasso!
Paté chi è ’n altrui forza e ballia:
Chè tutto suo pemsier ritorna in asso,
E facie mille morti notte e dia,
per poi venire a concludere che tale è anche la vita di lui :
Fedele schiavo in altrui sengnoria;
e a me pare abbastanza sensibile la consonanza di tal principio
(1) Cfr. Gaspary, La scuola cit., p. 103.
(2) Cfr. Grund. , 70, 1; Il Cam . A, n° 248, w. 4548.
(3) Cfr. Gaspary, ibid.
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102
C. DE LOLLIS
con quello di una canzone di Peire Yidal contenuta in un nu-
mero grandissimo di manoscritti (1):
Qand hom es en autrui poder
Non pot totz sos talans complir,
Anz l’aven soven a giquir
Per l’autrui grat lo sieu voler;
Doncs, pois en poder mi soi mes
D'amor, segrai los mais els bes.
Questi finora notati son riscontri, certi o assai probabili,
che le poesie di Chiaro offrono con determinati testi provenzali ;
ma non son certo tutti, e non dubito che per l’indagine d’altri
potrebbero moltiplicarsi. È qui, in ogni modo, il caso di tener
conto anche di quel tanto, che, pur non risultando tolto in pre-
stito da uno od altro autor provenzale, ricorda in genere la
maniera occitanica. E, incominciando dalla materia epica classica
o biblica o medievale, il Davanzati evoca qua e là, senza però
entrare nei particolari delle rispettive favole, le figure di Nar-
ciso e Peleo, Piramo e Tisbia (2) (canzz. CCXXXIX, CCLVTI;
sonn. CCCLII, DXLVII, DCLXXX), di Paride ed Elena (3) (canz.
CGLVII , son. DCCXCI), di Isotta (4) (son. DXLVII) e Morgana
(canzz. CCXXXIX, CCLVII, son. CCCLII), Salomone, Sansone, Vir-
gilio (canz. CCXXVI1I), quelle stesse, cioè, che nella fantasma-
goria dei personaggi ovidiani o romanzeschi o biblici s’erano
imposte alle immaginazioni dei poeti d’amore di Provenza. Si
dirà che s’han qui coincidenze derivanti dal sostrato della eru-
dizion comune a tutta l’Europa latina nel medio evo: ma qualche
(1) Cfr. Grand., 364, 39; II Canz. A , n® 282, w. 1-6.
(2) Alcune delle menzioni trovadoriche di questa coppia amorosa furono
registrate dal Birch-Hirschfeld , Ueber die den provenzalischen Trouba-
dours des XII und XIII Jahrhunderts behannten epischen Stoffe , Halle,
1878, pp. 12-13. Ma non son certo tutte: v’ è, p. es., da aggiungere quella
che ne fa Guiraut de Salinhac, Qrund ., 249, 5; Mahn, Gedichte,9i6, vv. 26458.
(8) Cfr. Birch-Hirschpeld , Op. cit., pp. 8-9, e aggiungi Arnaut Daniel,
Grand. , 29, 16; ediz. Canello, n° III, vv. 45-48, Ramberti de Buvalell,
Grand., 281, 7; Il Canz. A , n® 194, w. 65*6.
(4) Cfr. id. ibid ., pp. 40-41.
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SOL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
103
cosa in contrario, nel caso speciale del Davanzati che qui si
contempla, indurrebbero a sospettare i termini, derivati dal pro-
venzale, nei quali le favole di Narciso e della lancia di Peleo
sono espresse. Due rondini, in tal caso, possono ben far prima-
vera. Ed è poi anche da considerare che la materia epica in
genere è largamente sfruttata solo dai poeti occitanici della tarda
età (in ispecie Rambaldo di Vaqueiras e Peire Vidal), quelli, cioè,
che furono appunto i modelli prediletti dei nostri dugentisti.
E dai particolari avvicinandoci sempre più a contemplare i
tratti generici dell’arte di Chiaro, ognor più ci si conferma che
essi son gli stessi che caratterizzano l’arte occitanica dalla fine
del secolo XII in su. L’uso, o meglio, abuso delle similitudini in
genere, e di quelle, in ispecie, tratte da bestiari, fu già segna-
lato (1) come caratteristico di Riccardo di Berbesiù ed Amerigo
di Peguilhan : ma nelle stesse proporzioni esso si lascia cogliere
nelle poesie di Amerigo di Belenoi, Peire Milo, Perdigon, la cui
carriera poetica si protrasse più o meno per entro al secolo XIII.
Or di Chiaro s’ha tutto un ciclo di sonetti dei quali ognuno
prende appunto le mosse da una similitudine d’ordine zooio*
gico (2): per qualcuna si notò già il determinato riscontro pro-
venzale; ma il fatto nel suo complesso non può non ricordare
la ben nota canzone di Riccardo di Berbesiù (3), in cui ogni
stanza (salvo la terza che ha però la sua brava similitudine di
tipo mitologico) contiene un concettino amoroso con una delle
tante strane notizie che intorno a certi dati animali fornivano
i bestiaij : e la canzone di Riccardo vien pure a mente leggendo
la canzone CCIV di Chiaro, dove si rincorrono le immagini del
leone che depon l’ira davanti a chi gli chiede mercè, del segugio
che torna più umile e affettuoso che mai ai piedi del padrone
che l’ha battuto, del pellicano che risuscita col proprio sangue
i propij pulcini: la prima delle tre ricorre, come osservava già
(1) Cfr. Gaspary, La scuola cit., pp. 108-110.
(2) Cfr. Gaspary, La scuola cit., p. 111.
(3) Cfr. Orando 421, 2; Il Cans . A, n # 477.
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C. DE LOLLIS
il Gaspary (1), presso Bertran de Bora e Peire Cardinal; e se
il riscontro tra il poeta italiano e i due provenzali non va oltre
le generalità del concetto, un qualche riscontro letterale s’ha
tra il passo di Chiaro:
el uso ritenete
Dello leone quand’ò più adirato,
Che torna umiliato . . .
e questo di Jacopo da Lentino (2):
... lo leone este di tale usato,
Che quando ò airato — più fellonamente.
E sia che se ne arguisca una fonte comune provenzale a noi
ignota, sia che si preferisca supporre una derivazione di Chiaro
da Jacopo, riman sempre il fatto che una tale immagine non
veniva spontanea sotto la penna del poeta fiorentino pel tramite
di quella personale erudizione zoologica che converrebbe ri-
conoscere in questi poeti medievali , provenzali e italiani , per
ritenere che tra loro solo per fortuita coincidenza occorressero
certi tratti comuni. Abbiamo già rilevato che Chiaro si familia-
rizzò coll’ immagine della farfalla che corre a bruciarsi nella
fiamma per la mediazione del ben noto passo di Folchetto di
Marsiglia, e abbiara riconosciuto ragionevole che anche l'altra
della pantera egli ritrovasse, derivatavi dal provenzale, nel lin-
guaggio poetico del suo tempo: qui è da notare che l’una e
l'altra si trovan riunite in una stessa canzone (CCY), nella quale
occorre anche il paragone dell'c antalosa » che si vien consu-
mando sull'albero al quale s'attacca. Similmente, in una sola
canzone (GCXXII) s’accumulano i paragoni del cigno che muore
cantando, della fenice che rinasce dalla propria cenere, dell’acqua
che produce il foco (3), e della lancia di Peleo che sola può
(1) Cfr. La scuola cit., p. 208, tu 3.
(2) Cod. vat. cit., n° Vili, vv. 33-34.
(3) 11 Gaspary, La scuola cit., 97-93, registra parecchi passi italiani dove
ricorre renunciazione di questo strano principio, ed uno provenzale, di Peire
Vidal, Qrund . cit., 364, 4; Il Canz. A cit., n° 270, w. 22-24; ma lo stesso
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
107
guarire le piaghe eh 'essa produce; e siffatto accumulamento di
immagini derivate dalle conoscenze naturali del tempo non può
non esser considerato come un meditato artifìcio che, escogitato
oltralpe, s’ebbe poi un culto esagerato presso gl’imitatori italiani,
di Sicilia e di Toscana. E ancora : sarà presso di noi un motivo
aborigene quello dell'amante che, cosi come il selvaggio al cat-
tivo tempo, fa buon viso alle peripezie d’amore (canz. GGVI di
Chiaro, vv. 33-36)? Certo, la figura del selvaggio che ride e canta
in mezzo alla furia degli elementi è di vecchia tradizione anche
presso di noi : ma non è affatto naturale che ad epoche diverse,
in Provenza ed in Italia, si pervenisse, con perfetta indipendenza
da una parte e dall’altra, a simboleggiarvi, sempre con lievis-
sime variazioni d’espressioni, la costanza in amore. Il paragone
occorre di frequente nei poeti provenzali del secolo XIII, così
come nei nostri, siciliani e toscani (1): come mai non farebbe
parte del bagaglio che dai primi passò ai secondi, e, a volte
immediatamente, a volte mediatamente, ai terzi?
E uscendo da questa materia che si potrebbe dir scolastica o
d’erudizione, per venire a toccar della maniera di esprimere
l’amore o i fenomeni dell’amore, anche qui si riesce a provare
la dipendenza di Chiaro dai provenzali e specialmente da quelli
del secolo XIII. Riesce spontanea e naturale al pensier nostro
la rappresentazione dell’amante che invoca pietà coi ginocchi
piegati a terra e le mani giunte e protese: tuttavia, si leggano
i versi di Chiaro (canz. CCVII):
Gole man giunte avanti
Dolze ’l mio sir piangendo,
Umilmente cherendo
Del mio fallir perdono
ovvero i seguenti (sonetto DGGL):
trovatore vi accenna altrove , Grund. cit. , 364, 37 ; Il Con*. A , n° 269 ,
w. 34-35.
(1) Cfr. Gasp art, La scuola cit., p. 101, e il mio SordeUo di Gotto , p.259,
nota al v. 28.
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C. DE LOLLI8
Adumque mi conven merzè cherendo
Co le man giunca vostra sengnoria
Sempre, valente donna, dimandare,
si corre subito, col pensiero, alle consimili espressioni di molti
provenzali.
Bernart deVentadorn (1):
Mas juntas estau aclis
A ginoillos et en pes
E1 vostre frane seignoratje.
Guillem de S. Leidier (2):
S'ieu vos vengues de genoillos denan
Jointas mas mans eus quises vostr' anel,
Ai, cals franqueza fora e cals merces,
e altrove (3):
Mans jointaB lim rend ab cors eli
e altrove ancora (4):
Non fané canssos, dompna, mas en dreich vos
A cui non aus trametre autre messatge
Mas lo8 sospira q’ieu fatz de genoillos
Mas mans jointas lai on sai vostr' estatge.
Gaucelm Faidit (5):
Pero de sai soplei lai on ili es
De genoillos, mans jointas, et aclis.
E altrove (6):
Adoncs l’estei tant denan,
Mas jointas, de bon coratge,
De genoillos, en ploran.
E altrove ancora (7):
(1) Cfr. Grund. cit., 70, 20; Mahn, Gedichte , 793, vv. 39-41.
(2) Cfr. Grund. cit., 234, 3; 11 Canz. A, 374, vv. 19*21.
(3) Cfr. Grund . cit., 234, 5; Il Canz . A, n° 373, v. 29.
(4) Cfr. Grund . cit., 234, il; Il Canz . A cit, n° 375, vv. 2538.
(5) Cfr. Grund. cit., 167, 40; Il Canz. A cit., n° 211, vv. 10-11.
(6) Cfr. Grund. cit., 167, 53; Il Canz. A cit., n° 197, vv. 10-12.
(7) Cfr. Grund. cit., 167, 57; Mahn, Gedichte , 100, vv. 37-39.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
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Si per merces merceill quier mercejan
E de genoils mas jonhtas humilmens,
La venseran merces . . .
Maria de Ventadorn, tenzonando con Qui d’Uisel, definisce come
rituale addirittura una tal posizione nelle dichiarazioni d'a-
more (1) :
Gui d'Uissel, ges d'aitals razos
Non son li drut al comenssar,
Anz ditz chascus, can voi preiar,
Mans jointas e de genolhos:
Dompna, voillatz queus serva francamen.
Raimon de Miravai (2):
Noil voill tort ni dreich contendre,
C'sdobatz li soi del rendre
Mas jointas e de genoillos.
E altrove (3):
A liei que de pretz es guitz
Me soi juratz e plevitz
Sos homs liges, mas junhs, de ginolhos.
Molti altri esempj si potrebbero addurre: e la loro frequenza,
se si tenga conto del tipo unico delle espressioni, dimostra, an-
zicbè la spontaneità e naturalezza del ricorso, il convenziona-
lismo della tradizione. Nè sarà inutile raggiungere che la dichia-
razione d'amore in ginocchio e le mani giunte mentre caratte-
rizza plasticamente l’origine e la natura cortigianesca dell'amor
cantato dai Provenzali, non si conviene che mediocremente al
buon borghese di Firenze.
Maria di Ventadorn nel passo sopra accennato c'informa di
quel che facevano e dicevano i cavalieri nel dichiarare il loro
amore alle dame : quanto al dire, eran proteste di servitù, quali
(1) Cfr. Grand, cit., 295, i; Schultz, Die prov. Dichierinnen , p. 21, n° 5,
vv. 33-37.
(2) Cfr. Grand, cit., 406, 18; Il Cani. A cit., n° 125, vv. 34-36.
(3) Cfr. Grand, cit., 406, 22; Mahn, Gedichte y 1105, vv. 13-15.
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C. DB LOLLIS
si costumavano tra vassallo e signore e quali ritroviamo sempre
espresse in formule tipiche nei saluta vere e proprie dichiara-
zioni scritte d'amore. Scrive Sordello nel suo salut (1):
Qe mi dignas tenir per servidor
Asci cum cel q’ee vostre domnegaz.
E Chiaro nel sonetto DCCLVIII:
Che vi piaccia tenermi a servidore
e nel sonetto DCCLX :
E questo in cortesia vi domando,
Madonna, ch’io sia vostro donicato.
E, non c’è dubbio, a particolari della vita feudale affatto estranei
alla vita fiorentina si ispira qualche paragone di Chiaro, in cui
s’accenna ai rapporti tra il dipendente e il suo signore: come,
ad esempio, nel sonetto DLXXIV :
Ma seguo l'uso d’umil servidore:
Per la gran fò ch'ell’ave in domandare
Prende arditanza de lo suo sengnore.
11 bisticcio tra amore e amaro che si accenna di volo nella
canzone CCXVIII, v. 15, non può non risalire al provenzale, dove
occorre piu spontaneo e sensibile per la identità perfetta delle
forme amar (sostantivo verbale) e amar (agg. = amaro) (2).
Altro bisticcio che fu di moda specialmente tra i trovatori
(1) Cfr. Qrund. cit., 437, 14; ediz. De Lollis, n° XXXVI, vv. 11-12.
(2) Cfr. il mio Sordello di Gotto , p. 294 , nota al v. 4 di n° XXXVII.
L'amico prof. Novati bene a proposito mi fa osservare che il bisticcio esiste,
triplicato, anzi, in antico francese: Vamer , Vaimer , la mer. Un’inchiesta
sulla priorità francese o provenzale sarebbe aliar lungo e difficile: ma si
può , mi sembra , senz’ altro affermare che il bisticcio anche nel francese
appar meno spontaneo e naturale che nel provenzale , perchè tutte tre le
forme han bisogno, per riuscire a combinarlo, dell’aiuto dell’articolo, e, anche
cosi, una delle tre, Taimer, v’entra, per la condizion fonetica della sillaba
protonica, di contrabbando. Del resto, il bisticcio tra la mar e Tamar è
anche provenzale. Cfr. p. es. P. Bremon Ricas Novas in Cani. A cit., n° 607,
vv. 1-2.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
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provenzali del secolo XIII è quello che occorre tra cor e cors :
e meno evidente, ma pur frequentissimo, è presso i nostri du-
gentisti quello tra core e corpo (1), che Chiaro esprime ai vv. 7-8
della canzone CCXXIII:
Mando lo cor, non torna,
Ma lo corpo ratorna.
E, bisticcio a parte, molto si dilettarono i trovatori di significare
gli effetti d’amore sotto l’immagine del cuore che si stacca dal
petto dell’amante per andarsene a stare presso la persona amata:
certo, in fondo, il concetto è semplicissimo, e ne ricorre spon-
tanea l’espressione in ogni poesia, anche popolare: ma esso è
singolarmente materializzato presso i trovatori, in ispecie quelli
del secolo XIII (2), che personificano e fan peregrinare il cuore,
considerandolo spesso anche quasi come un essere a sè, vinco-
lato alla dama da quella stessa soggezion feudale che caratte-
rizza in genere le relazioni d’amore nel mondo cavalleresco.
Chiaro scrive (canz. CCXL, v. 9):
Prendi lo core e me ne la tua balglia
verso che è traduzion letterale, benché solennemente errata
(it. m£ = prov. meli) di quello di Guiraut de Salinhac (3):
Pren mi lo cor el met en sa baillia.
E nella canzone CCXLIV, vv. 16*17:
Voi mi prendeste, amore.
Lo core e me . . .
E nel sonetto DCCL:
E del mio cor non agio la balia,
Ca voi Faveto: a me non vai tornare.
Ci si permetta anche di fermarci un istante sull’ espressione,
(1) Cfr. ibid., p. 279, nota al v. 42 di n° XX.
(2) Cfr. tbid., p. 282, nota ai w. 9-12 di n° XXII.
(3) Cfr. Qrund . cit., 249, 2; Il Cam . A cit., n° 527, v. 44.
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C. DE LOLLIS
frequente in Chiaro, di quel timore inseparabile dal sincero
amore. Si legge nella sua canzone CCLIII, v. 4 :
Chè fino amor non è ganza temere
e nel sonetto DLXXIV:
Chi non teme non pò essere amante
Perch'io tema, credo melglio amare
e nel sonetto DCCXL:
Chi non teme non ama, ben savete,
Ond’è temenza d'amor fermamente.
Già il Gaspary (1) allegò buon numero di passi italiani e pro-
venzali nei quali fcon più o men lievi variazioni un tal concetto
si esprime: qui però si vuol specialmente rilevare a riscontro
dei penultimi versi di Chiaro quelli di Arnaut de Maruoiil (2):
Que mieills ama cel que prega temen
Que no fai cel que prega ardidamen.
E senza fermarsi a considerar la possibilità di un plagio diretto,
da questa e simili consonanze arguiremo che, in ogni caso, e i
Provenzali e i nostri dugentisti adattarono in modo uniforme
alPinsieme delle loro teorie d’amore la contenenza del ben noto
verso ovidiano:
Res est solliciti piena timoris Amor.
Il poeta latino voleva esclusivamente alludere alle ansie tor-
mentose tra cui si dibatte l'animo di chi sa lontana, e tra ar-
rischiate imprese, la persona amata: e più precisamente alla
sollecitudine della buona Penelope pel suo Ulisse ch’ella di con-
tinuo s’immagina alle prese con Ettore, il più temibile e temuto
dei Troiani: i Provenzali e sulle loro orme i nostri dugentisti
falsarono addirittura, idealizzandolo, il concetto di un così sem-
plice e naturale timore, che arrivò per loro a signi Beare la re-
(1) Cfr. La scuola cit., pp. 56-57.
(2) Cfr. Grand . cit., 30, 3; Il Cani. A cit., n° 303, vv. 22-23.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
ili
verenza e la venerazione che l’alto pregio della donna amata
impone. E relegante sottigliezza psicologica per tal via derivata
dal verso ovidiano è una delle note fondamentali comuni alla
poesia occitanica e alle varie fasi della nostra dugentistica : a
traverso le quali il “ timore ” che nella poesia cortigianesca
d’oltralpe risultava come la naturale conseguenza della soggezion
feudale dell’amante all’amata, venne affinandosi e spiritualizzan-
dosi fino ad esprimere il tremito della grande anima dantesca
nella visione della creatura sovrumana venuta di cielo in terra
a miraeoi mostrare.
A più riprese accenna anche Chiaro ad indagare la natura
d’amore e a rappresentare il fenomeno deH’innamoramento. Nella
canzone CCXXX si propone egli di definire l’origine e l’essenza
d'amore, e, prendendo le mosse dall’amore evangelico, s’industria
di dimostrare che questo sentimento, anche nei rapporti tra uomo
e donna, dev’esser scevro d’ogni desiderio materiale: or Gu-
glielmo di Montagnagout, trattando in due poesie dei caratteri
del vero amore, perviene alle medesime conclusioni (in una
delle due anzi arriva a dire che “ d’amor move castità ”1), e
qualche frase di esse si direbbe raccolta dal Davanzati: chè
scrive il Montagnagout (1):
Ben devon li amador
De bon cor servir amor,
Qar amors non es peccata,
Anz es vertutz . . .
e Chiaro (vv. 29-30):
Amore propio e vero
Non este di pecato.
Scrive Guglielmo (2):
Amans non deu voler per nuill talen
Faich q’a si donz tornea a desonra rissa
e Chiaro (vv. 33-35):
(1) Cfr. Qrund. cit., 225, 2; Mahn, Gedichte , 321, w. M-14.
(2) Cfr. Grund. cit., 225, 10; Il Cani . A cit., n° 621, w. 14-15.
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112
C. DE L0LL1S
E £li orati si dicono eh' è amore
Trarla di sao onore
L'uno e l'altro amadore.
Nel sonetto CCCLI scrive d'amore che:
E’ ven de lo vedere e d'udienza
E di pemsiero ed ancor di aagiare:
Fermasi quando vene lo piaciere,
ripetendo nel sonetto DLXXX:
Gh'eaere nom pò amor sanza piaciere.
E se qui è più specialmente da richiamare il passo di Amerigo
di Belenoi (1):
Que fin' amore, so sapchatz,
Non es als mas voluntatz
Qu'adutz ins el cor vezers,
Don la rete bels plazers
non sarà poi inopportuno riaggruppar qui buon numero di passi
trovadorici nei quali si dà conto della parte che nell'innamora-
mento hanno occhj e cuore, offrendo i primi al secondo ciò che
lor piace (2). Secondo Amerigo di Peguilhan (3):
... so qu'als huelhs platz et al cor agensa
Voi fin' amore
e (4):
. . . l'huelh van vezer
So qu'al cor platz retener
sicché (5):
Adoncas pren veray' amore valensa
D'aisso que l'huelh fan al cor agradar.
(1) Cfr. Grund. cit, 9, 18; Mahn, Gedichie , 804, vv. 4144; ma l'ultimo,
nel Canz. A cit., n° 340, suona: E iois e gaugz e plazers .
(2) Avverto il lettore che qualcuno di questi passi ritroverà in Gaspart,
La scuola cit., pp. 86-89, dove si vuole appunto provare che la disquisizione
sulla natura d'amore non fu estranea ai poeti provenzali.
(3) Cfr. Grund. cit., 10, 8; Mahn, Gedichte , 737, vv. 24-25.
(4) Md. % vv. 29-30.
(5) lbid. % vv. 33-34.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
113
G subito dopo (1):
Per lo grat e pel coman
Delhs tres (occhi, cuore ed amore) e per lor plazer
Nays amore
Per que tuit li fin aman
Sapchan qu’amore es fina bevolensa
Que nays del cor e deh huelhs, ses duptar,
Que Thuelh la fan fiorir el cor granar
Amore qu’es frugz de la vera semensa.
E Gaucelm Faidit nel grazioso tornejamen con Sa varie e messer
Ugo (2):
Seigner, vos que 1 esgart blasmatz
Dels huoills e lor plazen faisson.
Non sabetz que messatgier son
Del cor qels hi a enviatz;
C'uoill descobron als amadors
® So que reten el cor paore
Don totz lo8 piazera d’amor fan.
E Uc Brunet, subito dopo aver rappresentato amore armato di
lancia, con una vieta immagine del repertorio classico che tro-
verà poi ancor posto tra le mirabili novità petrarchesche, as-
surge a una definizione affatto spirituale, scrivendo (3):
Amore . . . es us esperitz cortes
Que nois laissa vezer mas per semblans,
Que d’uoill en huoills saill e fai sos doutz lane,
E d’uoill en cor e de coratge en pes.
%
E Bertran Garbonel (4):
Tot aisis fay fin’ amore de sas flora,
Col mels s’en fai, c’aiso es sos semblans.
(1) lbid ., vv. 3745.
(2) Cfr. Grund. cit., 167, 26; Il Cani. A, 503, vv. 52-^.
(3) Cfr. Grund. cit., 450, 4; Il Canz. A cit., n° 333, vv. 5-8; cfr. Gà-
spary, La scuola cit., p. 87.
(4) Cfr. Grund. cit., 82, 21; Baatsch, Denhmdler, 45; e nota il riscontro
con versi anteriormente citati di Amerigo di Peguilhan.
Giornali fiorito. — Sappi, no 1. 8
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C. DE LOLLIS
Beutatz non es pas a totz d'agradatje.
Mas cani el cors voi ala huelhs cossentir.
Amore dissen per los huelhs el coratje,
Pueis cortes ditz et onrar e servir
La fan granar et a son temps venir.
E Guiraut del Olivier d’Arles, altro tardissimo trovatore (1) :
Tant no puesc legir ni pessar
Qu'ieu atruep que als si* amors
Mas un franc[s] volere qu'en breu core
Fan li huelh al cor prezentar.
Que can li huelh vezon cauz’ agradan.
Sempre al cor o prezen to denan;
E s*al cor play ni a los huelhs agensa,
D’aquel acort nais amore e comensa.
Car d’aqui ’nan lo cor pens* e cossira
Com puesc* aver la causa que dezira.
E si li huelh nil cor noy an plazensa 4
Ja fin* amore noy venra a nayssensa.
E nel notissimo partimen , di Peironetz e Girautz (2), che ci ri-
porta anch’esso verso la fine del secolo XIII (3):
... li huoill son totz temps del cor messa tge
E fan amar cel que non amaria:
C'amors non a nuilla ren tant plazen
Cum son li huoill vas lieis en ant enten,
El core non met aillore son pensamen.
Mas lai on Toill li mostron que dreitz sia.
E poco oltre (4):
. . . per los huoills amore al cor dissen.
(1) Cfr. Grund. cit. , 246, 67; Bartsch, Denhmdler , 1. Meglio, però,
forse, QuiUem de V Olivier; cfr. P. Meyer, Troubadours de la fin dvt
XI II 9 siècle et du commencement du XIV 9 (estr. dall’ Eistoire Uttéraire ,
t. XXXII), p. 71.
(2) Cfr. Ortmd . cit., 249, 2; Il Gina. A, n° 527, vv. 11-16.
(3) Cfr. Meyer, Le* derniers troubadours de la Provence, in Bibk ds
VÈcole des chartes , XXX, 479.
(4) Cfr. Il Cani. A cit., n° cit., v. 46.
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SUL CANZONIERE DI CHIARO DAVANZATI
115
Altri esempj ancora si potrebbero citare di poeti provenzali
del secolo XIII (1), i quali più diffusamente che non Chiaro al-
legarono il compiacimento degli occhj nella visione della bellezza
come unica causa deirinnamoramento. Vero è che, secondo fa
giudiziosamente rilevato da altri (2), già presso Chiaro, come
presso il Guinizelli, alla produzione del vero e perfetto amore
è necessaria condizione il “ cor gentile ” nel quale solo esso può
risiedere:
Audit' agio nomare
Che 'n gientil core amore
Fa suo porto . . . (canz. CCXXXV)
© altrove:
Ove dimora e posa
Cortesia e valore? — in gientil core,
C'altrove nom poria far dimoranza (canz. CCL1X).
Ma che cosa, se non questo, in sostanza, aveva detto Riccardo
di Berbesiu, scrivendo che:
. . . Amore . . . qand a tot cercat
E non troba ren qeil sia a son grat
Torna sen lai don moc primieiramen,
versi che, come abbia m veduto (3), furono altrove parafrasati
da Chiaro? E, inoltre, Lanfranco Cigala, prima e del Guinizelli
e di Chiaro, aveva scritto (4) con più laconismo che non Ric-
cardo ina anche con maggior somiglianza a questi due Italiani :
anz sai, senes faillir,
Ques amore pren en lejal cor naissenza:
Broilan vai tan chascun jorn e creissen
Que pren lo cor el gien e l’entendenza,
• Ni cap en core ni neis en pensamen,
Qué plus que fona regorga sa creissenza.
(1) Ad ogni modo, lascio da parte per proposito Matfrè Ermengau. E s'in-
tende poi che degli psicologi francesi in materia d'amore, se di loro si do-
vesse qui toccare, basterebbe ricordare Andrea Cappellano.
(2) Cfr. Casini, Riv. crit . d. lett. i f., I, 75.
(3) Cfr. quanto fu detto in addietro.
(4) Cfr. Grund, cit., 282, 19; Mahn, Gtdichie , w. 11-16.
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116
C. DE L0LL1S
Or qui Lanfranco Cigala, che certo come poeta null’altro onore
ambiva se non quello di pareggiare i buoni modelli di Provenza,
e non senti certo gl'influssi dei poeti italiani che già a suo tempo
poteron cimentarsi neiridioma natio, appar già in grado di ri-
trarre gli effetti d’amore con una finezza e franchezza che fon
pensare ai poeti del dolce stil novo anziché a quelli di Provenza.
Ed anche quando proceda alla personificazione del cuore, egli
lo fa con un'agilità di cui non dànno idea i passi consimili pro-
venzali (1):
Quan fon e mon fin cor intratz
Dedins lo bela ria e l’esgart ,
Mo 8 cora sen vene tost e viatz
Vaa me claman: merce, qtfeu art;
Ades siate enamoratz
De lamoros cora, cui Dieu9 gart,
Qu'a me, qi ani vostre cor, plaz.
E se, finalmente, il risultato di queste nostre indagini si volesse
avvicinare a quanto sui caratteri della poesia di Chiaro fa
affermato da altri (2), la conclusione parrebbe dover essere
questa: che Chiaro, nel cui canzoniere si ravvisaron parecchie
fasi (che vorrebbero anche esser periodi, cronologicamente di-
stinti) riflettenti, nel loro complesso, da un capo all'altro tutta
l'evoluzione della nostra prima lirica sino al dolce stil novo,
possa assumere agli occhj nostri tale varietà di atteggiamenti
già solo per virtù della sua ostinata fedeltà ai modelli proven-
zali, i quali accanto alle vecchie formule del linguaggio erotico
altre gliene offrivano conducenti all'idealismo scientifico del Gui-
nizelli. Nè con questo si vuol negare che qualche cosa il fio-
rentino pur derivasse dal bolognese: ma si vuole invece affer-
mare che fu pochissimo, e quel tanto, derivato senza alcuna
consapevolezza della novità che conteneva, non valse a stornar
(1) Cfr. Grund. 282, 25; Appel, Prov. Ined. aus par. Handschriftm ,
p. 187, vv. 23-29.
(2) Casini, Riv. crit, cit., coll. 75*78; Gàspary, Zeitschrift cit., voi. cit,
pp. 574-5, e Storia d. loti, it. % trad. it., I, 83.
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à v
SUL CANZONIERE DI CHIARO D AVANZATI 117
gli occhj del poeta da quei modelli d’oltralpe (1), nei quali egli
credeva di ritrovare, e forse realmente ritrovava in germe, la
stessa materia. Giacché preme singolarmente ricordarsi che il
materiale occitanico rimanipolato da Chiaro, piu spesso che al
patrimonio poetico di quei trovatori i quali furono indubbiamente
i più pregevoli e pregiati tra i Provenzali, Bernart de Venta-
dorn, Giraut de Borneill, ecc., si lascia ricondurre al periodo
seriore della poesia occitanica, a quel periodo cioò, nel quale le
vecchie formule trovadoriche per logica necessità si vennero
sviluppando e addirittura rinnovellando in espressioni che furono
poi ereditate e continuate dai nostri lirici. Di eredità e conti-
nuazione parliamo, in quanto che, sia che si consideri un solo
poeta come Chiaro nelle sue varie maniere, sia che le varie
scuole succedutesi in Sicilia, a Bologna, in Toscana, la materia
provenzale traspare o a traverso il tenuissimo velo della para-
frasi, o a traverso il libero sviluppo di certi motivi caratteristici
della tarda poesia occitanica. Il fatto è che anche in via gene-
rale di ben altro carattere ed intensità sono i rapporti tra la
lirica provenzale e l’italiana, che non tra la provenzale e quella
di altri paesi neolatini: in Francia, in Portogallo, in Ispagna si
effettuò una vera assimilazione di materia morta, che fu imi-
tazion servile della tecnica esteriore e impose, quanto al con-
tenuto, la scarsa suppellettile di concetti e frasi già frusti alla
fin del secolo XII; mentre in Italia la poesia del mezzogiorno
di Francia, per un complesso di ragioni di cui le principali sono
evidenti e note, continuò a fiorire come in suolo natio, e con-
tinuò a svolgervisi rigogliosa secondo le sue naturali tendenze.
Cesare de Lollis.
(1) Fin qui potrei dire d' esser d'accordo col Gaspary , il quale , loc. cit.,
. 575, scrisse: « zu einem wahren Anhànger dea dolce stil nuovo wurde
er nicht; im Ganzen kann er sich von seiner alten Manier nicht losma-
« chen und kehrt zu ihr auch in eben den Liedern zurùck , wo sich jene
« Reminiscenzen des neuen Styles finden ».
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VARIETÀ
L'EPISTOLARIO DEL GRAVINA
Quando Gian Vincenzo Gravina nel 1688 partì per Roma, era,
come scrive un suo elegante biografo, ornai maturo a tare un'o-
norevole comparsa. Trovavasi nel suo pieno germoglio intellet-
tivo, e di fresco uscito dalle nobili discipline alle quali il Calo-
prese e il Biscardi e il Messeri si amorosamente lo avevano
addestrato. Dalla tranquilla stanza de* suoi studi ei s’era subita-
mente trasportato nell' irrequieto mondo romano, solo, giovine,
mal noto, la mente piena di eleganze latine, lo spirito imbevuto
d’elleniche bellezze.
Egli portava seco la nostalgia del passato, che gli sorrideva
a traverso la coltura classica. Il vecchio mondo pagano gli si
era schiuso nella mente nella sua più matura bellezza, apren-
dogli la gloriosa via che lo rese illustre. Nel suo intelletto s’era
già compiutamente formato il vasto edificio giuridico, da lui sal-
damente poggiato sulla ragione filosofica e sulla morale. 11 diritto
romano, definito come la sapienza armata, il comando della ra-
gione, la voce della filosofia con impero di legge, lo attrasse
verso la città nella quale, a traverso i secoli, erasi svolta tanta
dottrina. Roma era sua. Egli l’aveva compresa tutta nella sua
vasta organizzazione giuridica e nella sua virtù civile, e la tro-
vava perfetta nella sapienza delle sue leggi.
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VARIETÀ
119
Il suo intelletto usci come purificato dal classico lavacro, ma
non intorpidito. La giurisprudenza, l’arte, la religione avevan
bisogno di determinar meglio la propria virtù intrinseca, ma la
prima malsicura trascinavasi nella casistica forense, e l’arte e
la religione eran fatte da' Gesuiti. Ei sognò la riscossa, l'eman-
cipazione, il rinnovamento in tanta miseria, e suoi stromenti di
guerra furono De orlu ei progressi* juris civiltà, la Ragion
poetica e il libro AeM'Hydra' mistica .
Sorgeva in lui l’uomo nuovo. Cogito ergo sum: il vieto
domma scolastico era ruinato, e al giovine calabro sorrideva
ancora indistinta la novella vita sorgente dalle nere ruine del
passato. Un mondo gli si apriva dinanzi, luminoso e grande nella
tradizione secolare, e pieno d'ignoti fascini nell'agitarsi dell'ora
ultima. Così questo solitario spirito correva inconscio verso il
sacrificio.
A Roma il seicento trionfava sovrano, e la preziosa Maria Cri-
stina di Svezia ne teneva alto l'imperio.
La figliuola del grande Gustavo Adolfo, fatta cattolica e la-
sciata la Svezia, era venuta in Italia a deporre il diadema e lo
scettro a' piedi della madonna di Loreto. In Roma avvenne la
sua trasformazione; cadde tra le mani de’ Gesuiti e diventò cor-
rotta e sanguinaria. « Nelle splendide sale del suo palazzo acco-
« glieva tutti gli egregi ingegni, e si nutriva delle loro adulazioni
« come i numi dell'ambrosia, con alcuni di essi civettava, e si
€ illudeva strimpellando anch' ella la cetra. Il prediletto era
« Alessandro Guidi, il quale, sebbene per la deformità della per-
« sona non potesse appagare i cupidi occhi dell'attempata donna
« regale, lusingava la vanità di lei con la reputazione di primo
« poeta dell'età sua » (i).
Morta la regina nel 1689 e sepolta in S. Pietro, i suoi favoriti
ne piansero a calde lacrime la fine. L'amabile gregge oramai
trovavasi sbandato, e non v’era più chi lo governasse lungo le
aiuole fiorite del suo innocente Parnaso. Ma il Crescimbeni corse
in suo aiuto. Ei pensò subito ad una grande accademia che rin-
novasse « i dolci studi e gl’ innocenti costumi che gli antichi
« arcadi praticarono » (2). Così quel gregge fu menato per gli
(1) Vedi P. Emiliani Giudici , Prose di G. V. Gravina , Firenze , Bar-
bèra, 1857.
(2) F. M. Màncurti, Vita di G. M. Crescimbeni,
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120
,G. PERSICO CAVALCANTI
orti palatini a modulare sulla solfa di Angelo di Costanzo il canto
de* primi pastori. Nacque l’Arcadia, « a preciso effetto di ster-
« minare il cattivo gusto , e procurare che più non avesse a
« risorgere perseguitandolo continuamente ovunque s* annidasse
« e in fino nelle castella e nelle ville più ignote ed impensate » (1).
B il giovine Gravina, accolto da* novelli pastori col nome di
Opico Erimanteo, fu costretto anch’egli a cantare. Cosi il disce-
polo di Gregorio Caloprese si distrasse giocondamente dietro i
leziosi amoretti di Blpino. Guardiamolo, per poco, nella sua nova
fisionomia, a traverso le inedite strofe di quest’ ecloga. Licori
parla ad Blpino.
Due volte ha Cintia rinovato il corno
dal tempo, Elpino, ch’io
le tue promesse attendo.
Blpino risponde:
E qual nuovo desio
piega il tuo spirto rigido ed altero
sì che non sdegna i doni miei negletti:
forse Licori aspetti
che presso al mormorio di limpid* acque
allor che più s’infiamma il caldo giorno
10 pasca il tuo pensiero
di quelle vaghe favolette amene
che meco addussi dalla saggia Atene?
Ma poiché Licori vuole che Evandro ancora e Dafni Eu-
genio e Cloe vengano a sentire le favolette amene , Elpino dà in
ismanie.
Ah dispettosa Ninfa: tu ben sai
quanto io provo felice
quel punto ch'a me lice
vagheggiar solo i tuoi lucenti rai
et or per darmi pena altri qui chiami.
Ben tu sai ch’io non chieggio
più da te ch’il bel sol degli occhi tuoi.
Ma se da me pur vuoi
ad altro ogetto disviar lo sguardo
11 mio piede a partir non è già tardo.
Risponde Licori:
(1) Griscihbeni, Storia della volgar poesia.
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VARIETÀ
121
Ecco l'usato tuo vecchio costume
di volgere i miei detti in peggior parte
cercando pur ad arte
novella occasion d'aspre querele.
Elpino, vinto dalla gelosia, così rimprovera la fanciulla:
Ah Licori crudele
pensi ch'io non m'accorga
di quel che forse credi essermi ascoso?
Viddi io l'altro ieri con questi occhi
(sì stato fussi a tal veduta cieco)
nel tempio di Lucina
il Pastorei vezzoso
ch'ai loquace tuo ciglio intento stava,
e ciò con guardo bieco
dietro una tomba pallido spiava:
Acanzio, Acanzio il biondo
che con volto ridente
dei dolci sguardi tuoi pasci sovente.
11 cor cosi comparti
a la turba incostante
di fanciulletti insani
ebrij di cieche voglie e deeir vani? (1).
Tali bisticci pastorali duraron poco. Altre cure, e più nobili
e generose, tennero occupata la munte del Gravina nel suo lungo
soggiorno. Gravi avvenimenti si addensarono al finire del se-
colo XVII su Roma, e il secolo XVIII apparve inquieto e gravido
di fatali promesse fin dal suo nascere. Il Gravina non restò in-
differente in tanto agitarsi, e i fatti che in quel periodo si svol-
sero consacrò equamente nell* epistolario , del quale ora discor-
reremo.
L’epistolario è inedito, e conservasi nella Biblioteca Nazionale
di Napoli, formando tre grossi volumi manoscritti (2), l’importanza
de* quali ci spinge ora, prima di attendere a più largo lavoro, a
darne una sommaria notizia.
(1) Quest’ecloga trovasi manoscritta nella biblioteca Nazionale di Napoli.
Me ne trasmise una copia l'egr. mio amico prof. L. Ruberto, al quale rendo
le più vive grazie per le molte cortesie di cui mi fu largo nella compila-
zione di questo scritto.
(2) XIII, B, 45, 46, 47.
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122
G. PERSICO CAVALCANTI
I tre volumi comprendono un trecento lettere, indirizzate a
monsignor Francesco Pignatelli, che Ai arcivescovo di Taranto,
nunzio apostolico in Varsavia e poscia cardinale di Napoli. La
prima lettera porta la data del 1690 e l’ultima quella del 1712.
La firma del Gravina appare assai di rado a pie* d'ogni lettera:
più frequente è l'indirizzo dei Pignatelli.
L'importanza di tali lettere è meramente storica. Nessun le-
nocinlo di stile va scorto a traverso i minuti caratteri, già cor-
rosi dal tempo, all'interpretazione de* quali attendemmo con
amorosa sollecitudine, poiché assai semplice e franca ci parve
questa lontana voce d'uomo solitario, e degna d’esser raccolta e
compresa.
L'illustre figliuol di Rogiano appare in codeste pagine nella
sua più schietta e naturai fisionomia. L’amico al quale egli scrive
è un nobile prelato, lontano dalla patria e desideroso di questa.
Il Gravina gli discorre da Roma, tenendolo informato d'ogni
evento , e gli dà consigli , ammaestramenti , istruzioni ad ogni
piè sospinto, raccontando minutamente ogni cosa, e nulla trala-
sciando per contentarlo. « Tutto il mio studio — scrive egli —
« è di servirla al pari delle mie grandi obligationi e mi dispiace
« molto che lasciando io rarissime volte di scrivere, et allora
« quando mi pare che le sarebbono di tedio per non esserci cosa
« di nuovo e necessaria, veggo in duo sue che non riceve mie,
« quando che alle volte ne scrivo due in una settimana ».
II carteggio, del quale si discorre, non è che una cronaca
ampia aneddotica de' più notevoli avvenimenti del tempo, dalla
morte d’ Innocenzo XII a quella del Delfino di Francia. Il Gra-
vina assai di rado scrive di sè e delle cose sue, ed i suoi apprez-
zamenti, nel parlar d’altri, sono informati sempre al più rigido
obbiettivismo. De’ vecchi rancori e de' novelli odi che, fino agli
anni suoi estremi, lo perseguirono, non v’ha traccia alcuna: la
cronaca è d'una severa semplicità fino all’ ultima sua pagina, e
non è sviata nè da una recriminazione nè da una lacrima. Tran-
quillo e sereno, nell’agitarsi dell’antica Roma de’ papi, il Rogia-
nese sta fermo a guardare. Poiché non fu concesso a' suoi nemici
di farlo cacciar via da Roma, « o — come scrive il Giudici (1)
« — a maggior soddisfazione degli emuli, marcire nelle carceri
« del Santo Uffizio », rimane da testimonio, e ciò gli basta per
vedere e scrivere.
(1) Op. c*L, pp. 25-26.
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VARIETÀ
123
La corrispondenza dovè tenersi viva lungo il periodo di ven-
tidue anni, il che è notevole sopratutto per l f indole di essa. Il
Gravina ebbe in Roma, come oggi si direbbe, un vero e proprio
servizio d’informazioni, per il qual lavoro il Pignatelli si disob-
bligava con una mensile rimunerazione pecuniaria.
Tale notizia, che il Sergardi lanciò in forma d'accusa contro
il Nostro (i), è fondatissima , ma non torna , come vorrebbe
Quinto Settano, a detrimento dei Gravina, il quale cosi scriveva
al Pignatelli, in una sua lettera del 13 giugno 1699 : « Con l’e-
« molumento che ricaverò da questa catedra (2) spero di sovve-
4 nire alquanto più a’ miei bisogni : perciò quando V. S. Ill.ma
« volesse allegerirsi la spesa con favorirmi la metà della provi-
4 sione assegnatami, io non ardisco di supplicarla che di sessanta
scudi l’anno, finito che sarà questo anno santo, nel quale per
4 esser tempo da sè stesso dispendioso, e perchè mi trovo nota-
4 bilmente esausto dalle spese da me fatte in questo principio,
4 supplico la benignità di V. S. Ill.ma di continuarmi la provision
4 passata e solita: potendo poi nella fine dell’anno santo ridurla
4 ai sessanta, che adegueranno a punto il puro necessario, oltre
4 il quale io non desidero : ottenendo questo solo utile da’ miei
4 studii di non essermi vergognosa una onesta povertà. So che
« la generosità di V. S. Ill.ma non attendea da me simile risparmio:
4 ma siccome crescendomi la necessità non avrei avuto ricorso
4 ad altri che a Dio, ed alla bontà di V. S. Ill.ma, così essendomi
4 un poco mancata, è dovere che io pigli la misura del mio
4 poco merito: con animo di accrescere sempre più nell’avve-
4 nire la diligenza nel di lei servizio, che esercito di cuore ».
Queste ultime parole son certo notevoli. Ma il Sergardi non
doveva tanto scalmanarsi. Questo prete donnaiolo, che vedeva
intorno crollare ogni virtù, e la corruzione imperare su Roma,
in ben più vasto campo poteva far giocare il suo distico, e più
fruttuosamente. Chi meglio del Gravina poteva comprenderlo?
La corruzione in cui guazzavano liberamente coloro a’ quali era
affidata una ben più nobile e santa missione, e dal Nostro sì
aspramente combattuta nel libro dell ' Rydra mistica , s’andava
sempre più allagando, fomentata da nuove teoriche religiose,
che altri in mala fede diffuse e professò, riempiendo Roma delle
più folli ed abominevoli brutture.
(1) Vedi Q. Sectani Satyrae, Sat. II.
(2) La catedra deH’Archiginnasio, dove il Gravina insegnava diritto.
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G. PERSICO CAVALCANTI
Apriamo repistolario : ecco quel che narrava il Gravina nella
sua lettera del 3 maggio 1698: « Si è scoperta, e tuttavia si va
« scoprendo in Roma una scolorata setta d'ipocriti lascivi il cui
« centro è in Tivoli e dal Santo Officio si sta pigliando informa-
« tione essendo uscita gravida una bellissima zitella del Maestro
«di casa del Giardin d’Este per prattica, come si dice, avuta
«con monsignor Marciano canonico di S. Pietro, e chierico di
« camera, il quale è intrigato notabilmente in questo processo.
« Nella casa del medesimo si sono esaminate due giovani amate
« da lui. È stato sinora preso prigione un prete siciliano detto
« don Placido il quale aveva un crocifisso che muoveva le
« braccia, e di cui si serviva per condurre a fine i fatti su detti.
« Si dice essersi anche trovata gravida una donna nel monasterio
« delle convertite della Lungara sedotta da un firate siciliano
« tenuto ancor egli per santo , il quale ha sparso la sua perni-
« ciosa dottrina nella mente di tutte quelle semplicette. Questi
« quando ebbe sospetto di poter essere scoperto si messe in fuga,
« e si ritirò in un eremo regio in Sicilia, di donde la sacra In-
« quisizione col consenso del Re l'ha fatto trasportare in Roma
« ove è prigione, e si crede che dal suo esame si possano meglio
« convincere gli altri, e scoprirne di nuovi, essendone in Roma
« delle truppe in tre luoghi. Questa dottrina è un corollario del
« Molinismo. Le massime sono ancora occulte : a persona però
« del carattere di V. S. Ill.ma si possono palesare. Basterà che
«restino in lei prima che sian pubblicate, richiedendo la pru-
« denza e carità cristiana che da chi le sa per qualche via con-
« fidente non si faccian palesi. Questi nell'esame confessano tutti
« i fatti, ma niegano aver creduto che fosser peccato, per es-
« seme stati assicurati da' lor direttori. Questi sotto il pretesto
« dell'amor disinteressato (come è il termine de' quietisti) senza
« fine di godere Iddio, nè fugger pene o desiderar premio, met-
« tono la perfezione dell’anima nell'amare nella volontà di Dio
« anche la propria condennazione, ed in conseguenza abbrac-
« ciano anche i mezzi di essa che sono i lor peccati come istru-
« menti della volontà di Dio alla quale , come essi dicono , non
« possono ripugnare ».
L'Inquisizione punì aspramente i partigiani di questa dottrina,
e lo stesso Molinos fu da papa Innocenzo XI condannato nel
1687 al carcere. Nella Guida spirituale di Michele Molinos
erano celate tutte le nuove teorie, per le quali l'anima non ra-
giona e non ha alcun desiderio. «In tale stato, soggiungevasi.
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VARIETÀ
125
« è indifferente la pratica del bene, atteso che le imagini e le
« impressioni più ree non fanno peccato, perchè nate nella parte
« sensitiva del corpo » (1).
Quali fossero le conseguenze pratiche di tali dottrine abbiam
visto più sopra. Ai fatti più su narrati segue il presente aned-
doto: « La signora Ambasciadrice di Spagna fece ordinare ad
« una meretrice detta Tolla (2) che sta in casa della Regina, e
« va in carrozza della medesima, che non venisse più a passeg-
« giare per piazza di Spagna perchè l’avrebbe fatta bastonare,
«c La Regina ciò saputo ne fece querela al signor Ambasciadore,
« e questi gli rispose che non sapea come dare sodisfazione a
« Sua Maestà , perchè non potea mandare in castello la sua
« moglie ».
Non sappiamo però qual giudizio il Gravina potè formulare
su Innocenzo XII, sotto il pontificato del quale avvennero i fatti
più su narrati. L'epistolario è muto al riguardo: abbiam potuto
solo racimolare qua e là qualche notizia sulla malattia e la
morte del Pontefice. Fin dal 1698 la podagra teneva il povero
Innocenzo in angustie, rendendolo stizzoso, poiché nel pontificato
« non trovava altro che noie ». Malgrado ciò ei si proponeva,
nel maggio del 1699, di andare personalmente a vigilare i la-
vori del nuovo porto d’Anzio, vicino a Nettuno. Così il Gravina :
« Nostra Santità è tutto applicato al nuovo porto e dice volere
« in ogni costo andare in Nettuno di nuovo in questo maggio, è
« scusabile perchè l’altro dì con un cardinale disse non trovare
« nel pontificato altro che noie, e che volentieri lo rinuncierebbe,
« onde fa bene a pigliare occasione di sollevarsi ».
Il 5 decembre 1699 il Gravina dava i seguenti ragguagli sulla
salute d’innocenzo: « Io posso ben dire che le medesime [notizie]
« corrono per Roma ed escono di un medesimo tenore da tutta
« la camera segreta : ma mi dispiace non potermi persuadere
« da quel che sento susurrare poi in segreto : ed è che è vero
(1) In Francia tali dottrine furono rimesse in piedi da una bizzarra donna,
madama Guyon, che credeva, o faceva credere, esistere tra Dio e lei una
continua comunicazione di grazie. Cfr. all'uopo un piccol volume: Relazione
intorno al quietismo composta in franzese da monsignor J. B. Bossuet
vescovo di Meaux . In Padova, MDCCXXX1V.
(2) Intorno a questa Tolla, al secolo Vittoria Boccadileone , cfr. Rodocà-
nachl, Tolla , esquisse de la vie privée à Rome en Van 1700 , Paris, Flam-
marion, 1897.
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G. PERSICO CAVALCANTI
c esser il Papa giovedì stato due ore fuor di letto : ma ciò es-
« sere avvenuto per liberarlo dal dolore che avea alla schiena
« per il lungo decubito. Si va dicendo ancora non essere affatto
« libero dalla febre che si sospetta venire da debolezza senile.
« Oltre di ciò ra. Governatore mandò a dire a Palazzo che se
« seguitavan quelle voci che il Papa stia sì languente, egli non
« si fidava più reggere il governo. Ed invero è un miracolo
« come non siamo tutti trucidati: perchè non abbiamo nè Papa,
« nè sede vacante. Poiché il Papa non ammette niuno, non sente
« nulla, non provede queste cariche vacanti, non à cardinali
« fatti, e nè meno si dà ordine all’apertura deH*anno santo, per
« la quale non si sa che si debba fare ». E soggiungeva più
avanti : « Vorrei potermi lusingare che si stia meglio, perchè
« oltre i motivi di gratitudine potrei sperare da Sua Santità cin-
« quanta scudi di più l’anno di accrescimento alla mia catedra,
« per 800 scudi annui che vacano in Sapienza (1) che non so se
« il successore li dividerà o tutti o parte a noi altri come sarebbe
« giustizia, e come Sua Santità presente avrebbe fatto ». Ma il
pontefice andava sempre più deteriorando in salute. Scriveva il
Gravina : « Il Papa è peggiorato essendo sopragiunto il catarro
« con brugior d’occhi, e, secondo l’opinione di monsignor Tozzi,
« anche la febre verso la sera ». E più avanti : « Sento che il
« Papa sia migliorato in modo che questa mattina ha dato udienza
« a tutti i ministri ». E in altra lettera del 14 agosto 1700: « Il
« Papa quantunque l’altra settimana era notabilmente migliorato,
« peggiorò di nuovo assai in modo che ieri gli fecero sapere per
« mezzo di monsignor Ruffo lo stato pericoloso in che era ».
Innocenzo morì il 27 settembre del 1700. « Lunedì notte a 3
« ore e 3 quarti il Papa morì dopo un’ora d’agonia. Il cadavere
« comparve assai estenuato, ed affatto difforme dalle sembianze
« vive ». Trasportato il cadavere in S. Pietro, « fu data la cura
€ di far l’orazione funebre al nipote di monsignor Fabroni cogno-
« minato Forteguerri, e quello Proeligendo Summo Pontiflce a
« monsignor Ventimiglia preferito come vescovo a molti abbatini
« che soli senza il concorso di alcun uomo di matura dottrina
« si sono per tali orazioni affannati ».
Le lettere che seguono son da assegnarsi tra le più notevoli
dell’epistolario. È la completa istoria del conclave del 1700, con
(1) 11 collegio della Sapienza, dove il Gravina insegnava diritto.
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VARIETÀ
127
molti salienti particolari, i quali son così frequenti e abbondanti
da meritare una ben più lunga narrazione di quella che ora ne
facciamo.
Morto dunque Innocenzo, e fatte le esequie novendiali, i car-
dinali si chiusero in conclave. L'elezione del successore, come
è noto, non fu facile, poiché tra quelli favorevoli alla Spagna e
coloro che parteggiavano per la Francia, e le creature d’ Inno-
cenzo e quelle di Alessandro non s'ebbe accordo veruno, fin dai
primi giorni. La triste ora in cui versava la cristianità, sopra-
tutto pe' timori che venivano di Spagna, lasciava molti incerti
sulla persona da scegliere. La morte del re di Spagna, giùnta
come un fulmime in pieno conclave, precipitò ogni cosa.
Ecco i ragguagli che il Gravina dava intorno a questa tenace
lotta impegnata in Roma. Dopo i soliti preparativi, e reiezione
de’ cardinali che dovevano entrare in conclave, s'iniziò subito
la battaglia. «Gli Spagnoli ed Imperiali — scriveva il Nostro (1)
« — mirano ad un Papa romano, e vien molto lodata la prudenza
« del signor Ambasciador di Spagna il quale si dichiara di non
« pigliarsi egli alcun pensiero del futuro Papato ».
Dopo molte e varie riunioni di cardinali italiani e stranieri,
la sera del 9 ottobre 1700, cominciò il conclave, e tutti furono
di un sol parere: «volere un papa di petto e testa forte ». Ma
la lotta fu tenace, e continui gl'intrighi e le pressioni, tanto
vero che il Cardinal Carpegna « ad un che gli dicea che questo
« anno perdea la caccia dei piccioni, solita farsi a Villa Madama
« l'ottobre, rispose che la caccia dei piccioni si sarebbe fatta in
« conclave » (2).
Seguirono vari scrutini, i quali variarono nell’àvvicendarsi
delle notizie politiche che pervenivano dalle regioni del mondo
cristiano. Per un pezzo, i voti si raccolsero sul Marescotti, « cosa
€ che diè molta agitazione ai Francesi che mal volentieri ci
« condescendono » poiché lo sapevan fiero, ed essi invece ne
amavano uno « di pasta dolce da menar per il naso ». Altri nomi
venivan fatti, come Panciatichi , Spada , Albano , Moriggia , dei
quali scriveva il Gravina : « Panciatichi è ributtato non solo dagli
« Spagnoli, ma da tutti i Cardinali, e dalla Casa de' Medici la
« quale si crede che sfuggirà ogni suddito. Quando il Cardinal
« de' Medici propose Spada aU'Ambasciadore di Spagna, questi
(1) Lettera del 2 ott. 1700.
(2) Lettera del 9 ott. 1700.
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G. PERSICO CAVALCANTI
« rispose che sarebbe stato meglio, entrandovi i giovani, Albano,
« del quale anche si parla non poco ». E più avanti: « I Fran-
« cesi piglierebbero volentieri Moriggia per non essere obbligati
« a pigliar una di quelle teste che sfuggono a più potere ».
In tanto, la posizione di Marescotti si faceva sempre più forte,
« con venti voti certi » malgrado le minacce de* Francesi € i
« quali non àn più che dieci voti sicuri per loro ». Soggiungeva
il Gravina: € Per altro le cose non son vicine, non ostante che
« le pericolose nuove che giungono della malattia del Re di
« Spagna le dovessero accelerare » (1).
Nè (bori conclave si stava meglio. Cosi la lettera del 30 ot-
tobre: «In mezzo di questa carestia universale si è scemato
« ancora di due onde il pane : il che à cagionato una sedizione
« in Trastevere, per sedar la quale si son mandati soldati con
« accrescimento di armi di foco, in modo che adesso è quietato ».
E la faccenda in conclave s*ingarbugliava sempre di più. Altri
fatti vennero ad aggravare la situazione, come rilevasi da questa
lunga lettera del 6 novembre 1700:
Le pratiche di questa settimana sin da principio sono state per Colloredo
affine di far conoscere a* i Francesi che il medesimo partito di Marescotti,
se essi noi vogliono, si unisce a favor di Colloredo, che essi voglion molto
meno. E mentre si trattava questa apparenza, mancò poco che non succedesse
da davero: perchè il Lunedì si scopersero a favor di Colloredo ventisette voti
de' i quali tutti i Cardinali stordirono in modo che si pentirono di aver fatto
tal gioco, ed uscirono a tre a tre dallo scrutinio, guardandosi l'un l'altro, in
modo che non ci si son più provati, nè è mancato ivi chi dicesse essersi sco-
perto qualche trattato segreto tra Colloredo e i Francesi, e che tra gli altri
si trattasse seco che ricevesse per ministro Delfino che è istrumento giurato
della Francia. Dopo questo i voti si sono dipartiti in varij, e si è fatta qualche
pruova per Durazzo che à incontrato della grande opposizione : sì per la gran
quantità di nipoti che sono quattordici, e di questi uno Gesuita , sì per un
fratello che à Gesuita: sì principalmente per l'opposizione che gli fa il
Granduca, ed i Cardinali stessi Genovesi della nobiltà vecchia che sono con-
trarij alla nobiltà nuova della quale uno è questi. Onde si à per quasi dispe-
rata l'impresa: non ostante che le qualità personali del Cardinale sieno ir-
reprensibili. 11 trattato per Marescotti non è ancor a terra , nè la Francia
ancor à dato fuori esclusiva contro di lui, perchè teme escluso lui che non
le sia poi posto a fronte Colloredo che poi non potrebbero più escludere.
Non è vero che cercano di escludere Marescotti co' i voti d'altri poiché
contro di essi si sono uniti i Veneziani co' i Francesi per poter poi tirare i
Francesi a loro per far oppositione ad Acciajoli dichiarato da essi pubblico
(1) Lettera del 30 ott. 1700.
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nemico della Repubblica, ed alcuno crede che i medesimi Veneziani si uni-
scano col Granduca ad escluder Durazzo per togliere poi ad Acciajoli il favor
del Granduca. Oltre di ciò, Ottoboni non concorre in Marescotti per cagione
che questi non à voluto sentir trattato alcuno propostogli da Ottoboni per la
riconciliazione con Bichi: ed Ottoboni non può abbandonare (come egli dice)
una sua creatura a discrezion di uno inimico. Se Marescotti è Papa anche
gli eretici dovran confessare il concorso dello spirito santo, perchè non solo
non vuol dare orecchio nè egli, nè alcuno de* suoi ad alcun mezzo termine
co’ i Francesi, ma nè meno con persone private: ed è certo che se avesse
voluto capitolare, a questa ora sarebbe stato fatto.
Fra questo mentre si è preparato, e si prepara un gran trattato per Ac-
ciaioli e scoppierà fuori nell’entrante settimana. In esso si dice che concorra
anche il Granduca del quale prima si dubitava molto per cagione dell'impe-
dimento datogli nel conclave passato dal Gran Principe, al quale molti cre-
devano che il padre non avrebbe voluto dare un inimico , ma questi stessi
adesso confessano che il Granduca vi consente. Ancora però non siamo alle
pruove.
Or passiamo dalla quiete alle armi. Avendo tre volte il Principe Vaini
Cavaliere dello Spirito Santo della fazion francese in questa sede vacante
bastonato gli sbirri, che non voleva passassero avanti il suo portone quasi
che dovesse godere il franco con gli ambasciadori , pretendeva ancora che
non ci passasse la ronda del Campidoglio. Per lo che il Sacro Collegio or-
dinò precisamente agli sbirri ed alla ronda che passassero, ed essendosi due
volte fatto ostacolo dalle genti che il detto teneva avanti il portone, il
Sacro Collegio ordinò che si rinforzassero gli sbirri e pigliassero prigioni
quelle genti. Ed essendosi dato alcuni giorni avanti tal ordine , giovedì la
notte, o per dir meglio il venerdi mattina, ad ore dodici meridiane questi
passavano di là, fu tirata dalle genti di Vaini una archibugiata per tenerli
discosto. Del che fu dato aviso al conclave donde fu dato ordine a due ca-
pitani di soldati trai quali al Capitan Urighi che assediassero il palazzo, e
ne traessero per forza quelle genti in prigione. Ciò fu eseguito: ed il Prin-
cipe Vaini intese le archibugiate tirate da' soldati dentro il cortile, e veduta
la gente onde era il palazzo circondato si fece alla finestra dicendo all’U righi:
Che baronata è questa, signor Capitano ^ 11 Capitano gli rispose; Signor Prin-
cipe, io vi parlo d'amico : non fate resistenza, e dategli gli uomini che do-
mandiamo, perchè il Sacro Collegio à dato ordini rigorosi, e li vuole o vivi,
o morti. 11 Principe niegando si rinserrava, e premuniva, ma i soldati cor-
sero nel suo appartamento, mandaron giù la porta, presero li cinque o sei
che sieno: ed aU*incontro le genti di Vaini rinchiusero cinque sbirri. Fra
questo mentre giunge l'Ambasciadore di Francia con un treno di sei carozze
piene di gente armata, e vedendo l'entrata del portone impedita da’ i soldati,
e le genti di Vaini portarsi via, fé* sapere ad alta voce che quella casa stava
sotto la protezion di Francia, ed ordinò che quella gente si partisse con la-
sciare gli uomini di Vaini. E sì come il Capitano Urighi replicò dover egli
obbedire a gli ordini del Sacro Collegio, e che perciò Sua Eccellenza si con-
tentasse che si eseguisse quel che era dovuto. Nell’entrare che fece l’Am-
Oiomak storico, — Sappi, so L 9
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G. PERSICO CAVALCANTI
basciadore quasi per forza alcune delle sue genti cavarono mano alle spade:
onde i soldati cominciarono lo sparo dell'archibugiate con ferire tre delTAm-
baaciadore e tra questi lo schermitore, che sta morendo, insieme con un altro,
ed una palla colpi uno de* i cavalli della carozza dell'istesso ambasci adore,
ed un'altra passò per entro la carozza istessa e toccò la manica al medesimo
Ambasciadore, il quale mancò poco che non restasse colpito a morte. Onde
tosto furon trasportate le genti di Vaini alle carceri, e l'assedio de' soldati
rimase per riavere li cinque sbirri. Intanto saputosi ciò da gli altri Amba-
sciadori, furon fatte le solite e consuete offerte da loro in questi casi di pre-
stare aiuto airamba8CÌadore di Francia : il quale spedi il suo cavallerizzo a ca-
vallo al conclave a' i cardinali francesi, che furon da quelli chiamati a voce
mentre stavano allo scrutinio, ed svisati del fotte a nome dell* Ambasciadore
che domandava sodisfazione , e che voleva partissero i soldati dal Palazzo.
1 Cardinali aspettarono la reiasione del Fiscale di Roma : e dopo ordinarono
a* i soldati che riavuti gli sbirri lasciassero il palazvx) libero. Giunto questo
ordine fu notificato all'ambasciadore che si chiamò l'Urighi per seco pigliare
qualche mezzo termine. Ma questi non volle udir parola se prima non gli re-
stituissero gli sbirri : onde l'Ambasciadore si chiamò un altro ufficiale detto
Cerniti, il quale disse di andar da lui sempre che gli desse parola di non
fargli alcun torto. Ricevuta questa parola si abboccò coll’ Ambasciadore, il
quale restò persuaso che si rendessero gli sbirri : il che fatto le compagnie
de’ i soldati si partirono. E fra tutto questo tempo del conflitto per poco si
scampò un sacco universale di Roma che andava sotto sopra: in modo che
tutta la gente si univa tutta in un loco verso la casa di Vaini. Qual confusione
fé subito che si serrassero tutte le botteghe, ed anche molti portoni di pa-
lazzi ivi vicini.
Sciolto questo assedio l’Ambasciadore per mezzo de’ i Cardinali francesi
fé sapere al conclave che se non avesse ricevuto sodisfazione si sarebbe par-
tito, e subito spedì due corrieri l'un poco dopo l'altro in Francia dando rela-
zione del fatto. Questa proposta in conclave fu fatta iermattima mentre io
ivi mi trovavo, e seppi da un Cardinale che per dar sodisfazione si pensava
toglier la carica al Capitan LJrighi in ricompensa di si pronta ubidienza. L’i-
stesso poi seriis infirmato ieri sera in una conversatone ove anche si seppe
che nella congregazione generale del giorno che durò tre ore si era discorso
unicamente di questo e della sodisfazione che chiede l'Ambasciadore (il quale
per farsi creditore dice che le archibugiate furon tirate prima che le sue
genti cavasser mano alle spade): ed essendo detto il fatto in iscritto mandato
dall'ambasciadore e l'altro mandato dal Fiscale: non si risolvè nulla, e si
rispose che non concordando il fatto era bisogno di più certa informatone,
perchè si convenisse ne* i punti d'importanza.
Tatto ciò non accelerò certo reiezione del nuovo papa. I Fran-
cesi si mostravan sempre più ostili al Marescotti, malgrado si
tentasse di Carli cedere in certo modo, come si tentò col Marescotti
perchè facesse delle dichiarazioni favorevoli. «Perchè il partito di
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« Marescotti — scriveva il Gravina (1) — lo vuole in ogni modo,
« e vorrebbe toglier l’ostacolo dei Francesi con fare che Mare-
« scotti desse luogo almeno a’ discorsi che ei non vuole in qua-
« lunque conto sentire : fu mandato dalla sua fazione il Cardinal
« Altieri a far questa istanza. Alla quale Marescotti rispose esser
« egli entrato per fare il Papa e non per esserlo : quanto a farlo
« sapea come si condurre: quanto ad esserlo non ci avea mai
« pensato : e che se fusse fatto penserebbe allora a quel che gli
« convenisse ». E soggiungeva « di non voler esser Papa senza
« il consenso di tutte le corone, per non essere egli cagione di
« qualche scissura alla Chiesa ».
Ma una notizia ruppe al fine ogni indugio: la morte del re di
Spagna. La nuova giunse in Roma la notte del 19 novembre e
mise in iscompiglio tutti 1 cardinali, i quali vollero fare il papa
fra un’ ora. Fu proposto Panciatichi « il quale perchè vidde dif-
« Scile la sua riuscita disse egli stesso che si facesse un altro,
« e si propose Albano nel quale ad ore otto concorsero cinquanta
4L voti ». « Ma l’Albano, seguitava il Gravina, non vuole accet-
« tare piangendo dirottamente, in modo che si è disfatto in viso,
4L e presentemente sta con la febre ».
Cosi il giovine cardinale fu assunto al pontificato col nome di
Clemente XI, con grande giubilo del Gravina, che ripigliando, a
quattro ore di notte, la sua lettera, scriveva: « Scuserà questo
4L scriver confuso perchè può credere quanto io stia trepido nel-
4L Fallegrezza, e nell’umore sin tanto che non sia finita la cosa,
4L che sempre più cresce di plauso con la gloria che con atti sì
4L eroici il signor Cardinale si acquista ».
L’ Albani infatti fu tra’ migliori amici del Gravina, col quale
ebbe ad incontrarsi per la prima volta in casa del nobile tori-
nese Paolo Coardi, e si mostrò sempre amico de’ letterati e degli
scienziati. Grande estimatore de’ dotti coni’ era, fin da cardinale
« conoscendo che la giurisprudenza romana aveva di bisogno di
4L gustare quel ripulimento per il quale risplendeva in altre na-
« zioni, espose al pontefice (allora Innocenzo XII) che niun meglio
« del Gravina poteva introdurre nella curia romana il buon
4L gusto in questa sorta di studio, per desumere dai vaij ed an-
4L tichi principj l’intelligenza delle leggi » (2). E nel 1699 il Gra-
vina fu eletto ad insegnar leggi civili in queU’Archiginnasio.
(1) Lettera del 20 nov. 1700.
(2) G. Passeri, Vita di O. V. Gravina , premessa alle opere scelte del G.,
Firenze, 1826.
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G. PERSICO CAVALCANTI
Il Gravina si riprometteva da tale amicizia la promozione del
Pignatelli ad arcivescovo di Napoli, scrivendo: « Me ne posso
« rallegrar anche con V. S. Illma al cui merito come giusto
« estimatore farà certo giustizia, e spero nella prossima promo»
« zione. E veduto che avrò poi la promozione di V. S. IUma,
« potrò poi morire allegramente, che non posso aver in vita mag-
« gior contenti di questi ».
L’Albano fu assunto al pontificato in un grave momento, poiché
la successione di Spagna, data al duca d’Anjou, sconvolse tutta
l’Europa. La casa reale di Francia, già tanto formidabile, aggiun-
gendo a* suoi dominj i regni di Spagna, riempì di dolorosa coster-
nazione le altre potenze, e sopratutto quelle che più speravano
nella successione. Una guerra generale divenne inevitabile: non
passò gran tempo, e difatti si vide quasi intera l'Europa armarsi
e muovere contro la Francia. € Racconterò le uccisioni di uomini
« per successioni di regni », scriveva il Botta (1), in tanta visione
di sangue, che da’ campi di Savoia e d’Hochstet venne man mano
a spegnere la gloriosa aureola di Luigi di Francia.
Come pontefice, l'Albano fu d’indole irresoluta, atto a far poco
contenti di sè quelli che a lui ricorrevano, ma ebbe cuore lar-
ghissimo e fu d animo assai caritatevole. Alla sua morte gli si
trovarono solo duecento scudi in contanti; il resto aveva tutto
distribuito in opere di pietà (2).
Il Gravina nel suo epistolario ne discorre con grande reve-
renza, narrando in una sua lettera del 20 agosto 1701 il seguente
fatto, che fa onore a quel papa, così nemico del nepotismo e
dell’ingiustizia: < In vigore dell’ordine circolare di Sua Santità
« per il rispetto delle chiese, un frate di Urbino ammonì il signor
« cavalier Mosca, cugino di Sua Santità, per cagione che stesse
« in chiesa con poca riverenza. A questo il cavaliero rispose
« con istrapazzo, e minaccio al frate, nè desistè dall’irriverenza.
« Avvisato di ciò il Cardinal Legato di Urbino il fè condurre
« prigione. Del che venutone l’aviso al Papa, Sua Santità rispose
« che se fusse succeduto quando era Cardinale gli sarebbe dispia-
« ciuto: ma ritrovandosi Papa non poteva non approvare ».
(1) Storia d'Italia, voi. VI, p. 0.
(2) Per notizie intorno a questo papa v. Budsr, Leben und Thaten de*
hlugen und berùhmten Papstes Clementi s XI, Francoforte, 1721; Polidori,
De vita et rebus gestis Clementis XI, Urbino, 1727; Reboulet, Bis Coire
de Clément XI, Avignon, 1738 ; Làtifan, Vie de Clém. XI, Padova, 1752.
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VARIETÀ 133
Clemente si mostrò severo persino nel concedere un canoni-
cato ad un suo nipote (1).
Le lettere che seguono si riferiscono in gran parte alle inquie-
tudini che venivan da Napoli, e a’ provvedimenti presi da Cle-
mente. Nelle lettere del 24 settembre e del 1° ottobre 1701 e
dell’11 febbraio 1702 e del 5 maggio 1703 si parla della prigionia
del principe di Caserta « sequestrato a Roma per ordine del
« Papa » e nella lettera del 24 decembre 1701 è narrato il se-
guente « fatto leggiero, notevole in queste congiunture, e che
« non si è ancor divulgato. Nel pranzo che diede all’Ambascia-
« dorè di Spagna con altri il Cardinal di Gianson, un gentiluomo
« dell’Arobasciadore si pose a servire il Cardinale, ed a far da
« francese assai sciapi tamen te, con andar saltando attorno il
« Cardinale, e gridando mentre gli dava acqua alle mani: alò
« alò mossieri le Cardinò; e questa medesima graziuccia ado-
« prava mentre toglieva il ferrajolo al Cardinale, ed a tutto il
« resto in che lo serviva: in modo che il buon Cardinale si sto-
« machó senza poterlo più soffrire: onde chiamatolo da parte
« avanti gli altri gentiluomini gli diede un solennissimo schiaffo,
« del quale quel disgraziato fu consolato da gli altri francesi con
« dire che per necessità il lor Cardinale dovea essere ubbriaco ».
Altri aneddoti sul famoso cardinale di Jangon non mancano.
Fin dalle prime pagine deirepistolario, noi vediamo questa biz-
zarra figura di prelato agitarsi, forte e collerica, sulla gran fa-
miglia ecclesiastica, in nome di Francia ; e la sua figura appare
frequentemente nella cronaca del Gravina, il quale gli era amico;
e gli serbava gratitudine per la stima, scriveva, « di questa mia
€ tal quale vulgar letteratura ». Ma che nella vita tempestosa
di questo prelato vi fosse una parte che dovesse tenersi occulta,
appare chiaro dalla lettera deiril giugno 1702, nella quale il
Gravina, a proposito delle agitazioni di Napoli, insofferente del
giogo spagnuolo, scriveva : « Quando qui furono quei rumori per
« causa del Marchese del Vasto, i Tedeschi avean proposto di dar
« fuori la Vita del Cardinal di Gianson con tutte le notizie che
4 ©ssi aveano. Ma il Papa si fè dar parola da Grimani di sup-
4i primerla, promettendo per parte de’ Francesi anche silenzio.
4 Or si dice essere uscito fuor stampato in Napoli il processo
« contro il Vasto con ingiuria del Cardinal Grimani, e dell’Am-
4L basciador Cesareo. Per lo che il Cardinal Grimani si stima
(1) Lettera del 18 febbr. 1702.
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G. PERSICO CAVALCANTI
« disobbligato del silenzio, e si crede che possa scappar fuori
« quella celeberrima vita ».
Invero, quei bravi ecclesiastici del secolo XVIII, audaci, irre-
quieti, ciarlieri, presi tra la politica e l’Arcadia e il libertinaggio,
si preparavano spesso la morte con le proprie mani. In alto e
in basso, al banchetto dell’ambasciata e tra le maschere incri-
minate di piazza Navona, il clero, confuso nella folla, finì per
perdere ogni concetto della sua missione e della sua ragion d’es-
sere. Al cardinale di Janqon fu concesso di vivere lungamente
la sua edificante vita di porporato temuto e battagliero, senza
temere la fine del povero monsignor Zeccadori o dell’abbate Ce-
sarino. Per costoro giunsero in buon tempo l’archibugiata e la
decapitazione. Noi troviamo nell’epistolario assai spesso di simili
fatti. Così il Gravina raccontava il caso occorso al Zeccadori:
« È successo questa notte uno stranissimo caso. Monsignor Zec-
« cadori cameriere d’onore di Sua Santità e segretario delle let-
« tere latine familiari è stato percosso a quattro ore di notte di
« una archibugiata, mentre dal corridore di Belvedere sene pas-
« sava alle sue stanze, con tre palle che gli ànno passato le
« spalle da una parte airaltra con rimanerne due dentro. Sta
« presentemente sputando sangue, disperato di vita. Può credere
« che confusione sia in Palazzo per fatto tanto enorme. Si è tro-
« vato nel luogo dell’offesa un biglietto formato di carattere
« tolto da carte stampate in queste parole : Questo intraviene a
« chi toglie la fama altrui ».
Il Cesarino non fu più fortunato. Così la lettera del 23 giugno
1703: « È uscito il monitorio contro don Gio. Giorgio Cesarino
« per il ratto tentato della figlia di Carlo Mavatti , la quale in
« quel monitorio vien dichiarata honesta puella , per togliere
« l’imputa tione delle cattive lingue: ed è posta contro don Gior-
« gio la pena del troncamento della testa, e contro gli altri cinque
« che erano con lui quella della forca ».
Andiamo avanti. Le lettere che seguono sono anch’esse note*
voli. Quella del 7 gennaio 1702 si riferisce alla congiura ordita
a Napoli contro quel Viceré, e in particolar modo al marchese
del Vasto, del quale si discorre diffusamente anche nelle lettere
del 13 gennaio, 21 gennaio, 28 gennaio, 11 febbraio, 18 febbraio,
11 marzo, 18 marzo, 25 marzo, 14 aprile, 22 aprile, 6 maggio,
11 giugno e 17 giugno del 1702.
Nella lettera del 3 febbraio 1702, il Gravina dà notizia d’un
trerauoto, che aveva spaventata tutta Roma : « Qui siamo scarsi
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« di novità civile : per cagione che ne abbiamo una naturale che
« à tolto questa corte da ogni altro pensiero: ed è l'assistenza
« puntuale di un terremoto il quale si fece notabilmente sentire
« ieri ad ore diciotto e mezzo. Io mi trovavo che udivo messa
« a San Pietro, e può credere che mi parve vedermi crollare
« intorno alla testa quella gran mole, con strepito e fuga di
« tutto quel popolo, spaventato da una apertura che si fece in
« un muro vicino alla cupola donde cadde della calcina. Io mi
« trovavo in una cappella vicino alla porta piccola : pure non
« volli scappare sinchò fu finita la messa, nel qual punto se ne
« sentì un altro più leggiero, e poi un altro quando eravamo
« fuori ».
Nell’epistolario v’han frequenti notizie di tremuoti, avvenuti
in Roma e in Napoli. Un tremuoto, verificatosi in Aquila nel 1703,
devastò pur alcune cappelle del Gravina. Così il Nostro, costretto
a rimanere in Roma per le sue lezioni di dritto, scriveva al Pi-
gnatelli: « Benché questa lezion quotidiana di questo anno che
« mi dura fino a settembre mi privi del diletto della villeggia-
le tura ; è però giunto a tempo il favor del denaro rimessomi da
« V. S. Iilma per i bisogni della città, particolarmente in tempi
« che i terremoti di Aquila mi obbligano alla rifazion di alcune
« cappelle, ed ànno disertato quei luoghi d’abitanti, mi privano
« per più anni delle rendite di quei tenui beneficij ».
D’estate, il Gravina andava a villeggiare a Frascati, per sol-
levarsi della salute malferma e per vivere un po’ lontano dalle
sue occupazioni di Roma. Malgrado ciò, la corrispondenza col
Pignatelli non fu mai interrotta : così difatti scriveva il Gravina
il 29 settembre 1702, dalla villa Sacchetti: « Se fussero novità
« in Roma, sarebbero giunte per le bocche di tanti cavalieri e
« prelati che capitano qui alla giornata nella villa de’ signori
« Sacchetti i di cui favori presentemente godo ».
Come si vede, anche nella quiete d’una villa solitaria, il Gra-
vina non trascurava di servire l’amico, vigilando fedelmente, di
lontano, su’ fatti che potevano svolgersi durante la sua assenza,
in Roma. E, tornato in Roma, dava all’amico le seguenti notizie
di sè, in una lettera del 30 decembre 1702: « Posso dirle che
« di Frascati ritornai meglio, ma in Roma non mi trovo peggio,
« con tutte le quotidiane fatiche in questo studio, alle quali io
« ò aggiunto delle volontarie che sapute dal Papa, gli pajono
« superiori alle mie forze di corpo: onde à fatto dirmi che non
« facci tanto, e che benché da me aspettate più degli altri non
« però in questa forma così affannosa ».
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G. PERSICO CAVALCANTI
13Ó
In questo mentre, le « novità civili », come scrive più sopra,
non mancarono. I malumori passati tra Vittorio Amedeo di Sa-
voia e il pontefice, fomentati dalla gelosia delle immunità eccle-
siastiche, esacerbarono sempre più la controversia tra la potestà
ecclesiastica e la laicale. « Martedì — scriveva il Gravina — Sua
« Santità fece avanti di sè una solenne congregazione di Cardi-
le nali così deirimmunità come del Santo Officio, nella quale si
« trattò degli eccessi del Duca di Savoia contro l'immunità ec-
« clesiastica verso questa Santa Sede, e si determinò che gli si
« trasmettesse il monitorio per procedersi poi alla dichiarazione
« della scomunica. Qual congregazione fu preceduta da un giu-
« bileo emanato nel quale si esorta a pregare per l’intenzione
« di Sua Santità circa due negozij gravissimi della chiesa, che
« si credono uno questo, e l’altro la division della causa della
« China: e la mattina prima della Congregazione Sua Santità
« disse la messa in S. Pietro nella chiesa di sotto accompagnata
« da continui sospiri e lagrime » (1).
La divisione della Cina e le pratiche superstiziose e idolatriche
che certi missionaij permettevano a’ nuovi cristiani di quelle re-
gioni, contro i quali scrisse la bolla Ex illa die il 19 marzo 1715,
occuparono l’animo di Clemente per lungo tempo, e l'epistolario
dà notizia delle varie congregazioni tenute in Roma, presso la
Santa Sede, in quel non breve periodo. Della lotta, impegnata
all’uopo dal papa contro i Gesuiti, è fatto discorso nelle lettere
del 4 giugno 1701, del 3 giugno 1702, del 9 marzo 1708 e del
6 settembre 1710.
Le premure fatte dalla Spagna e dalla Francia riguardo all’in-
vestitura del regno di Napoli (lett. 19 nov. 1701), complicatesi
per le insistenze de’ tedeschi che volevan passare per quel regno
(lett. 24 die. 1701), e le pratiche per l’investitura (4 febbr. 1702),
con l’arrivo di Filippo V a Napoli (lett. 22 apr. 1702), non per-
misero al pontefice di vivere in quella serenità ch'egli sperava
per darsi interamente alle cure della chiesa e della cristianità.
Il « gloriosissimo monarca » Filippo V partitosi per Roma a scopo
d’ottenere l’investitura del regno di Napoli, fu accolto con grandi
feste e luminarie, ma « senza gusto del popolo » (lett. 22 apr.
1702), che mostravasi diffidente, e sopratutto poco amico della
Francia, odiata in Roma, e in Italia, chiamata, secondo il vecchio
(1) Lettera deirii febbr. 1702.
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VARIETÀ 137
motto, dal Gravina « fatai sepolcro de’Francesi ». Nè il papa volle
concedere la famosa investitura (tett. 29 ag. 1702).
Si aggiunsero i dissapori passati tra il papa e i tedeschi, e tra
questi e i francesi, per rendere sempre più spinoso il breve pon-
tificato di Clemente XI. Di que’ fatti e di que’ dissidi, oramai noti,
il Gravina dava nelle sue lettere una relazione diffusa, che omet-
tiamo per non stancare di più il lettore.
Ma il gran sogno del Gravina era la promozione del Pigna-
telli ad arcivescovo di Napoli. Le sue pratiche presso il pontefice
furon lunghe e laboriose, ma non vane. A Roma si faceva del
Pignatelli grande stima, e i più difficili, come il cardinale di
Jangon, si mostravan del tutto contenti della promozione. Una
larga parte dell’epistolario è dedicata a tale nomina, nè manca
d'importanza; qui l’animo del Gravina si riscalda, uscendo dal-
l’arida cronaca pontificia, e le lettere son bellissime. L’elezione
del Pignatelli era applaudita non solo in Roma e in Napoli, ma
in tutta Italia (1). Se tale promozione era ritardata pe’ disordini
avvenuti a Napoli, pure l’animo del Papa era assai propenso ad
essa, nella quale vieppiù convincessi di aver trovata la salute di
quella desolata città (2). Il Gravina attendeva alle sue istituzioni
canoniche alacremente, perchè il Pignatelli ne potesse aver copia,
al ritorno suo: cosi difatti scriveva: « Io sto mettendo in pulito,
« e facendo copiare in buon carattere le mie istituzioni cano-
« niche: per il supposto che ò che allo arrivo che farà V. S.
« Illma qui me le richiederà » (3).
In altra lettera chiama Napoli « città tempestosa in materia
«di passioni quanto di dottrine»; fermandosi a discorrere lun-
gamente degli avvocati di quella città, fra’ quali contava molti
amici, e qualche nemico, come il Gapasso, che non gli risparmiò
gli strali delle sue satire vernacole. Difatti, più avanti consiglia
al Pignatelli di tenersi cara la classe de’ letterati di Napoli, dei
quali temeva l’odio (4).
Venuto il Pignatelli a Napoli, il Gravina seguita a scrivergli,
benché più di rado; ma, prima ch’egli sia assunto alla nuova
carica, il Nostro lo mette in guardia perchè non s’impegni con
(1) Lettera 24 febbr. 1703.
(2) Lettera 3 marzo 1703.
(3) Id. id.
(4) Lettera 12 maggio 1703.
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G. PERSICO CAVALCANTI
alcuno, e si mostri diffidente con i più, € poiché vi è un diluvio
« di furfanti che sono protetti anche da* più buoni che stanno
«esposti più alle fraudi de* cattivi». E più avanti soggiunge:
« Tutti i cattivi servidori sono naturalmente nemici de* buoni
« padroni. Non vi è un palmo di netto nel mondo corrente, e i
« poveri padroni si alimentano col lor sangue le spie e i traditori ».
Infine, dà al Pignatelli il seguente specchietto, da leggere prima
di essere introdotto alla presenza di Sua Santità in Roma.
« I. Escludere ogni proposta di carezze ($fc) prima di sentire il
« suo agente il quale le à da communicare cosa di sommo ri*
« lievo e di notabil conseguenza su quest’affare. II. Aver per rac-
« comandata da Sua Santità tutta la famiglia del signor Cardinal
« Spinola morto, a quale effetto Sua Santità à fatto comandare
« a Gravina che le raccomandasse in suo nome a sua Eccellenza,
« del che il signor Cardinale si potrà per intesa. III. Riferire a
« Sua Santità, se si può, anche nel primo discorso l’edificazione
« che recano nelle parti anche de* Protestanti le sue omelie: si
« per aver rinovato l'antico istituto de* Santi Vescovi, sì per
« l'eleganza del loro stile, e pietà de* sentimenti. IV. Darsi intesa
« per relazion dell’agente con monsignor Paracciani auditore di
« Sua Santità dell’interesse che detto prelato à preso in tutti gli
« avanzi di Sua Eccellenza et deU*amorcvolezza che à sempre
« usata, mostrando ancora 1* istessa conoscenza con monsignor
« Passionei, monsignor Urigbi segretario di memoriali, e mon-
« signor Lancisi medico di Sua Santità. V. Prima d’impegnarsi
« ad altro aiutante di camera sentire monsignor Lancisi che se
« à da proporre uno che servì la S. M. d’ Innocenzo XII nella
«ultima e penultima malattia, peritissimo di chirurgia: e che
« secondo il parere del Papa stesso meriterebbe per gratitudine
« a quella memoria esser preferito quando vi fosse luogo. VI. Si
« fa sapere a sua Eccellenza che Sua Santità sentì gusto grande
« quando udì dall’agente l’intrinseca familiarità che era sempre
« passata tra sua Eccellenza e il signor Duca di Uzeda partico-
« larmente quando erano in Sicilia. VII, Essendo vacante un
« canonicato di Napoli ove si attende forse il parere di sua Ec-
« cedenza, degnarsi di sentir prima il suo agente il quale ad
« effetto di tai proviste fu per ordine di Sua Santità chiamato
« dal signor Cardinal Datario. VIII. Far cortesie grandi al signor
« Merlini Maestro di camera e cugino del signor Cardinal Pao-
« lucci » (1).
(1) In fine deH'epistolario vi è il seguente biglietto del Fontanini, il quale
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189
Il terzo volume dell'epistolario comprende tutte le lettere in-
dirizzate a Napoli dal Gravina. Mancano però le lettere da* primi
del 1704 sino al 1707 (1).
Fra le prime lettere di questo terzo volume, noto, a proposito
del carnevale romano, il seguente tratto: « Avendo Nostra San-
« tità permesso in questo carnevale i festini, le comedie, e *1
« corso, con la proibizion delle maschere : sono usciti molti senza
« maschera ma in abito e sesso tramutato, credendo esser così
« fuor della proibizione, delti quali gran numero sono stati presi,
« e mandati in prigione con mestizia grande di questo popolo
« pieno di dispetto e rabbia contro i Francesi : i quali son creduti
« essere stati cagione che non uscisse la permission piena » ( 2 ).
Tali feste finivano spesso in maniera tragica. Copio dalla lettera
del 26 febbraio 1711: « In questa settimana si è veduto quanto
« può un matto solo; per doverci meno meravigliare se i molti
« posson tanto. Conducessi al patibolo uno per monetario che
« tagliava i testoni, e mentre il reo si aspettava ivi dove il po-
« polo era adunato, ardì uno in abito di muratore di buttare a
« terra le scale della forca, e sconvolger tutto gridando “ grazia
«grazia”; al che si aggiunsero le voci di tutto il popolo. Gli
« sbirri subito gli furono addosso strascinandolo, in modo che un
« lacchè dell’inviato di Portogallo mosso a compassione riprese
« uno sbirro di tanta violenza, e questi ammazzò il lacchè con
« una pistonata, il che vedendo un compagno del caduto lacchè
« trafisse con la spada lo sbirro, che se non è morto ancora,
« non potrà però vivere; onde pieno tutto di confusione e tu-
4 multo, vi morirono oppressi una donna gravida ed un moro ;
offre , in nome del card. Imperiali , una carrozza per la venuta del Pigna-
telli a Roma: « 11 Fontanini riverisce il sign. Abbate Gravina, e gli fa sa-
4 pere che il sign. card. Imperiali oltre al rallegrarsi con lei della promo-
4 /.ione del card. Pignatei li , la avisa che nel soggiorno di S. E. in Roma
« può servirla di una carrozza nobile, e di due di seguito, per la stima che
« egli professa a S. E. e per le obbligazioni, che le professa la sua casa;
« e si avanza a farle simile offerta immaginandosi, che per tempo sì breve
« non possa essersi provveduta. Onde ravviso serva al signor Abbate Gra-
€ vina perchè la possa iappresentare all'E. S. ».
« Dalla Libreria a ore 20 ».
(1) Una sola lettera porta la data del 1707. Tutte le lettere che seguono
portano l'indirizzo del Pignatelli. A piè di queste appare con più frequenza
la firma del Gravina.
(2) Lettera 9 febbr. 1708.
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G. PERSICO CAVALCANTI
4 e per un* ora continua sinché non si eseguì la giustizia con
« ristabilir tutti gli ordegni, girò il tamburo per Roma adunan-
4 dosi tutte le milizie. Condotto poi alle carceri il reo delle forche
€ sconvolte, si scoperse che tre giorni fa era stato liberato dai
4 pazzarelli credendolo sano.
4 Si dovea vedere un altro spettacolo de’ più rei di un delitto
« nefando commesso con un giovanetto travestito da donna in
« figura di vender l’acquavite in una bottega, tra quali rei car-
€ cerati sono delle persone togate e civili: ma perchè scopri vansi
« sempre più persone maggiori, e questa corte si esporrebbe
« alla più grande infamia che abbia da qualche tempo sostenuta ;
€ perciò personaggi di somma prudenza ànno operato con Sua
« Santità che non si passasse oltre, e che si affogasse tutto per
4 quanto permettesse l’autorità delle leggi regulate dalla umana
« prudenza. Onde si crede che la curiosità di questo popolo ri-
4 marrà priva di simile spettacolo. Basta che ci sfoghiamo contro
4 il popolo di Napoli — soggiunge il Gravina — che è reo di
4 tutti i delitti; l’altre città vivono neirìnnocenza battisimale ».
E a Napoli il Gravina contava di venire a passare un mese,
ma il pontefice glielo impedì. 4 Sua Santità non mi à voluto
4 conceder licenza di venire a dimorar costì per qualche tempo,
4 come a me importava; e venir questo ottobre per ritornare il
4 novembre » (1).
Ei cercava d’allontanarsi un po’ da Roma, dove la sua salute
era tutt’altro che fiorente. Cosi difatti scriveva in una lettera
del 24 giugno 1710: 4 Io sto con una flussione agli occhi qual
4 non *ó mai avuto in Roma ; forse è succeduta in luogo de’ do-
4 lori di stomacho dei quali corre il secondo anno che son privo ».
Pur troppo, il male che doveva ucciderlo riapparve l’anno se-
guente per non abbandonarlo mai più. Copio dalla lettera del
26 luglio 1711 : 4 Io dal mal d’occhi sono passato a quello gra-
4 vissimo dello stomacho, cagionatomi dalla rigorosa dieta alla
4 quale per guarir dell’occhio mi diedi, che m’à irritata la bile
4 la quale mi toglie la fame, la sete e '1 sonno ».
Sentendo di peggiorare, cerca di cambiare aria, che a lui
sembrava la miglior medicina del mondo. 4 Sono del naturale
4 delle bestie — scriveva — non trovo miglior medicina che
4 l'aria della campagna ». E più avanti : 4 Mi hanno di nuovo
4 più gagliardamente assaliti i moti di bile : per li quali son ri-
(l) Lettera !• sett. 1708.
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VARIETÀ 141
« soluto di mutar aria , anche con venir costì ( a Napoli ) , che
« forse sarebbe il miglior partito » (1).
Fra tanti travagli una consolazione gli venne serbata, e fu
questa la stima e l’onore che gli stranieri facevan di lui e delle
sue opere. Di un libro, non ancora stampato in Italia e pubbli-
cato a Lipsia (2), ei dava bonariamente notizia aU’amico, sog-
giungendo che bisognava contentarsi # «c della prosperità che in-
« contra oltre le Alpi, utilissima allo stampatore ma molestissima
« a me, che son costretto star sempre in mostra ai forestieri che
« concorrono per vederne l’autore; il quale benché raccolga più
«onore di quel che sperava o doveva sperare, pur ricevendo
« queste visite nel tempo che è in moto la bile, vorrebbe non
«esser mai nato; e si duole di rassomigliar Cicerone più nei
« dolori dello stomacho, che anche a lui eran famigliari, che
« nello stile » (3).
Qui finisce il Gravina di parlare di sè, per tornare alla sua
cronaca. La lega tra’ principi d’Italia « de* quali sarà a capo il
« Duca di Savoia, senza che parliamo di altre potenze » è il
tema essenziale delle moltissime lettere di questo terzo volume,
nel quale trovo alcune curiosità storiche sul granducato di To-
scana, notevoli. Così il Gravina : « Altro di nuovo non corre in
« questa corte se non che una notizia la quale è molto ascosa,
« ed è di molta curiosità a sapere. Questa è che vedendosi pros-
« sima ad estinguersi la linea dominante di Firenze, qui si rivol-
« gono segretamente gli antichi archivij per vedere se la Toscana
« era compresa nella donazione della granduchessa Matilde.
« Ancor non si sentì giungere novella alcuna della restituzion
« di Comacchio che si è sparso doversi essere stata fatta in Vienna
« il giorno di S. Giosefifo, e se ne sta in questa corte con grande
« aspettazione.
« Si crede che di breve possa venir qui il gran Duca: alcuni
« dicono per trattato politico, alcuni per non esser sicuro colà
« dall’ insidie; or che la casa si vede cadente, poiché il gran
« Principe ò quasi vicino al morire, e Don Gastone non può lungo
« tempo vivere. Onde si é trovata in Firenze una pasquinata
(1) Lettera 30 agosto 1710.
(2) Sarà il trattato De ortu ei progr. tur. civ. % del quale fu fatta ‘un'edi-
zione definitiva a Lipsia, dal Gleditsch, nel 1708. La prima parte dell'opera
fu stampata, nel 1701, a Napoli.
(3) Lettera 19 luglio 1711.
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G. PERSICO CAVALCANTI
« che è molto dispiaciuta al Gran Duca, in queste parole : È
« morto V idropico, sta male il tisico , morrà V asmatico: vivrà
« V eretico » (1).
Le lettere del 4 e 18 aprile 1711 si riferiscono alla cessione
di Comacchio. Nella prima si dà anche notizia d’una congiura
ordita alla Corte di Vienna. Cosi il Gravina : « È stata qui di
« Vienna avisata una peritosissima congiura scoperta in Vienna
« contro rimperatore per la quale dicono esser prigioni 300 con
« la morte del conte di Lamberg avvelenato nel vino. B per quel
« che si sente di Barcellona, è necessario che il nostro Re viva
«ben cautelato: perchè di quella gente molti sono guadagnati
« dai Francesi, e poco è da sperare in loro ». Segue poi la se-
guente rettifica : « Si è chiarita meglio la nuova che si era
«sparsa della congiura contro rimperatore: poiché lettere di
« maggior fede dicono essere stata una cospirazion di ladri, per
« saccheggiar quel che poteano, e che il conte di Lamberg sia
« morto di febbre maligna, e petecchie, che fin Vienna son fre-
« quentissime in questi tempi ».
La morte deH'Imperatore avvenne pochi giorni dopo, e T im-
pressione che se ne ricevè a Roma fu grande (2). Ha questa
morte alcun legame con la famosa « cospirazion di ladri », alla
quale accenna il Gravina? Ecco un dubbio che meriterebbe di
essere sciolto. Noto infine la seguente notizia : « Sono state tolte
« alla Palfi, favorita del morto Imperatore, non solo le gioie da
« lui datele, che arrivavano a migliaia e migliaia, ma le vesti
« preziose ancora, ed obbligarla alla restituzione di una quantità
« di denaro che si crede venuto in sue mani. Così fortuna va
« cangiando stile » (3).
Sull’elezione del nuovo Imperatore, della quale fortemente
erano interessati a Roma, per la cessione di Comacchio, v* han
due notevoli lettere dell* 11 luglio e deii’8 agosto 1711.
Nella lettera dei 9 maggio 1711, il Gravina annunzia al Pi-
gnatelli la morte del suo povero fratello Francesco Antonio,
uomo dottissimo anche lui e valente giurisperito (4). Sulla fine
del fratello, noto il seguente tratto: « La morte di mio fratello
(1) Lettera 28 marzo 1711.
(2) Lettera 25 aprile 1711.
(3) Lettera 20 gingilo 1711.
(4) La biografia di Francesco A. Gravina trovasi nelle Vite degii Arcadi
mortiy e fu scritta da G. Cito napoletano.
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VARIETÀ
143
« che per forza del sangue e della legge di natura non potea
€ non contristarmi, mi à recata anche la confusione di sentirlo
« morto fallito, come di lui si doveva credere, e quel che è peggio
« con lo spoglio che pretende cotesta Nunziatura , per supporsi
« morto fuori di residenza, ò fatto con cotesti ministri perchè
« si affoghi quanto si pub almeno questa memoria; e ne attendo
« reve&toy o aa cn domi vergognato di aerivere a monsignor Nunzio.
€ Ha fatta una disposizione che non è nè testamento nè codi-
«cillo: ma io non voglio succedere a lui se non nell’obbligo
« della celebrazion delle messe, per la sua anima, alle quali non
« mancherò di somministrare per quanto possono le mie forze,
« e nella cura di coprir quanto si può almeno col silenzio i suoi
« debiti a.
Nell* ultima lettera (7 maggio 1712) il Gravina annunzia la
stampa delle sue orazioni.
Venuto il Pignatelli a Roma, dovè cessare* definitivamente il
compito del Gravina, tanto più ch'egli, poco dopo, fu costretto
ad abbandonare quella città per le gravi notizie che a lui giun-
gevano della salute di Gregorio Caloprese, morto a Scalea nel
1714. Per la quale morte, e per l’eredità lasciatagli dal maestro,
e pel suo stato malfermo, il Gravina si ritirò nella natia Calabria
per due anni. Ritornò a Roma nel 1717, ma per poco dovè re-
starvi, chè assalito dal male che lo rodeva, « sopraggiunto » —
scriveva il Metastasio al conte d’Ànguirre — « da un vomito
« d’atra bile, e forse d'accidente, spirò nelle mie braccia ».
Molti scritti del Gravina, lasciati in gran parte al Metastasio,
andaron perduti, ed altri giacciono obliati ed inediti nella Biblio-
teca Nazionale di Napoli, che ha di lui una notevole collezione
d'autografi, sconosciuta però a quei pochi che, come Tottimo
prof. Julia, più diligentemente s’occuparono del Gravina (1).
(1) Diamo qui l’elenco dei manoscritti conservati in quella biblioteca:
1* Traduzioni latine, dal greco d’Isocrate e dal francese di Bossuet; 2° Scritti
giuridici in latino, cioè due consigli legali e le prelezioni sul Decreto di
Graziano e sulle Decretali; 3° Scritti morali: sui doveri dei confessori e dei
penitenti (in latino); sul digiuno e sull'orazione (in italiano); 4° Scritti al
papa e per il papa, cioè più bozze italiane d' una supplica « sulla pessima
4L amministrazione degli avvocati concistoriali i quali erano in somma dis-
«c grazia dell'università letteraria di Roma»; un'iscrizione latina eucaristica
per il papa ; e un discorso De antiquitate et sanctitate dell* Ordine carme-
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G. PERSICO CAVALCANTI
Il voluraingso epistolario, che di lai resta, è un prezioso do-
cumento, meritevole di tutta la nostra attenzione, sopratutto
per la palle biografica, che servirà a rettificare meglio tutte le
notizie, incerte e confuse, che avevamo del suo soggiorno a
Roma.
Noi slam lieti di colmare una cosi profonda lacuna, restituendo
ad un uomo, già tanto trascurato dagli studiosi, tutta la simpatia
che il suo ingegno e la sua opera e la sua purissima vita meri-
tano. Pubblicando, come abbiamo in animo di fare, l’epistolario del
Gravina, confessiamo di compiere una buona azione, perchè met-
. tiamo in luce una parte della sua vita, mal nota e mal vista, e
per la quale molti errori e troppe menzogne si perpetrarono.
Il Gravina è uno di quei fortissimi ingegni , dei quali si può
dire di non conoscerli mai abbastanza. È una figura complessa,
e nelle molteplici manifestazioni del suo pensiero ha tracciato
un solco luminoso, al quale pochi oramai badano. Ed è male.
Un tanto uomo, sorto come un bel fiore superbo tra la gramigna
secentistica, non meritava l’oblio al quale noi italiani da un
pezzo lo condannammo.
Guido Persico Cavalcanti.
titano; 5° Discorsi: in morte del Lancisi, archiatro pontificio (in latino);
agli Arcadi, dopo aver sofferto una grave malattia d'occhi (in italiano);
6° Alcune lettere, al Grevio e airHayssenio; 7° Due ecloghe; 8° Primi ab-
bozzi dello Specimen prisci juris , e quelli della Ragioii poetica ; 9° Della
Morte, ragionamento.
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MARIN SANUDO
E
LAURA BRENZONI-SCHIOPPO
Il giorno 3i di marzo del 1501 Marin Sanudo, cessando la
quarta volta per compiuto ufficio, da Savio agli ordini, prendeva
congedo dal doge Agostino Barbarigo (1), ed « ita consulente el
4L serenissimo principe », com’egli stesso si compiace di ricordare,
il 6 aprile seguente accettava la carica di Camerlengo a Ve-
rona (2), dov’era capitano Giorgio Corner (3), succeduto da pochi
giorni a Girolamo Pesaro, e podestà Girolamo Zorzi, al quale
successe nel maggio Pietro Loredan (4).
L’opera onesta, intelligente e solerte del Sanudo a Verona
durante la sua questura è da lui stesso notata ne’ Diarii : della
gloria conseguitavi faceva cenno Aldo Manuzio dedicandogli nel-
(1) Cfr. I Diarii di Marino Sanuto, Venezia, Vesentini, 1880, voi. Ili,
coll. 1624 e 1638.
(2) Cfr. Diarii cit., voi. IV, col. 8.
(3) Giorgio Corner, fratello della celebre Caterina regina di Cipro, quando
nel 1473 moriva Giacomo di Lusignauo, invitato al trono dai baroni deirisola,
non accettò; anzi, nel 1487, per consiglio di lui, la sorella faceva dono di
quel reame alla repubblica. Per gli importantissimi e molteplici servigi resi
a Venezia ottenne altissimi onori, tra i quali il titolo di < padre e conser-
« vator della patria ». Morì settantenne nel 1524.
(4) Pietro Loredan, già capitano di Bergamo nel 1486, era fratello del
doge Leonardo, che col suo senno salvò la repubblica nei fortunosi tempi
della lega di Cambra i. Pietro morì mentr’ era podestà di Verona, nel 7
marzo 1502; gli successe Bernardo Bembo.
Giornali storico. — Sappi, no 1. 10
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R. MURARI
l'ottobre del 1502 il primo volume delle opere d’Ovidio che egli
pubblicava, con queste parole: « te in urbe Veronae... quae-
« storem integerrimum et diligentissimum vidimus. Unde tanta
€ cum civium benevolentia decessisti ut adhuc Marini Sannuti
« nomen in ore habeant reverenter, teque summopere et ament
« et colant * (1); il Sanudo medesimo, già senatore, ricordava in
consiglio il suo camerlengato a Verona con palese compiaci-
mento.
Quanto alla vita privata del Sanudo a Verona, noi possiamo
notare come questa città si doveva legare con gradito ricordo
all' età della sua fanciullezza , quando , mortogli il padre Leo-
nardo, ambasciatore a Roma, nel 1474, egli, bambino di otto
anni, fu condotto dalla madre. Letizia Venier (2), presso lo zio
Alessandro, fratello di lei, a Sanguinetto sul veronese (3), dove
compì i suoi primi studi, e donde è ben naturale supporre che
si recasse con qualche frequenza alla vicina città. Certo vi fu
nel 1496, come appare dall'annotazione, ch'egli preponeva di sua
mano ad una copia di lettera (22 giugno 1496) con cui Ludovico
Cendrata gli accompagnava alcuni versi del fratello Bartolomeo:
« Exfemplum] littere dfii alovisii cendra[tae] veronensis quam
(1) Nella dedicatoria del voi. Il (die. 1502) Aldo tornava a dire al Sanudo:
« ...Verona rediens, ubi summa cum laude, summaque civium omnium
€ benevolentia quaeetorem egisti, statim magistrati creatus es . . . ».
(2) Il Cappellari, in quella miniera di preziosissime notizie che è il suo
Campidoglio veneto , ms. della Marciana, è incorso in una svista, che trova
facile scusa e spiegazione. Nell'albero genealogico della famiglia Sanuta
pone Leonardo, padre di Marino, marito prima di Letizia di Pellegrin Memo
nel 1444, poi di Celestina di Giacomo Contarmi nel 1448, e finalmente di Lu-
crezia di Pellegrino Venier nel 1664; e nell'albero genealogico di casa Venier
pone pure Lucrezia e non Letizia. Anche lo Zabarblla {Tito Livio padovano
ouero Bistoria della Gente Liuia Romana et Padouana et della sereniss .
fameglia Sanvta veneziana , Padova, Caldorin, 1669, pp. 61) erra dicendo
Marino figlio di Barbarella Memo; che la madre di Marino fosse la terza
moglie di Leonardo è provato dai Diarii , che la fanno viva dopo la morte
del marito; era Venier, poiché Marino orfano fu condotto da lei presso il
Venier di Sanguinetto; era Letizia, perchè così è nominata dal Sanudo me-
desimo in fronte a tre epitaffi di Dante HI Alighieri in morte di lei, che
sono a c. 108 v del cod. Marciano, cl. IX, it. CCCLXIV, onde son tolti anche
gli altri documenti inediti dei quali si ragiona in queste brevi note.
(3) Rawdon-Brown, Ragguagli sulla vita e sulle opere di Marin Sanudo
detto il Juniore , ecc., Venezia, tip. di Alvisopoli, 1837, t. I, p. 10.
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VARIETÀ 147
« anno 1496 dura ego raarìnus verone esseri habui et ad rae-
« raoriara hic posui » (1).
E noto già per le opere compiute (2) e specialmente per gli
intrapresi Diarii era il Sanudo ai letterati veronesi, come prova
il conosciuto epigramma di Giovanni Cotta (3) e il seguente ine-
dito di Virgilio Zavarise:
Virgilius Zavaresius communitatis veronae
canzelarius Marino Sanato salutem.
Rea venetas orsus, Sannute, ab origine prima
6cribÌ8, et intactum tu sinis esse nihil.
Nec solum hadriacos, sed totum amplecteris orbem
crescit in immenso m tersa papyrus opus.
Qui leget, historias legisse fatebitur; immo
dicet alethias quilibet hasce miras (4).
Alla venuta dunque del Sanudo in Verona è da credere che
intorno gli si raggruppasse tutto il ceto più colto della bella
città. La quale tra il chiudersi del sec. XV e Taprirsi del XVI
contava un'eletta schiera di cultori delle lettere, quali Giovanni
Cotta, Dante III Alighieri, Giorgio Sommariva, Jacopo Giuliari,
Virgilio Zavarise, Girolamo Verità, Francesco Nursio Timideo, i
Cendrata, il Rufo, il Guarienti, il La franchino, il Prandino, il
Da Vico, il Faella ed altri molti che nelle gare letterarie ono-
ravano di sè medesimi la patria.
Chiara testimonianza degli studi e degli studiosi di Verona
cantata alla fine del secolo XV da Dante III Alighieri
Aonidum tellus semper amica sacrìs,
è YActio Panthea , accademia scolastica tenutasi pubblicamente
in Verona nel 1484 dagli scolari di Giannantonio Panteo in onore
del loro maestro (5). Aldo Manuzio dedicando al Guarino nel
(1) Cod. Marc, cit., c. 173 r.
(2) Cfr. G. Db Leva, Marino Sanato , in Arch. Yen ., t. XXXVI, 1888,
pp. 109 sgg.
(3) Cfr. Joannis Cottae Ligniacensis Carmina , ed. I. Morelli, Bassani,
typis Remondinianis, 1802, p. 41. È ristampato in G. Cristofori, Giovanni
Cotta umanista , Sassari, Azuni, 1890, p. 66. Ne esiste copia autografa del
Sanudo, che non presenta varianti degne di nota nel nostro codice, a c. 126 r.
(4) Cod. Marc, cit., c. 127 r.
(5) È una raccolta di componimenti poetici latini uniti tra loro da una
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R. MURARI
1495 il suo Teocrito (1), scriveva: « Hunc vero librum tibi
« dicamus, Praeceptor excellens (?) t tum mea in Veronenses be-
« nevolentia, (debeo enim pluriroum Veronensibus; nam a Ga-
« spare Veronensi peregregio grammatico didici Romae latinas
« litteras, a te vero Ferrame et latinas et graecas) ; tum quia
« totus fere liber est de moribus... ». B più innanzi parlando di
Francesco Roselo, lo chiama « ex tua felici Verona oriundus;
« quae mater et alumna est, et semper fuit doctissimorum ho»
« minum »; il qual pensiero ripeteva quasi con le medesime pa-
role nel 1502 chiamando Verona, nella citata dedicatoria al Sa-
nudo delle Metamorfosi d’Ovidio, « parens assidua ingeniorum
« doctissimorumque hominum ». Nel 1499 era già uscito a Brescia
per le stampe il lungo carme del modenese Panfilo Sasso De
laudtibus Veronae (2).
Ma il più bel documento, cosi della letteratura veronese in
quel tempo, come deiraccoglienza fatta al Sanudo in Verona nel
suo camerlengato , ci viene offerto dal cod. miscellaneo Marc,
it. cl. IX, 364; del quale mi riserbo di occuparmi più a lungo
con agio maggiore. In esso da c. 104 v a c. 187 r abbiamo tra-
scritta dal Sanudo una lunga serie di lettere e componimenti
poetici, che gli richiamavano alla memoria la gentile città e le
carissime amicizie ivi incontrate o raffermate, come appare dalla
seguente lettera preposta alla raccolta a mo' di prefazione.
Marinus Sanutus L. F. Veronae Quaestor lectori salutem.
Salve, humanissime lector: cum me luculentis amantibusque scriptis Ve-
ronenses innumeri salutaverint , eorum plurima collegi non quod mirificis
me preconijs celebrarint, aut quod quaesturam meam doctis chartis suis
adornarint, sed ut gratissimum meum erga eorum comitatem eruditionemque
animum planius declararem: qui si vel Thylem petiero huius tamen lepidi
libelli lectione dulcem charissimorum Veronensium consuetudinem agnoscam
et amplexabor. Vale. Veronae, mensis sept. 1502.
narrazione allegorica del conte Jacopo Giuliari. È per le stampe senza titolo.
In fine : Impresum veronae per antonium cavalchabouem et ioanneman-
tonium nouelli M. cccc lexxxi Hi. Ne esiste una copia nel cod. miscellaneo
GGX1V, cl. XIV lat. della Marciana, che contiene molte altre cose stampate
e mas. riguardanti Verona, in esso raccolte nel finire del sec. XV da Ludo-
vico Campana.
(1) Thbocriti, Eclogae triginta . . . etc., Venetiis, characteribus ac studio
Aldi Manucii Romani . . . M.CCGG.XGV, mense februario.
(2) Pampe ili Sazi Epigrammata , Brixiae, Misinta, 1499.
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VARIETÀ
149
Ma non eran solo di amicizie i lieti ricordi, che il Sanudo por-
tava seco tornando nel settembre del 1502, dopo sedici mesi di
camerlengato, dalle ridenti rive dell’Adige alla patria laguna.
Viveva giovine e bella in Verona a quel tempo Laura Bren-
zoni Schioppo, figlia di Niccolò Brenzoni, la quale continuava in
patria le onorevoli tradizioni femminili d’Isotta, Ginevra ed An-
gela Nogarola.
Giovine e bella, dicevamo, e celebrata. Lo Scaligero, che al
chiudersi dei sec. XV non aveva che sedici anni, cantava di lei :
Si Dos deficiunt animi te, Laura, canentes,
o ingens patrii lausque decusque soli;
ne trepidos digitos, neve os, neu deapice mentem ;
omnia quae vestro lumine vieta iacent.
Audierim flexumque lyrae numerosque loquentis:
atque putem modulis reddere posse meis?
Tum regnum invictae Veneris, quod fulgurat ore,
non video et scribam? Si video perii (1).
Fra gli epigrammi di Giovanni Lagarino, che si conservano
nel cod. Ashburnhara 270 (it. 202, già Seibante 718), alcuni
ve n’ha che riguardano la Brenzoni-Schioppo, che il poeta chiama :
Sclopa, puellarum iubar indelebile, Laura;
il bei ritratto, che ne doveva essere stato fatto dal pittore Gi-
rolamo Mondella, il Lagarino trovava sempre inferiore all’ori-
ginale:
Laura, deas mali quae tris certamine vincis,
nunc tua paullisper seria pone; veni.
Non quaiem in tabula Mondella videbere fecit,
sed quaiem in supera fecerat arce Deus (2).
Nel cod. 1366 della Comunale di Verona, che è quel Seibante
358, tante volte citato dal Maffei nella sua Verona illustrata (3),
(1) Julii Gaesaris Scaligeri viri clarissimi poemata omnia . In Biblio-
polio meliniano, anno MDCXX, p. 351.
(2) Cfr. il cod. Ashburnham 270 citato più sopra, a c. 154 r.
(3) Cfr. G. Biadbgo, Catalogo descrittivo dei mss . della Biblioteca Comu-
nale di Verona , Verona, Civelli, 1892, n. 280, pp. 180-82. — Nel codice
al carmen del Ramusio segue la Responsio Laure ad eundem Paulum
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R. MURARI
v’è un « Carmen Pauli Ramusij ariminensis in epitalamio fran-
« cìsci medici et francisce brenzone et in laudem laure puelle »,
dove di Laura è detto:
Docta est et doctos inter numeranda poeta®.
Infine, per non ripetere qui le lodi che a suo luogo ne fa nel-
l’opera citata il Maffei, solo son da ricordare i versi di Panfilo
Sasso nel De laudibics Verona e :
Et tu marmorei cui Lesbia amica Phaonis
cedit et ingenio docta Corynna suo.
Pymplaei celso residens in vertice montis,
texis serta tuis laurea, Laura, comis;
e nell’elegia X:
Illic [Veronae] laurigeras intexit Laura coronas
cui lauros phoebus plectra lyramque dedit.
È facile comprendere come intorno alla donna giovine, colta,
gentile, accorressero a gradito convegno i letterati veronesi, e
come al nuovo camerlengo precorso dalla fama di provata eru-
dizione fosse fatta parte onorevole nei cortesi conversari della
dama.
Ma nel gentile animo del Sanudo trovava facile bersaglio la
grazia femminile unita alla cultura, pregio non infrequente della
donna in quel tempo. Da lui ventottenne otteneva tale ammira-
zione, come poetessa, Girolama Corsi Ramos, che fin dal 1494
egli si proponeva « non solamente a lei dedicarle per un tempo,
« ma ancora tutte sue opre cum ogni diligentia investigare et
<c soi versi in uno volumetto ponerli »; e a questo volumetto si
rifaceva per arricchirlo con nuove cure e ricerche nel 1509,
mortagli nel 27 novembre dell’anno antecedente, dopo men che
quattr’anni di matrimonio, la moglie Cecilia Priul, lasciandocene
Ramusium (car. 6r-7r). A c. 3r-6r il codice contiene Carmina Antoni)
Panthei recitata in laudem mag. dni Antonij Venerio per lauram bren -
zonam et in laudem francisce brenzone sponse eius sororis ; a c. 14 r sgg.
una lunga serie di Epitaphia Joannis anlonii Panthei Veron. et discipu •
lorum eius Nogarole perennitati (In morte di Lodovico Nogarola fratello
d’Isotta. Cfr. Maffei, Veron. illustr., ediz. 1825, voi. Ili, P. II, p.311). Tra
questi, subito dopo quello del Panteo, viene un epitafio di Laura.
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non di sua mano, ma per sua cura trascritto, quello che è ora
il cod. Marc. cl. IX, it. GGLXX (già Zen., 498) (1).
Se però la Corsi ammirò come rimatrice, il Sanudo la cor-
teggiò pur come donna; poiché, bene avvertiva il Rossi, egli
stesso dichiarava di volersi a lei dedicare, e di lui sono forse
alcuni distici laudativi non meno della donna che della poetessa,
i quali si leggono nell’altro ms. Marc. XII, lat. GGX; e Giorgio
Sommariva in un sonetto le parlava del sito Sanudo che l’avea
invitato ad onorarla dell'invio di qualche sua opera (2).
Nulla adunque è da maravigliare se il Sanudo, giovane di
trentacinqu’anni, che aveva il lustro dei patriziato veneto, di
un ragguardevole ufficio e d’un nome già noto per l’opere sue
e per il favorevole giudizio di ottimi letterati del tempo, potè
desiderar di piacere alla colta e bella Brenzoni.
Marino medesimo ha voluto fermare nel nostro codice la sua
prima profferta d’amore fatta nel seguente sonetto (c. i5ir):
Marinus Sanutus Veronae questor Divae Laure Schiopae salutem.
»
Sicome al mondo in ogni parte e fama
di tue virtude excelsse e gran belleza
di quanto puote el ciel, chiara certeza
che di vederti sol si pensa e brama.
Tanto el tuo nome qui da ognun si chiama
ch’altra non ze, che più si honora e apreza,
e nel mio cor tal fama a tal fermeza
ch’io son el primo hormai de cui più t’ama.
Perhò madona gloriosa e diva
con cor sincer (a) ti mando questo inchiostro
testimon se di te mia musa è priva.
A fin che quando nel divin tuo chiostro
contempli ogni tua gloria non sia schiva
legier talhor el basso stille nostro.
Come si vede, la farfalla girando intorno al lume s'è bruciate
(1) Cfr. Vittorio Rossi, Di una rimatrice e di un rimatore del sec. XV.
— Girolama Corsi Ramos e Jacopo Corsi , in questo Giom ., XV, 183 sgg.
Nell’epistola al lettore, che il Sanudo premise al ms. e che il Rossi pub-
blica per intero (p. 187), Girolama Gorsi*Ramos è detta « donna excelente,
« in la quale la natura volse fare che l’armonia del terso et polito dire
« ussisse de la bocca sua ».
(2) Si i distici latini, che il sonetto del Sommariva sono pubblicati dal
Rossi nel citato suo studio.
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R. MURARI
le ali. Già Laura per il nostro camerlengo è « gloriosa e diva >;
egli non pensa, non brama che di vederla; egli sente d’esser,
fra tanti che l'amano, quegli che l'adora maggiormente. B glielo
dice subito, e ne chiede anche il premio. Nulla di grave, no:
gli basta solo sperare che ella neU’amica solitudine delle sue
stanze legga talvolta gli umili versi e « il basso stile » di lui.
Ma l'acume dell'occhio femminile ha visto nella fronte del
Sanudo l’arrossar subitaneo dell’innamorato; ha sorpreso nel vi-
brar dello sguardo la Damma d'amore, nel fremito delle labbra
mute il desiderio... e ha letto tra le righe. Onde seco stessa si
consiglia, e con l'onesta dignità, che non può veder un'offesa in
un omaggio d'ammirazione e non vuole permetter che esso tra-
scorra forse troppo, risponde mostrandosi grata dell'ossequio,
ricordando che essa è donna d’altrui e non può accogliere altri
pensieri d'amore, e che stolto sarebbe chi volesse distrarla dalla
via del bene, chè ne avrebbe pena da Dio. Ecco il sonetto, che
per verità letterariamente vai molto poco, ma pur piace per il
dignitoso pensiero, specialmente nei terzetti:
hesponsio Laure Schiopae.
Molti poeti sacri et excellenti
con li soi tersi e risonanti carmi
avidi infra mortalli diva farmi
sol al scrivermi son prompti et intenti,
Non gli rispondo acio che più ferventi
non pongan lhor ingegni ad exaltarmi
et poi non se ha dignato apollo ornarmi
delle sue amate fronde e dolci acenti.
Nè lice a me subiecta a sancte thede
del giogo maritai (1), usar tal opra,
ma viver in amor, speranza e fede.
Stolto è chi vanamente in ciò si adopra,
che quel signor che 'l tutto regie e vede
ne priva del suo ben dato di sopra.
Questo sonetto non deve aver recato molto piacere al Sanudo
che cercando conforto, uso comune degl'innamorati, raccontò la
cosa aU'amicissimo suo Dante III Alighieri. Qui taluno de' miei
(1) Anche il Sanudo, tra le ragioni che nella citata lettera di prefazione
mette a spiegare come intralasciasse di raccogliere le poesie della Corsi’
Ramos, annovera l'essere stato « subposto al iugo maritale ».
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153
lettori non potrà fare a meno di non sorridere pensando la sfor-
tuna del povero Sanudo che per cercare aiuto neirinfelice suo
amore, cadeva proprio in braccio ad uno che delimiterà donna,
di cui egli si lamentava, era più innamorato di lui. Il Maffei
infatti, parlando della Laura Brenzoni (1), dice di aver letto in
un codice posseduto al suo tempo dal padovano Alfonso Donnoli
elegie e lettere di Dante III che se ne mostra innamorato e ge-
loso sino ad esclamare:
Me miserum! cur quod multis conceditur uni
dura nec infenso denegat illa mihi?
Advolat extemis fama pellectus ab oris
atque huius compos numeri® hospes abit
Àst ego, qui fossa, qui muro claudor ab uno (2)
despectus tanto non fruar ipse bono?
E nel codice nostro il Sanudo ci ha conservato (a c. 146) i
seguenti tre epigrammi dell’epigono del divino poeta sulla Bren-
zoni, dal primo dei quali noi veniamo a conoscere un altro
adepto del cenacolo brenzoniano ed un ammiratore delle grazie
della gentildonna appunto nel podestà di Verona Pietro Loredan.
M.co atque humanissimo dno petro lauretano
praetori Veronae Dantes III Aliger.
De laura (3) tetrasticon.
Laureti nemoris quia Lau retane fuisti
cultor, conveniens quam tibi nomen habes.
Lauretum si quis col ai t colat ille necesse est
et laurum: laurus hinc mihi sola placet.
De eadem disticon .
Lauretum ex lauris fifc pluribus at mihi laurum
da solam: reliquum tolle nec invideam.
De eadem.
Pacifica est laurus: medio[s] pertensa per hoetes
it tuta : optatae est nuntia laeticiae.
(1) Op. e»f., voi. IH, P. II.
(2) Come ricorda c quei che un muro ed una fossa serra » ( Purg ^ VI, 84)
del suo glorioso antenato!
(3) La forma lawrae nella indeterminata e frettolosa grafia del Sanudo
lascia incerti tra Laura e lauro . I versi 11-12 dell'ultimo dei due seguenti
epigrammi mostrano chiaro che deve leggersi Laura.
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R. MURARI
Excubat ante forea regum gestata triumphis
laeta ovat, exornat limina pontificum.
Solaque phaebeos crine» vatumque coronai
solaque caesareas cingere digna coma».
Privati» domibus grata est, gratissima templis
nimirum aeternis est quoque grata dei».
Perpetuo viret et caelestia fulmina temnit
et crepitu ardentes abdicat ille (1) foco».
Caetera conveniunt Lauree, rea ultima fallit
una, quod extinctas suscitat ista face».
Niente di singolare che anche Dante III ardesse d'amore ; più
strano è il trovare tra le poesie di lui conservateci dal Sanudo
un sonetto alla Brenzoni a nome di Marino medesimo (a c. 151 1 ?)
che un’attenta lettura ci fa credere posteriore a quello di Laura
al Sanudo, anzi in controrisposta ad esso, poiché vi si ripiglia
il pensiero velato negli ultimi versi del sonetto di lei, dell’azione
immorale che si compirebbe coltivando l’illecito amore.
Ad divam Lauram nomine Questoris auctore
Dantes III Aliger (sic).
lo te amo e in tal amor io so non pecho
che più de ciò non alcun merto piace
a chi per far tra il padre e nui la pace
volse morte patir sul duro stecho.
Io te amo e nela mente sempre io recho
che amor guberna il ciel e ciò che giace
tra li elementi et ciò che parla o tace
senza esso (2) fora un germe in terra secho.
Perchè vói donque che d amar me penti
se del ben far pentirse è gran sciocheza
se il ciel di carità par si contenti?
Ma se Amor pur te spiace e sua vageza
e pentirne de amar vói te consenti
deponi pria i costumi e tua belleza.
Beltade e gentileza
ha mal suo grado ben ligato [il] core:
se da vertu provien, laudato è amore (3).
(1) illaì
(2) Il cod. legge indubbiamente osso.
(3) Interpreterei la coda cosi: La tua beltà e gentilezza, o Laura, hanno
legato il mio cuore, suo malgrado: l'amor ch'io ti porto è un effetto delle
tue virtù, e quando amore proviene da virtù è degno di lode.
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VARIETÀ
155
In tutto il sonetto chiaramente traspare la solita retorica degli
amanti che con speciosi ragionamenti vorrebbero, per trarla a
sè, convincer l’amata che amore è l’anima del mondo e come
tale ò un bene, che quindi amar non è peccato, specialmente
quando l’ oggetto amato ha in sè tali ragioni di amabilità, che
chi le comprenda non può dispensarsi daU’amare.
Ma più nobile e, diciamolo, anche più abile che non fosse
quella dell’ Alighieri al sonetto della Brenzoni, noi possediamo a
c. 151 v del nostro codice una controrisposta in un sonetto del
Sanudo medesimo, che si ritira nelle plaghe serene dell’amor
platonico per dimostrare non sconveniente tra sè e la donna
amata, sebbene sposa d’altrui, sotto un dato riguardo, una cor-
rispondenza d’affetti.
Aliud ad eandem per M. Sanutum.
Se ognaltra di beltate avanzi al mondo
e in virtute e in honor non ze a te ©quale
si propicio fu el ciel al tuo natale
che ogni altra fugie per vergogna al fondo.
Perchè te amiri se in laudarti abondo
come chi adora el ben e spreza il male
che so che sai non son morbe letale
come assai son che a dirlo io mi confondo.
S’io scrivo, scrivo con cor mondo e puro,
virtù mi sprona a tanto alto sugietto
che non che a me ma a Maro (1) paria duro.
Scusami e acepti il cor simplice e schieto
che sporcho non è il mar nè manchó furo
quantunque el sforza i venti a suo dispeto.
E qui noi potremmo chiudere compiacendoci di quest’aura di
gentilezza amorosa che spira intorno a due nomi, per vario
modo, ancor cari, dopo quasi quattro secoli, alla storia delle let-
tere di Venezia e di Verona, se non ci pungesse il desiderio di
ricercare tra i limiti del camerlengato del Sanudo (aprile 1501-
settembre 1502) qualche data più precisa del suo innamora-
mento.
E ne soccorre anche in questo il codice marciano che an-
diamo sfogliando. Nel quale a c. 133 r, in una lettera di Giro-
lamo Avanzo, il noto correttore di testi latini e greci per l’offi-
(1) Cod. amaro.
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R. MURARI
cina tipografica di Aldo Manuzio, si legge : « Interim carmen
« patrio sermone concinatum cum vacabit inspicere non pigebit.
« Quoniam id sum meditatus in eius matrone gratiam cuius sin-
« gulares dotes ingenue amas cuius immortales laudes reverenter
« predicas. Sub eiusdem dive laure auspitiis elegans quoddam et
« crystum coleuntibus (1) opusculum emittemus ».
Sette mesi adunque dacché il Sanudo era venuto a Verona,
poiché la lettera dell’Avanzo che abbiamo citato più sopra è in
data 29 novembre 1501, l’amore dei patrizio veneto per la gen-
tildonna veronese era noto a tutti ed avea varcato i confini della
città, risaputo com’era anche a Venezia, dove frate Girolamo ne
traeva argomento ad ingraziare, per certi loro interessi, i suoi
confratelli di Verona presso il buon camerlengo.
Ma noi possiamo precisare anche più la data che andiamo
cercando.
Fra le molte lettere e poesie che il Sanudo volle trascrivere
nel codice nostro, v’è una curiosa lunga raccolta, sulla quale
tornerò forse più tardi, dei parti letterari di un disgraziato ve-
ronese, sedicente conte e poeta laureato, scemo di cervello come
di quattrini, che chiedeva tal volta al Sanudo aiuto di contanti,
tal altra protezione per ottenere da un creditore differimento
al saldo di un debito, tal altra ancora una giacca o un berretto,
e sempre chiedeva e ripregava con versi e prose in cui la gram-
matica spesso era in ragione inversa della fame. In una di queste
sue lettere (c. 182 r) il Rivanello si raccomanda al Sanudo e lo
prega di raccomandarlo per aiuti al capitano, che sappiamo era
il cavalier Corner, alla moglie e a una figlia di lui e a Laura
Schioppa. La lettera è del 30 giugno 1501 e dice:
Ad M.cum Questorem.
Mi primarie domine alias nostras ad te misi litteras 28 iunij 1501 ; si fue-
rint reddito vel non animus versatur in dubio: prosequor in opere tuo: finito
vero volando ad te veniam : mihi erit solati um si tibi lubet ostendere prout
unicuique ascriptum est enim in ea re quod senties facito: iugo enim sa-
pientiae tuae summitto: semper vale, salutare meura et mihi cordis letitiam
redde meque omnibus his in litteris ascriptis magnopere commenda et im-
primis M.co D. capitaneo, uxori filiaeque et Laurae Schiopae. memento mei
qui nudus sum ibi in sylvis miserime vivo letitia privatus hec pauca s. (2)
(1) Leggi Christum co lenti bus.
(2) scripsi.
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VARIETÀ 157
et tu censor corige precor sine libris et sine serenitate animi insulcavi hec
omnia et avis sine pennis non volat.
Ale» copte et iqu in mensa forcola prima
Dantnr parna domi; sic Ubi vera loqnor.
Non admireris de bis male formatis litteris ; licore et papyro careo; ita
me deducit in sylvas pauperies. Die ultimo iunij 1501, ex silvis domus boschi
Jebeti pertinenza.
L'accenno alla Brenzoni contenuto in questa lettera ci con-
vince che l'amor del Sanudo per essa era già noto sulla One del
giugno 1501, quando adunque non erano ancora compiuti tre
mesi dal giorno della venuta del Sanudo a Verona. Che se altri
volesse una prova anche più esatta per credere che l'accenno
a Laura fatto dal Rivanello si riferisse a donna amata dal Sa-
nudo, noteremo che nel codice (c. 181 r), pochi componimenti
prima della lettera citata, si legge un epigramma che l'affamato
poeta finge d’indirizzare a nome del Camerlengo alla donna da
lui amata.
Vaies idem in persona praedicti D. Marini Sanuti
ad suam dilectam.
Mena mea sit cordi; corpus cum fronte serena
quam tibi sponte dedi, quam tibi dono tuli.
Qua sine nec possum questor modo vivere felix
nam mihi vita salus, mora mea leta quies.
Vale con8Ìlium spes et presidium meum.
Poiché per molte ragioni non è possibile ammettere che la
« diletta » dell'epigramma fosse altra persona che la Laura Bren-
zoni, nelle parole d'intestazione di questo epigramma, le quali
se non son proprio dettate dal Sanudo, offrono almeno una mo-
dificazione da lui fatta alle parole del poeta, è facile veder con-
tenuta una tacita confessione che il Sanudo fa dell’amor suo
nato fin dai primi giorni del suo camerlengato, tostochè gli fa
porta occasione di ammirare con le doti eccelse dell'ingegno e
dell'animo la venusta grazia della giovine gentildonna.
Rocco Murari.
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INDICE DEL SUPPLEMENTO N° 1
Emilio Bbrtana. — Il Parini tra % poeti giocosi del settecento .
Cesare de Lolus. — Sul Canzoniere di Chiaro Davanzali . .
VARIETÀ
Guido Persico Cavalcanti. — V Epistolario del Gravina . .
Rocco .Murari. — Marin Sanudo e Laura Brenzoni-Schioppo .
. Pag. 1
. » 82
. » 118
. » 145
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